Tra sproporzioni, dubbi legittimi e la necessità di maggiore tutela per i cittadini
C’è qualcosa di profondamente sgradevole e moralmente inaccettabile nel meccanismo che, talvolta, ruota attorno al business degli immobili all’asta. La vicenda che coinvolge Andrea e Francesca – per come è stata raccontata e sulla base di elementi che restano oggetto di verifica – colpisce non solo per l’esito finale, ma soprattutto per il percorso che ha condotto a quell’esito.
Secondo quanto sarebbe emerso, un immobile di valore significativo sarebbe stato messo in vendita per sanare un debito relativamente modesto. Una circostanza che, se confermata, appare come una distorsione del buon senso prima ancora che del diritto. È il riflesso di un sistema che, in alcuni casi, sembra aver smarrito la propria funzione di equilibrio e giustizia, trasformandosi in una fredda macchina espropriativa, nella quale il cittadino finisce per essere l’anello più debole.
A Perugia, come riportato in ambienti forensi, si ricordano casi in cui anche richieste di sospensiva presentate da professionisti noti e preparati sulla materia, sarebbero state rigettate. Anche in questo caso l’immobile è stato messo all’asta, senza sospensiva alcuna, con motivazioni legate al valore dell’immobile oggetto d’asta. Episodi che, se letti nel loro insieme, alimentano la percezione di una materia complessa, poco comprensibile ai più e talvolta gestita con una rigidità che lascia spazio a forti perplessità. Si tratta di sensazioni diffuse, non di certezze,tutte da verificare, che rendono però necessario un approfondimento serio e trasparente,forse da parte della finanza che in Umbria risulta essere molto attenta ed attiva.
Nel caso specifico di Andrea e Francesca, un debito di circa 10mila euro – definito dagli stessi interessati “irrisorio” e ritenuto sanabile senza misure estreme – ha portato al pignoramento e alla rapida vendita all’asta di un’abitazione di 120 metri quadri in pieno centro (non menzioniamo volutamente la città umbra) con un valore stimato di circa 200mila euro. Una sproporzione evidente, che colpisce e solleva interrogativi legittimi sul reale equilibrio tra tutela del credito e tutela della persona.
Ulteriori elementi contribuiscono ad alimentare i dubbi: una vendita conclusa già alla prima asta, un prezzo di aggiudicazione superiore a quello stimato dal perito del tribunale e l’assegnazione che, secondo quanto riferito, sarebbe avvenuta a favore di una società con un capitale sociale contenuto. Dati che, presi singolarmente, possono avere spiegazioni tecniche, ma che nel loro insieme rendono comprensibile la decisione dei coniugi di rivolgersi alla Guardia di Finanza per chiedere verifiche. In questo contesto,il dubbio non è un’accusa, ma una richiesta di chiarezza,soprattutto nel caso in cui sono coinvolte società interessate ad attività di “cessione del credito” da parte delle banche, attività quest’ultima sgradevolissima e forse ai liniti stessi della legge.
È noto che attorno alle vendite all’asta esista un mondo poco visibile, fatto di interessi economici e operazioni speculative che prosperano sulle difficoltà altrui, soprattutto a Perugia dove, nella maggior parte dei casi, si acquistarebbero cellule abitative all’asta per poi recuperare l’investimento affittando successivamente lo stesso immobile,al costo di singoli posti letto, agli studenti. Un sistema che, in alcune situazioni, rischia di trasformare il disagio in opportunità di profitto, in alcuni altri casi l’illecito potrebbe essere una possibile fonte di riciclo di danaro. Quando accade tutto questo, la casa smette di essere un bene primario e diventa una semplice merce, mentre chi la abita viene percepito come un ostacolo procedurale.
Sembra che la coppia di cui parliamo abbia ottenuto una proroga, concessa fino all’11 gennaio, che rappresenta un segnale di attenzione e umanità, una pausa che restituisce temporaneamente dignità a una famiglia sull’orlo dello sfratto. Ma non può bastare. La legge, che dovrebbe tutelare i cittadini, è chiamata a fare piena luce su come sia possibile arrivare a perdere la propria casa per un debito irrisorio, su chi tragga vantaggio da certe operazioni e su quali strumenti di tutela siano realmente efficaci.
Quando il diritto perde il senso dell’equità, il rischio è quello di un’ingiustizia formalmente legale ma sostanzialmente inaccettabile. Ed è legittimo chiedersi se non sia arrivato il momento che altre persone trovino il coraggio di segnalare e denunciare situazioni analoghe, affinché eventuali storture vengano finalmente affrontate alla luce del sole.





