Fu l’Assemblea cardinalizia più lunga della storia della Chiesa
di Adriano Marinensi
Il detto, che ha notorietà popolare, avverte che “morto un Papa, se ne fa un altro”. Possibilmente in modo sollecito, per non lasciare vuoto a lungo il pulpito più importante della cristianità. Non rispettarono questo comandamento gli eminentissimi Prelati ch’ebbero il compito di scegliere il successore di Clemente IV, passato a miglior vita nel 1268. In quel momento la Santa Sede si trovava a Viterbo, a due passi dall’Umbria. Ce l’aveva trasferita Alessandro IV, nel 1257, per allontanarla dalle beghe tra i baroni romani che avevano trasformato l’Urbe in una zuffa continua.
Nel tentativo di restituire dignità alla città eterna, era arrivato da Bologna, su richiesta del Comune capitolino, un autorevole personaggio dal nome solenne: Brancaleone (non quello di Norcia). Consapevole dei rischi ai quali andava incontro (la nobiltà romana spesso duellava pesante) pretese che alcuni signorotti del luogo andassero in custodia a Bologna per fargli da assicurazione sulla vita. Da lungo tempo il governo della città era egemonizzato dagli aristocratici e non fu facile a Brancaleone fare il Podestà, al punto che dopo poco lo cacciarono. Il popolo fece una mezza rivoluzione e lo richiamò a Roma.
In quella situazione di bailamme generale, Clemente IV trasferì la Curia a Viterbo. Avanti quindi con le procedure per la posa della Tiara in testa al successore. Il Collegio cardinalizio, al tempo, era composto da 20 elettori, ridotti a 19 perché uno di loro si trovava in Tunisia, al seguito della Crociata. Pochi, dunque e quindi ottima condizione per fare in fretta. Macché. Pochi, però divisi da forti rivalità che diffusero ostacoli lungo il cammino. Fors’anche lo Spirito Santo, che avrebbe dovuto illuminare le menti per la scelta solenne, trovò impicci nel mettere insieme i due terzi dei voti necessari alla elezione.
Comunque, l’Assemblea si aprì, a Viterbo, nel novembre 1268, con 4 fazioni contrapposta in campo e quindi, per quasi un anno, si procedette con una lunga serie di inutili votazioni nella ricerca di un nome interno all’Assise stessa. Ancora la stufa dove bruciare le schede non esisteva, altrimenti le fumate nere avrebbero ingrigito il cielo della Tuscia. Si fece allora ricerca di un “esterno”: il fiorentino Priore generale dell’Ordine dei Servi di Maria. Un sant’uomo, il quale però, sentendosi indegno di occupare il Trono di Pietro, si nascose, per tre mesi, dentro una grotta sul Monte Amiata. L’attenzione si volse verso il mistico francescano Bonaventura da Bagnoregio: pure lui fece un passo indietro. E dette avvio ad una forte predicazione “pro celere eligendo Papa”.
Intanto il tempo si faceva sempre più lungo e i viterbesi s’erano stufati di mantenere a loro spese il vitto e l’alloggio dei sommi Prelati e del loro numeroso seguito. Ecco allora entrare in scena il coraggioso Capitano del popolo. Fece prelevare i Cardinali dalle residenze presso le famiglie nobili dove stavano ospitati, per essere riuniti nella “grand’aula del Palagio vescovile”. Tutti insieme, quasi una punizione. E ordinò di chiudere la porta a chiave (cum clave, quindi, Conclave da allora in poi). Sarebbe stata riaperta soltanto a Papa fatto. Ci fu aggiunta pure una forte riduzione dei viveri quotidiani. Ormai, tra i “rinchiusi” e i viterbesi, il rapporto non reggeva più. Si inasprì tempo appresso, quando nessun risultato era stato ancora conseguito. Allora, l’estremo intervento: lo scoperchiamento del tetto sopra la stanza già serrata cum clave. Un gesto peregrino e greve.
Nel frattempo, le fila del Sacro Collegio s’erano ulteriormente ridotte: Due Porporati eminenti avevano raggiunto in cielo la casa del Padre e il terzo, ammalatosi gravemente, era tornato a casa sua. Nel palagio discoperto, il soggiorno stava penando condizioni estreme. Pare siano stati rinvenuti, sul pavimento della sala, dei fori che testimoniavano la messa in uso di alcune tende da campo per sopperire alla mancanza della copertura sovrastante.
Ad aggravare lo stato dell’arte, si aggiunse un fatto delittuoso che sconvolse la città. Durante l’8^ Crociata, aveva perso la vita il Re Luigi IX di Francia. Il corteo che stava riportando in patria il corpo (“disossato e bollito, secondo l’usanza”) fece qualche giorno di sosta a Viterbo, dove convennero diversi rappresentanti di nobili casate. Tra loro, un Principe che ne uccise un altro, per vendetta, addirittura durante la messa in Cattedrale. Scandalo e indignazione. Del fatto di sangue venne a sapere pure Dante che mise l’omicida (Guido di Montfort) nel VII cerchio dell’Inferno.
Chissà, forse l’eco che rimbalzò in giro per mezza Europa – il “delitto di fronte all’altare”- sollecitò i Reverendi Padri, i quali decisero fosse giunto il momento di venire a capo della vicenda ormai insostenibile. Nominarono, tra loro, una commissione di 6 membri autorevoli con l’incarico di indicare il nuovo Pontefice. Evidentemente, i 33 mesi, cioè 1006 giorni trascorsi dal principio dell’avventura, furono ritenuti, d’improvviso, quanti bastano e avanzano.
Infatti, in tempo rapido, ecco la fumata bianca: Tedaldo Visconti, del ramo piacentino dei Visconti di Milano, considerato religioso saggio, retto e di sicura fede, entrò in Vaticano con il nome di Gregorio X. La sede vacante più lunga della storia cristiana s’era conclusa. Dopo quasi tre anni di assenza, il Papa di Roma stava di nuovo sul Soglio pietrino e la sua elezione è rimasta scolpita negli annali che raccontano di come “morto un Papa, se ne fa un altro”. Però, quella volta, senza troppa premura. Da epoca remota, Viterbo è chiamata la Città dei Papi, perché tanti vissero e morirono nella magnifica “capitale della Tuscia”. Compreso Giovanni XXI, al quale crollò in testa il tetto della sua stanza da letto e rimase sotto le macerie.
Pensiero accessorio
Durante un recente telegiornale de La 7, il Direttore Enrico Mentana, autorevole analista, ha rivolto agli organi di informazione televisiva un appello a non trasmettere più notizie relative a Stefano Bandecchi. Il suo giudizio è stato scarnificante: “E’ il sonno della politica che genera mostri, come in questo caso”. Nel frattempo, a Terni, è partita una raccolta di firme a sostegno della mozione che chiede le dimissioni dello stesso Sindaco. Per vituperio continuato al bon ton.
Nel passato remoto, quando i ternani erano zappatori e parlavano soltanto il vernacolo locale, ad una persona non gradita dicevano: “Sendi cosu, da ‘ste parti, ce si vinutu o te cionno mannatu?”. Vale a dire: A Terni ci sei arrivato di tua volontà oppure qualcuno ti ha costretto a venire? L’invito conseguente era di tornare o andare a (quel) paese di provenienza, per vivere tutti felici e contenti. Il rispetto per l’Istituzione vieta di aggiungere “quanno ce vole, ce vole!”.



