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Home » L’eccidio delle Fosse Ardeatine, testimonianza della ferocia nazista
Evidenza

L’eccidio delle Fosse Ardeatine, testimonianza della ferocia nazista

admin_editore05 Mins ReadMarzo 23, 2024
Eccidio delle Fosse Ardeaine (Foto Istituto Luce)
 

Quest’anno viene celebrato l’80° anniversario di ciò che accadde nel 1944

di Adriano Marinensi

Le persone bestiali, seguaci di ideologie che sanno di protervia, compiono solo bestialità- Una delle tante la realizzarono, vicino Roma, i nazisti, esattamente 80 anni fa, il 24 marzo 1944: L’eccidio delle Fosse Ardeatine, nelle cave di pozzolana, lungo la consolare omonima.Il giorno prima, sempre a Roma, in Via Rasella, i GAP (Gruppi di Azione Patriottica) compirono un attentato nel quale persero la vita 33 soldati tedeschi, per lo scoppio di una bomba nascosta dentro un carrettino della spazzatura. La notizia giunse rapida a Berlino e da Berlino, Hitler ordinò: Fucilare dieci italiani per ogni tedesco morto.

Il comandante della “piazza di Roma” e capo delle S. S. (Schutzstaffel) era il tenente colonnello Herbert Kappler, il quale si mise subito ad organizzare – entro 24 ore gli avevano ingiunto – la rappresaglia. Non fu facile trovare 330 persone nelle carceri romane e ci volle la fattiva collaborazione dei camerati fascisti. Nella fretta, Kappler ce ne mise cinque in più. Lui era bravo ad ammazzare la gente, molto meno a far bene i conti. Quindi, alle Ardeatine ne vennero fucilati 335 tra militari e civili. Un massacro talmente feroce da doverlo nascondere e quindi, alla fine dell’azione, l’ingresso delle cave fu fatto saltare con gli esplosivi. La sera dello scempio, una Agenzia tedesca dette la notizia in 4 parole: L’ordine è stato eseguito.

Quindici uccisi in più del dovuto per loro non fece nessuna differenza. Erano abituati ad ammazzare la gente. La pietà e soprattutto il rimorso non erano sentimenti che scuotevano le coscienze. Dopo la fine della guerra, la Giustizia militare italiana celebrò un rigoroso processo. In primo grado, nel 1948, il giudizio riguardò Herbert Kappler e sei subalterni imputati di “concorso in omicidio continuato a danno di cittadini italiani”. Per la verità il “concorso” c’era stato anche da parte di una cinquantina di altri esecutori, tutti appartenenti al corpo delle S. S. che – sta scritto nella sentenza – “avevano agito con estrema crudeltà nel portare a termine il disegno criminoso”.

Il Tribunale contestò altresì “la sproporzione dell’atto e le modalità di realizzazione”; quindi non riconobbe “la legittimità della rappresaglia, in base al diritto internazionale di guerra”. Neppure l’attentato di Via Rasella fu considerato legittimo atto di guerra. Che si sarebbe potuto e dovuto evitare, conoscendo l’abituale estremismo delle reazioni naziste. Rimase quindi causa primaria della rappresaglia.

Kappler venne condannato all’ergastolo in ogni grado di giudizio per l’assassinio dei 5 fucilati in più e rinchiuso nel carcere militare di Gaeta, dove rimase finché venne trasferito nell’Ospedale Celio di Roma per gravi motivi di salute. Nel frattempo, dalla Germania le autorità tedesche e le associazioni dei suoi ex commilitoni facevano pressione per il rientro in patria. Per noi un criminale di guerra, per loro un eroe. Ancora non avevano “metabolizzato” i soprusi commessi.

Allora andò in scena la “beffa di ferragosto” del 1977. Tanto assurda nella narrazione ufficiale – lo trasportò la moglie Annesise dentro una valigia, manco fosse stata la forzuta consorte di Braccio di Ferro – tanto assurda quella evasione, da farla definire “fuga di Stato”. Anche se le complicità rimasero coperte per lungo tempo.

Ma, torniamo al processo di Kappler. Gli fu imputato anche il reato di “requisizione arbitraria” a danno della Comunità ebraica di Roma. Infatti il signor colonnello aveva fatto sapere ai responsabili del Ghetto che era in programma la traduzione degli ebrei romani in Germania. Si poteva evitare – disse – tramite la consegna nelle sue mani di 50 chili d’oro in brevissimo tempo. Non fu cosa facile, ma lo spirito di fratellanza riuscì nell’impresa.

Dunque, la Comunità mantenne l’impegno, i nazisti no. Tanto che il 16 ottobre 1943, le S. S. operarono nel Ghetto di Roma, in Via del Portico di Ottavia, un totale rastrellamento. Lo ricorda una lapide posta in Via della Lungara. C’è scritto: “Intere famiglie di ebrei romani, strappati alle loro case dai nazisti, furono concentrate in questo edificio e deportate nei campi di sterminio”

Arrestati 1259 ebrei (689 donne, 363 uomini, 207 minori). Di essi, 1023 li caricarono allo Scalo S. Lorenzo, sui vagoni piombati e finirono sterminati nel campo di Auschwitz- Birkenau. Ne tornarono 16: 15 uomini e una donna, Settimia Spizzichino, morta a Roma il 3 luglio 2000. A lei è stato intitolato il Cavalcavia Ostiense sulla ferrovia Roma – Lido.

Le Fosse Ardeatine sono state trasformate in mausoleo che testimonia quella carneficina ed è anche espressione dell’arte monumentale. Di taluni eventi, spetta alla storia conservare la memoria. Il semplice pensiero di ciò che accadde e come fu vissuto dalle vittime, richiede la riflessione nel silenzio e il rispetto della rimembranza. Sono anche li, tra quegli innumerevoli sacelli, le radici della nostra libera democrazia.

Alcune scene commoventi dell’eccidio si ritrovano nel film Roma città aperta di Renzo Rossellini, con Anna Magnani e Aldo Fabrizi. Per quei martiri parla la frase che si legge su un muro del Mausoleo. Dice: “Qui fummo trucidati, vittime di un sacrificio orrendo. Dal nostro sacrificio sorga una Patria migliore e duratura Pace tra i popoli”.

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