Di Adriano Marinensi – Torniamo in cronaca diretta, sull’affaire Mastrella, appena scoppiato. All’alba di venerdì 9 novembre 1962 (io, negli uffici della Dogana di Terni – come detto – c’ero entrato, per informazioni, tre giorni prima), un nutrito stuolo di gendarmi – postosi alla ricerca di quel briccone di “pinocchio” (alias, il dr. Cesare) che, per capriccio, si è “fumata” la giacca di Geppetto – suona alla porta di una abitazione sita in Roma, Via Ettore Paris n.18. Ci abita la “carissima amica” del ricercato, il quale ha trovato rifugio proprio lì. Entrambi vengono dichiarati in arresto. Stesso trattamento, a Terni, per la moglie di Cesare (che non era Calpurnia), accusata, in primis, col solito “non poteva non sapere” delle sottrazioni operate dal bizzarro maritino. Venne poi accertato che lei non ne sapeva nulla.
Gli accadimenti, il giorno dopo, i quotidiani li riassumono nei titoli che si rassomigliano tra loro: “Scandalo alla Dogana di Terni. Arrestato il Direttore”. Sottotitolo: “Si parla di un ammanco per centinaia di milioni”. E giù, in appresso, commenti al vetriolo. Ma come, non veniva considerato un funzionario modello? E il travet diventato manager? Si, in siffatte vesti lo avevano abbigliato e posto sul piedistallo; lui però s’era ingegnato talmente bene nell’intrallazzo, da fare uso a man bassa della (immeritata) stima, per turlupinare i suoi controllori e quindi l’intero apparato burocratico delle Finanze. Che, di fronte a quei beffardi giudizi di stampa ed all’eco rimbombato nei centri della politica, viene preso da una agitazione tale che le toilette degli uffici pare siano risultate insufficienti alla bisogna. Più d’uno comincia a sentir tremare la cadrega e la carriera, per la dimensione della ruberia e dell’onda d’urto che sale dall’opinione pubblica indignata. Una bancarotta d’immagine, che non s’era mai vista prima.
Fatto sta che, per imputare il birbantello, vengono usate – nel capo d’accusa – parole grosse: corruzione, concussione, peculato, appropriazione indebita, furto continuato ai danni dello Stato. Insomma, la rettitudine del pubblico ufficiale era andata a meretrici. Una menda che peserà molto nel giudizio finale della Corte d’Assise. Più di una normale sentenza, una punizione al limite del rigore, commisurata al disdoro diffusosi in danno di una Istituzione statale apparsa, alla resa dei conti (e che conti!), incapace e bietolona.
Nel frattempo, siamo arrivati al 28 novembre e il pasticciaccio brutto di Via Battisti (la strada di Terni dove stava la sede della Dogana) è finito in Parlamento. Un pandemonio. Tra le tante interrogazioni, ci sono quelle dei Deputati umbri Cruciani, Alpini, Guidi, Anderlini. Si parla addirittura di messa in pericolo del bilancio statale. Risponde il Ministro delle Finanze Trabucchi, il quale quantifica, con pignolesca precisione, il peculato e quant’altro, in 754 milioni, 150 mila e 82 lire, frodati attraverso un sistema di “contabilità parallela” (sic!). Durante il processo, il Dottore orchestra il melodramma e dice: “Se avessi eseguito io i controlli che hanno fatto a me, avrei scoperto tutto in pochi minuti.” Di sicuro, non un eroe del disincanto. Esilarante al cinema l’episodio che ha per protagonisti Antonio De Curtis, nelle vesti del Commissario di P.S. e Nino Taranto in quelle dell’Ispettore di dogana Mastrillo. E l’equivoco delle supposte scambiate per “cacaina”.
Il procedimento penale a carico di Mastrella (Matrillo) and company, nella realtà, si apre l’8 maggio 1963. All’imputato sono caricati la barca di reati sopra elencati, “per avere – sostiene l’accusa – in tempi diversi e con azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso”, calpestato mezzo codice penale. Del maltolto, nessuna traccia. Volatilizzato, come l’oro di Dongo. La matassa il signor Direttore l’ha arruffata così a modo, che neanche le deposizioni dei 116 testimoni escussi, risultano granché utili nella ricerca. Compresa la dichiarazione a verbale di un tizio, il quale, richiesto delle generalità in aula, si presenta così: “Sono il dottor Pietro Paolo Scotto di Tella”. Nientepopòdimeno!
Siccome, una buona fetta di milioni è finita in tasca al dottore prima del 1960 – anno delle Olimpiadi di Roma e dei tanti investimenti straordinari in lavori di infiocchettamento dell’Urbe e consimili furbate capitoline – tra le leggende metropolitane (si sa, Terni è piccola e la gente mormora), passa l’ipotesi di speculazioni finanziarie operate da Mastrella e andate a catafascio. Comunque, illazioni tal quali a diverse altre, senza alcun riscontro. Anzi, il tempo successivo ha dimostrato che gli eredi non abbiano trovato in giro il becco d’un quattrino. Nella fattispecie, il diavolo ha fatto la pentola e pure il coperchio.
Siamo al 13 luglio 1963. Signori, in piedi, entra la Corte! Il Presidente Giovanni Taglienti (Giudici a latere Aldo Blasi e Bruno Micanti, G. I. Manlio Nico, P. M. Elio Siggia) legge la sentenza, di fronte ad un plotone di inviati speciali dei principali organi di informazione italiani. Cesare Mastrella viene riconosciuto colpevole dei reati ascritti e poiché – diceva Totò – è la somma che fa il totale, tanto per questa, tanto per quell’altra bricconata, il reo risulta condannato ad anni 20 di reclusione, pene piccole per gli altri imputati. Vent’ anni (in Appello, diverranno addirittura 24), una esagerazione giuridica, manco avesse compiuto la strage degli innocenti come Erode il “giudio”, al tempo di Gesù bambino. In definitiva, per lui, una sorta di “fine pena mai”; infatti al carcerato, il resto della vita non fu sufficiente per riassaporare la libertà. Come per il (Giulio) Cesare romano antico, pure per quest’altro Cesare moderno, mezzo ciociaro, mezzo ternano, vennero le idi di marzo. Lo dissero morto d’infarto. Di sicuro, fu capro espiatorio della concatenazione delle disattenzioni di una Amministrazione pubblica, uscita pressoché indenne da ogni addebito penale. Tranne il ridicolo.





