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Home » Caso Astaldi e le ripercussioni in Umbria
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Caso Astaldi e le ripercussioni in Umbria

admin_editore05 Mins ReadOttobre 7, 2018
 

Il Gruppo Astaldi è la seconda società italiana nel settore delle costruzioni. 
Un gigante che ora rischia di ritrovarsi in ginocchio: la società di rating Standard&Poor’s lo ha declassato al livello D, che equivale tecnicamente a un fallimento. La società non è infatti in grado di pagare i propri debiti, quasi tutti contratti con le principali banche italiane: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bnp Paribas e Banco BPM.
     La decisione di S&P è stata presa dopo che il 28 settembre la società aveva fatto richiesta di concordato preventivo con il tribunale di Roma, una procedura che permette di sospendere i pagamenti ai propri creditori. 

Una situazione di grave difficoltà economica che perdura da mesi e che avrebbe dovuto risolversi con un aumento di capitale di 300 milioni previsto a fine giugno. La somma sarebbe dovuta arrivare dal governo turco tramite l’appalto per il terzo ponte sul Bosforo, una delle tante opere internazionali realizzate dal gruppo. La crisi in Turchia ha però fermato l’operazione, anche se forse la situazione potrebbe sbloccarsi nelle prossime settimane.

 
 
 

In Umbria un migliaio di lavoratori rischiano lo stipendio. Cinque grandi aziende di costruzioni si ritrovano in sofferenza di liquidità. Sono decine i fornitori dell’indotto che ugualmente sono in sofferenza e i cantieri della Perugia-Ancona sul tracciato marchigiano vanno in stand by.

Numeri pesantissimi legati alla questione Quadrilatero e soprattutto al concordato preventivo in continuità presentato dalla Astaldi al tribunale di Roma messi sul piatto dall’Ance, la categoria dei costruttori di Confindustria.
“E’ da tempo che segnaliamo problemi – spiega il presidente dell’Ance Stefano Pallotta – ma nessuno si è interessato della situazione Astaldi fino ad oggi. Non ci hanno mai ascoltato – accusa ancora il numero uno dei costruttori – : mai affrontato il problema delle aziende che lavorano per la Quadrilatero”.

 

 

 

Lo scorso anno, in questo periodo, il gruppo era finito nei guai a causa dell’alta esposizione nei confronti del Venezuela, dov’è coinvolto in tre progetti ferroviari (in questo caso il buco è di 433 milioni di euro, svalutato poi per 230 milioni) e delle commesse attese negli Stati Uniti e mai arrivate. 

In attesa di capire quale sarà il destino della società, controllata dalla famiglia Astaldi attraverso la Fin.Ast (52,7% delle azioni), il caso tocca anche Brescia. Il gruppo era infatti a capo del consorzio di aziende che ha realizzato il metrobus e possiede ora il 24,5% di Metro Brescia, l’azienda che gestisce la metropolitana e che continuerà a farlo fino al marzo 2020, data in cui finiranno i primi sette anni di attività dell’infrastruttura cittadina. A quel punto, stando al business plan, le sue competenze potrebbero essere assorbite da Brescia Mobilità, che attualmente detiene il 51% di Metro Brescia. 

Sono giochi di incastri societari su cui per il momento la crisi di Astaldi non dovrebbe avere ripercussioni. Anche se resta la preoccupazione per le sorti di un gruppo da tre miliardi con oltre 10.500 dipendenti, zavorrato da 1,75 miliardi di debiti. Con una nota, il concorrente Salini Impregilo, che costruirà l’Autostrada della Valtrompia, ha annunciato di stare «seguendo con attenzione» le evoluzioni riguardanti società operanti nel settore delle costruzioni all’estero e in Italia. Compresa, per l’appunto, Astaldi. Tra i punti che potrebbero spingere a nozze le due società c’è proprio la coabitazione in diversi cantieri dove si stanno realizzando opere importanti come la stessa M4, ma anche la parte italiana del Tunnel del Brennero o il porto di Ancona. Invece a remare contro non sarebbe tanto l’entità del debito di Astaldi, quanto una scarsa complementarietà geografica dei mercati in cui le due società operano. Ci sono infatti delle sovrapposizioni a cui si somma invece una scarsa presenza geografica di Astaldi dove manca Salini. Certo la società romana è molto esposta con le banche – tra cui Intesa Sanpaolo, Unicredit, Bnp Paribas e Banco Bpm – e il dossier è aperto. 

La Consob, l’autorità di controllo sui mercati di Borsa, ha acceso un faro sull’operatività sul titolo Astaldi dopo che ieri le azioni del gruppo hanno chiuso in rialzo del 3,51%, tra scambi elevati, pari al 7,65% del capitale, e con picchi che hanno sfiorato il +20% in corso di seduta, nonostante il taglio del rating arrivato l’altroieri a mercati chiusi, dopo che il titolo era tracollato. Anche oggi le contrattazioni hanno fatto segnare un balzo in avanti in Borsa, con un + 8,5% in mattinata. 

Ad ogni modo, il colosso romano non è l’unico big delle costruzioni in difficoltà. Dopo che a inizio anno Condotte,  presieduta da Duccio Astaldi, cugino del presidente di Astaldi, Paolo, ha chiesto il concordato in bianco, sotto i riflettori oggi è finito anche Trevi, gruppo cesenate dell’ingegneria del sottosuolo. Il cda che doveva analizzare il piano di rafforzamento è saltato e slittato al prossimo 10 ottobre.

 

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