Momenti di tensione nel reparto di Ostetricia e Ginecologia. In Umbria 211 episodi nel 2025 e 111 nei primi sei mesi del 2026. Medici e infermieri sempre più esposti a violenze e intimidazioni
Ancora un episodio di violenza ai danni del personale sanitario. Questa volta è accaduto all’ospedale di Foligno, dove un uomo di 40 anni avrebbe minacciato due medici del reparto di Ostetricia e Ginecologia, arrivando a scagliare contro una dottoressa la cartella clinica della propria compagna. Una situazione di forte tensione, conclusasi con l’intervento della polizia e la denuncia dell’uomo per minacce, oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio.
L’episodio, avvenuto martedì 13 ottobre, riporta al centro dell’attenzione un fenomeno che continua a preoccupare il mondo sanitario: le aggressioni, fisiche e verbali, nei confronti di medici, infermieri e operatori che quotidianamente prestano assistenza negli ospedali. Professionisti chiamati a garantire cure e interventi anche in situazioni delicate, ma sempre più spesso costretti a confrontarsi con atteggiamenti intimidatori, insulti e, nei casi più gravi, vere e proprie violenze.
Secondo quanto ricostruito, il quarantenne si sarebbe presentato nel reparto dopo aver appreso che alla compagna sarebbe stato somministrato un farmaco diverso da quello previsto. Una circostanza che avrebbe provocato la sua reazione nei confronti dei due medici, un uomo e una donna, impegnati nell’assistenza alla paziente. Dalle contestazioni verbali sarebbe passato rapidamente alle minacce, fino a tentare di aggredire uno dei sanitari. L’uomo avrebbe quindi strappato dalle mani della dottoressa la cartella clinica della compagna, accartocciandola e scagliandogliela contro. A difesa della collega è intervenuto l’altro medico presente.

La situazione è tornata sotto controllo grazie all’intervento di altri operatori sanitari, accorsi in aiuto dei colleghi, e dell’agente in servizio presso il posto fisso di polizia dell’ospedale.
Il quarantenne è stato successivamente accompagnato negli uffici del commissariato di via Garibaldi, dove, al termine degli accertamenti, è stato denunciato per minacce, oltraggio a pubblico ufficiale e interruzione di pubblico servizio. Resta distinta dalla condotta contestata all’uomo la questione relativa alla somministrazione del farmaco, sulla quale non risultano al momento elementi sufficienti per stabilire se si sia effettivamente verificato un errore sanitario.
Il disagio dei medici: curare i pazienti non dovrebbe significare rischiare aggressioni
Quanto accaduto a Foligno rappresenta un ulteriore motivo di preoccupazione per una categoria professionale che, oltre alle responsabilità cliniche e organizzative, deve fare i conti con il rischio di subire comportamenti aggressivi durante il servizio. Il problema non riguarda soltanto gli episodi di violenza fisica. Minacce, insulti, intimidazioni e atteggiamenti ostili possono trasformare l’ambiente di lavoro in un luogo di costante tensione, compromettendo la serenità necessaria per svolgere una professione che richiede attenzione, lucidità e capacità decisionale. Le conseguenze non si esauriscono nel singolo episodio. Il timore di nuove aggressioni può incidere sul benessere psicologico degli operatori, alimentare stress e insicurezza e rendere ancora più difficile il rapporto tra personale sanitario, pazienti e familiari. È una condizione particolarmente delicata perché riguarda professionisti ai quali viene affidata la tutela della salute delle persone. Il confronto, anche acceso, sulle prestazioni ricevute non può trasformarsi in una minaccia per chi lavora nei luoghi di cura.
In Umbria 211 aggressioni nel 2025: coinvolti 281 sanitari
A documentare la dimensione del fenomeno sono i dati ufficiali diffusi dalla Regione Umbria il 13 luglio 2026, in occasione della sottoscrizione dei protocolli per la sicurezza del personale sanitario. Nel 2025 sono stati registrati 211 episodi di aggressione, contro i 207 dell’anno precedente, con un incremento del 2%. Ancora più significativo l’aumento degli operatori coinvolti, passati da 262 a 281, pari al 7,3% in più.Nei primi sei mesi del 2026 sono stati già segnalati 111 episodi, che hanno interessato 122 professionisti.
Nel 2025 il maggior numero di segnalazioni ha riguardato l’Usl Umbria 2, con 89 episodi, seguita dall’Usl Umbria 1 con 51, dall’Azienda Ospedaliera di Perugia con 41 e da quella di Terni con 30. Gli infermieri risultano la categoria maggiormente esposta, con 180 professionisti coinvolti nel 2025, pari al 64,1% del totale. Seguono i medici, con 57 casi e una quota del 20,3%. Numeri che confermano come il problema sia tutt’altro che occasionale e coinvolga tutte le principali realtà sanitarie regionali.
Quasi 18mila aggressioni in Italia: il fenomeno assume dimensioni nazionali
La situazione umbra si inserisce in un quadro nazionale altrettanto preoccupante. Secondo la relazione dell’Osservatorio nazionale sulla sicurezza degli esercenti le professioni sanitarie e sociosanitarie, pubblicata dal Ministero della Salute il 12 marzo 2026, nel corso del 2025 sono state segnalate 17.956 aggressioni, che hanno coinvolto complessivamente 23.367 operatori. Il dato degli episodi è leggermente inferiore rispetto ai 18.392 del 2024, ma cresce il numero delle persone coinvolte.
Le aggressioni verbali rappresentano il 69% dei casi, quelle fisiche il 25%, mentre il restante 6% riguarda atti contro la proprietà. Le categorie più colpite sono gli infermieri, seguiti dai medici e dagli operatori sociosanitari. Nella maggior parte delle regioni le donne rappresentano oltre il 60% dei professionisti interessati. Gli aggressori sono prevalentemente pazienti e, successivamente, familiari o persone che li assistono.
Anche l’Inail conferma la gravità del fenomeno. Nel 2024 sono stati riconosciuti 2.464 infortuni sul lavoro riconducibili ad aggressioni nel settore sanitario e dell’assistenza sociale. Quasi la metà è avvenuta in ospedali e case di cura. Si tratta di dati relativi agli infortuni riconosciuti, che non comprendono necessariamente tutte le intimidazioni e le aggressioni verbali.
Più sicurezza negli ospedali: i protocolli firmati in Umbria
Di fronte a questa situazione, nel luglio scorso la Regione Umbria ha sottoscritto due protocolli con le Prefetture di Perugia e Terni e le aziende sanitarie per rafforzare la prevenzione e rendere più tempestivi gli interventi delle forze dell’ordine. Gli accordi prevedono una maggiore attenzione ai reparti esposti al rischio, l’aggiornamento delle valutazioni sulla sicurezza, il potenziamento dei sistemi di videosorveglianza nei Pronto Soccorso e percorsi formativi per gestire situazioni conflittuali.

La presidente della Regione, Stefania Proietti, aveva sottolineato la necessità di proteggere chi quotidianamente si occupa della salute dei cittadini, richiamando l’importanza di una collaborazione stabile tra istituzioni, personale sanitario e forze dell’ordine.
Sul piano legislativo, il decreto legge 137 del 2024, convertito nella legge 171 dello stesso anno, ha introdotto ulteriori strumenti di contrasto alle violenze contro gli operatori sanitari, compresa la possibilità dell’arresto in flagranza differita nei casi previsti dalla normativa.
La sicurezza di chi cura è anche la sicurezza dei pazienti
L’episodio di Foligno pone nuovamente una questione che va oltre la responsabilità individuale di chi assume comportamenti violenti. Un medico che deve interrompere il proprio lavoro per difendersi da un’aggressione, un infermiere costretto a chiedere aiuto dopo una minaccia o un reparto nel quale diventa necessario l’intervento delle forze dell’ordine rappresentano situazioni che possono ripercuotersi anche sull’assistenza ai pazienti.
Il disagio del personale sanitario merita quindi un’attenzione che non si limiti alla denuncia dei singoli episodi. Servono ambienti di lavoro protetti, procedure di intervento efficaci e strumenti di prevenzione capaci di ridurre concretamente i rischi. Chi entra in ospedale ha diritto a ricevere cure, informazioni e risposte. Chi quelle cure deve garantirle ha altrettanto diritto a lavorare senza essere insultato, minacciato o aggredito.
È su questo principio che si misura la capacità di tutelare non soltanto la dignità dei professionisti sanitari, ma anche la qualità e la sicurezza dell’intero servizio sanitario.













