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Home » Lucio Domizio Enobarbo, in arte Nerone e le sue mogli
Opinioni

Lucio Domizio Enobarbo, in arte Nerone e le sue mogli

admin_editore06 Mins ReadMaggio 30, 2025
 
 

Istrione, convinto d’essere artista e attore geniale, oggi pretenderebbe d’essere definito cantautore

di A M A R

Se chiedessimo in giro nelle scuole, chi fu, durante l’antica Roma, Lucio Domizio Enobarbo, le risposte informate sarebbero poche. Allora diciamolo subito: questo “sconosciuto” si chiamò Nerone, nato nel 57 d. C., personaggio che spesso ha messo in disaccordo il giudizio degli storici e degli studiosi di varie epoche. I più hanno parlato di un Imperatore un po’ mattoide, dispotico e assassino. Pure un istrione convinto d’essere artista e attore geniale. Oggi pretenderebbe d’essere definito cantautore. Noto il suo banchettare per imporre la teatralità delle esibizioni proteiformi, quasi sempre con la pretesa imperiale di ricevere consensi e applausi. Poi, il lusso sfrenato e la lussuria che – a parere di lui – gli erano dovuti in quanto sceso dall’Olimpo degli dei.

Fin dall’inizio del mandato imperiale, durato dal 54 al 68 d. C., lo accusarono di oltraggio alla gloriosa immagine di Roma, con il comportamento molto sopra le righe. Ma, il J’accuse più pesante fu l’aver provocato l’incendio di Roma al fine di poter costruire sulle macerie la grandiosa Domus Aurea. Da questo reato, parte della letteratura ha tentato di scagionarlo per insufficienza di prove. La storia, però, non la vox populi (vox Dei) gli attribuì la calamità, al punto da costringere il suo cerchio magico ad indicare i cristiani come gli autori del misfatto. E poi, l’Imperatore era ad Anzio – sostennero – quando divamparono le fiamme e si attivò subito per dare soccorso, tanto da aprire i giardini della villa agli sfollati.

Ebbe per madre Agrippina Minore che brigò in ogni modo e maniera per metterlo in carica, anche a danno del fratellastro Germanico. Il quale fu eliminato ancora giovanissimo. La mamma intrigante volle una parte del potere e il figlio mattoide mandò i sicari ad ucciderla. Prezioso consigliere di Nerone fu il precettore Lucio Annio Seneca, fintanto che gli finì in uggia e fu costretto al suicidio, “scaricato” con il pretesto fasullo della partecipazione ad una delle congiure di palazzo. In effetti ce ne furono più di una, ma non andarono a buon fine, perché il sospettoso Domizio Enobarbo diffidava di tutti e stava sempre in campana.

Per esempio la Congiura di Pisone. Gaio Calpurnio Pisone aspirava a prendere il posto di Nerone. Trovò facili adepti tra i molti insoddisfatti. Decisero di eliminarlo, con la collaborazione del Prefetto del Pretorio, durante una sessione di giochi. Il piano venne scoperto e il solito Nerone si esibì nell’ennesima purga che coinvolse personaggi di spicco. Compresa la morte, per suicidio imposto, del famoso Petronio Arbitro, autore del Satyricon.

Le antiche purghe neroniane, seppure in piccolo (scusate l’inciso breve), hanno avuto somiglianza, quanto meno per mancanza di scrupoli, anche nei riguardi degli amici, con quelle moderne di Peppone Stalin, denunciate da Nikita Kruscev, il 22 febbraio 1956, al termine del XX Congresso del PCUS. Quando il mondo seppe delle scelleratezze commesse dall’ Imperatore rosso durante gli anni del suo Governo, durato dal 1924 al 1953.

Un personaggio ben inserito nel teatro degli orrori fu Sofonio Tigellino, una sorta di “braccio violento della legge” neroniana. Nominato Prefetto del Pretorio, coinvolto in diversi scandali, divenne uno dell’epoca. Ne fece di cotte e di crude e alla fine, pure lui dovette tagliarsi la gola.

Ma, torniamo a Nerone. Per dire che ebbe tre mogli. La prima fu Claudia Ottavia segnata, sin dalla nascita, da uno strano destino, quasi una combinazione astrale. Figlia di un Imperatore, Claudio Germanico, divenne moglie di un altro Imperatore, Nerone, appunto. La madre di Ottavia si chiamava Messalina ed era una poco di buono, distintasi per aver fatto passare tra le sue lenzuola diversi amanti. Per questo il marito la fece uccidere. Ce n’era – lo abbiamo già visto – un’altra di madre, Agrippina, genitrice di Nerone che si mise in testa di procurare la “corona” a suo figlio e lo fece sposare, a 17 anni, con Claudia Ottavia che di anni ne aveva 13. Matrimonio combinato e mal funzionante. Tanto che, quando apparve sulla scena Poppea Sabina, Nerone ripudiò Ottavia, accampando falsi motivi di sterilità e adulterio.

Anche se allontanata da Roma, Ottavia rimaneva una presenza ingombrante. Quindi, ecco gli inviati speciali di Nerone togliere quel disturbo col pugnale. C’è un dipinto di fine ‘800, nel quale è ritratto Nerone che offre la testa di Ottavia alla nuova moglie Poppea. L’aveva fatta sposare al suo fedele Otone e poi la pretendeva come amante. Otone rifiutò l’impiccio e fu inviato a governare una remota provincia dell’Impero. Quando Poppea Sabina venne a noia a Nerone, toccò trovare anche per lei una via d’uscita. Quella più clamorosa, sostenuta da alcuni narratori d’epoca, riferisce di morte causata da un calcio di Nerone sul suo ventre gravido.

Comunque, eliminata la seconda imperatrice consorte (la tesi più credibile il solito suicidio bugiardo), ecco di nuovo Nerone cercare moglie. E la sceglie nella nobildonna Statilia Messalina. Questa volta con il sistema del marito suicidato. Infatti, Messalina aveva sposato, in quarte nozze, un vecchio Console capitolino. Però, la volle Nerone e la ebbe per terza, appena un anno dopo la (tragica) scomparsa della seconda. Messalina non fece in tempo a seguire le spiacevoli sorti delle precedenti, perché, il 9 giugno del 68 d. C. Nerone morì.

In che modo trapassò Nerone? Le sue bizzarrie autoritarie e violente avevano estremizzato l’annoso conflitto con il Senato. Allora, i Senatori romani lo dichiararono “nemico della Patria”. Gli restò, momentaneamente, lo scampo nella fuga. Gli offrì rifugio il liberto Faonte nella casa di periferia. Ormai senza alcun potere, braccato dalle guardie, dette a sé stesso lo stesso consiglio che aveva intimato a tanti sventurati: il suicidio. Lo cremarono e seppellirono nella tomba di famiglia, sul luogo – sostiene la storiografia – ove oggi sorge la Basilica di S. Maria del Popolo, a Roma. Morì nell’anno cosiddetto dei quattro Imperatori: Galba, Vitellio, Otone e Vespasiano, che si alternarono, facendosi la guerra l’uno all’altro, tra il 68 e il 69 d. C.

Invece, il reatino Vespasiano (nato a Cittareale) rimase in carica per un decennio e governò con saggezza da meritare l’encomio di Tacito e di Svetonio. Dopo il dissoluto regno di Nerone e la fugace successione dei generali, Roma aveva urgente bisogno di riequilibrare le sue sorti e ricostruire la gestione del potere in termini corretti e autorevoli. Nerone fu un cattivo “Governatore di Roma?” E allora Caligola, Domiziano, Commodo e Caracalla? Simulacri di altra scelleratezza.

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