L’ex presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria propone un confronto tra istituzioni, imprese e Terzo settore per favorire l’inserimento lavorativo
Favorire l’accesso al lavoro delle persone con disabilità, superando la logica dei progetti temporanei e dei tirocini che non si traducono in un’occupazione stabile. È l’obiettivo indicato da Donatella Porzi, esponente di Comunità Riformista ed ex presidente dell’Assemblea legislativa dell’Umbria, che sollecita un cambio di approccio nelle politiche di inclusione lavorativa, chiedendo interventi strutturali, risorse continuative e una verifica concreta dei risultati raggiunti.
A due anni dalla firma della Carta di Solfagnano e dall’avvio del percorso di attuazione della riforma sulla disabilità, Porzi ritiene necessario affrontare con maggiore determinazione il problema delle opportunità occupazionali per le persone che, pur avendo completato percorsi formativi e conseguito diplomi, qualifiche o titoli di studio superiori, incontrano ancora difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro.

Secondo l’ex presidente dell’Assemblea legislativa, l’inclusione non può esaurirsi nelle misure di assistenza e sostegno, ma deve tradursi nella possibilità di partecipare attivamente alla vita economica e sociale. Un principio richiamato anche dal Piano d’Azione Europeo per l’Economia Sociale, che valorizza la capacità delle persone di contribuire allo sviluppo delle comunità attraverso le proprie competenze.
In questa prospettiva, il cosiddetto progetto di vita deve comprendere non soltanto l’accompagnamento nei percorsi di inclusione, ma anche opportunità lavorative, autonomia abitativa, relazioni sociali e piena partecipazione alla vita della comunità.
La richiesta: verificare quanti tirocini diventano posti di lavoro
Uno dei punti centrali dell’intervento riguarda la necessità di valutare l’efficacia delle iniziative già finanziate e realizzate.
Porzi propone di andare oltre il semplice conteggio delle persone coinvolte in corsi, progetti formativi e tirocini, concentrando l’attenzione sugli effettivi risultati occupazionali.
L’obiettivo è conoscere quante persone con disabilità riescano a trovare lavoro dopo aver completato un percorso di studi o di formazione, quali contratti vengano loro proposti e quanti rapporti di lavoro si consolidino dopo uno, due o tre anni.
Come punto di partenza viene indicata la Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della Legge 68/1999, che contiene informazioni sugli avviamenti al lavoro, sulle tipologie contrattuali e sui tirocini. Secondo Porzi, questi dati dovrebbero essere integrati con un monitoraggio più dettagliato, anche su base regionale, per individuare le differenze territoriali e verificare quali interventi producano risultati migliori.
La distinzione tra esperienza formativa e occupazione effettiva è considerata fondamentale. Un tirocinio può rappresentare un passaggio utile, ma non dovrebbe costituire necessariamente il punto di arrivo di un percorso di inclusione.
Il passaggio dalla scuola al lavoro e le preoccupazioni delle famiglie
Porzi richiama anche la propria esperienza professionale come docente di sostegno nella scuola secondaria di secondo grado, sottolineando le difficoltà che molti studenti con disabilità e le loro famiglie affrontano al termine del percorso scolastico.
La scuola rappresenta spesso un ambiente protetto, nel quale i ragazzi possono sviluppare competenze, costruire relazioni e partecipare a esperienze di formazione scuola-lavoro che permettono di individuare capacità e inclinazioni personali.
Il problema emerge quando questo percorso termina e diventa necessario trovare una collocazione nel mondo del lavoro.
L’ex presidente dell’Assemblea legislativa racconta di aver incontrato frequentemente genitori preoccupati per il futuro dei figli, consapevoli delle difficoltà che potrebbero incontrare nella ricerca di un’occupazione e nella costruzione di una vita autonoma.
Il rischio, secondo Porzi, è che le competenze acquisite durante gli anni scolastici non trovino un’adeguata valorizzazione e che le opportunità offerte successivamente risultino limitate o discontinue.
Le difficoltà delle imprese e la necessità di sostegni pubblici
Un altro aspetto affrontato riguarda il ruolo delle aziende, in particolare delle piccole e medie imprese.
Porzi riconosce che l’assunzione di una persona con disabilità può comportare esigenze organizzative, responsabilità e costi che non tutte le realtà produttive sono in grado di sostenere autonomamente.
Richiama inoltre le difficoltà legate agli obblighi di assunzione previsti dalla Legge 68/1999, osservando come alcune imprese possano arrivare a preferire il pagamento delle sanzioni oppure a richiamare problemi economici e produttivi.
Per superare questi ostacoli, ritiene necessario affiancare alle disposizioni normative strumenti che rendano concretamente sostenibile l’inserimento lavorativo.
La proposta comprende finanziamenti pubblici continuativi, percorsi individualizzati, tutoraggio, sostegni organizzativi e incentivi alle imprese, non soltanto nella fase iniziale dell’assunzione, ma anche durante il successivo consolidamento del rapporto di lavoro.
Governo, Regioni ed enti territoriali dovrebbero quindi collaborare per costruire un sistema di accompagnamento capace di sostenere sia le persone con disabilità sia le aziende disponibili ad assumerle.
«L’inclusione non può dipendere dal buon cuore degli imprenditori»
Porzi invita inoltre a superare una concezione dell’inclusione lavorativa affidata prevalentemente alla sensibilità personale dei singoli imprenditori o a iniziative occasionali.
A suo giudizio, le persone con disabilità non devono essere considerate soltanto destinatarie di attività temporanee o simboliche, come la partecipazione a eventi nei quali vengono coinvolte in mansioni di cucina o servizio ai tavoli.
Pur riconoscendo il valore e la dignità di queste esperienze, sottolinea che non possono rappresentare l’unico orizzonte professionale.
Occorre invece individuare mansioni, ambienti e condizioni organizzative che permettano a ciascuno di valorizzare le proprie capacità, assumere responsabilità e contribuire concretamente all’attività lavorativa.
Porzi osserva anche che non tutte le persone possono raggiungere gli stessi standard produttivi, ma ritiene che questo non debba impedire la ricerca di opportunità professionali adeguate alle diverse competenze.
L’inserimento lavorativo, nella sua impostazione, deve diventare una responsabilità condivisa, sostenuta da politiche pubbliche e non subordinata esclusivamente alla disponibilità economica o alla sensibilità delle singole imprese.
La proposta di un tavolo tra istituzioni, imprese e Terzo settore
Da queste considerazioni nasce la proposta di avviare un confronto tra tutti i soggetti coinvolti nell’inclusione lavorativa delle persone con disabilità.
Porzi propone di riunire istituzioni, associazioni di categoria, imprese, organizzazioni del Terzo settore, scuola, enti di formazione, mondo dello sport e realtà ecclesiali impegnate nel sostegno alle persone e alle famiglie.
L’obiettivo sarebbe individuare gli ostacoli che rendono difficile l’incontro tra le competenze delle persone con disabilità e le esigenze del sistema produttivo, definendo responsabilità, strumenti e risorse da mettere in comune.
Un confronto che dovrebbe valorizzare le esperienze già realizzate, senza ignorare le difficoltà delle imprese, ma cercando di rendere più efficaci gli interventi esistenti.
Particolare attenzione dovrebbe essere riservata alla continuità dei percorsi, evitando che le opportunità lavorative si interrompano con la conclusione dei singoli progetti finanziati.
Dalla Carta di Solfagnano alla richiesta di risultati concreti
Nella parte conclusiva del suo intervento, Porzi richiama nuovamente gli impegni assunti con la Carta di Solfagnano e la necessità di tradurre i principi della riforma sulla disabilità in risultati verificabili.
La richiesta è quella di ridurre il divario tra dichiarazioni di principio e opportunità effettive, privilegiando interventi strutturali rispetto alle iniziative isolate.
Per l’esponente di Comunità Riformista, il parametro con cui valutare le politiche di inclusione non dovrebbe essere soltanto il numero delle persone coinvolte nei progetti, ma soprattutto la qualità e la durata dei risultati ottenuti.
Il lavoro, conclude Porzi, rappresenta uno strumento essenziale per costruire autonomia, dignità e partecipazione sociale. Per questo, il progetto di vita di una persona con disabilità non dovrebbe interrompersi con la fine della scuola o con la scadenza di un tirocinio, ma trovare continuità in opportunità concrete di occupazione e cittadinanza.








