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Home » Aeroporto di Perugia, dai voli continentali al… treno a vapore
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Aeroporto di Perugia, dai voli continentali al… treno a vapore

admin05 Mins ReadOttobre 21, 2016
 

Di Francesco Castellini – Allacciate le cinture di sicurezza: un altro sogno sta per precipitare. Dopo quattro anni di voli pindarici l’Umbria è costretta a tornare coi piedi per terra e per chi non ci sta e non si accontenta, l’invito è quello di prendersela in carrozza.

L’effetto propulsivo dei 42,5 milioni di euro investiti sull’aeroporto di Sant’Egidio è andato esaurendosi in fretta, fino al punto che ora la giostra viene pesantemente ridimensionata. E pensare che per quasi un lustro sopra la città del Poverello è stato tutto un via vai di aeromobili colorati, capaci di disegnare in cielo una raggiera di voli nazionali e continentali. Tutto sembrava andasse bene, tant’è che in molti s’erano illusi che finalmente questa terra di mezzo, che mai aveva avuto l’onore di essere stata così ben collegata al mondo, avrebbe approfittato di questa via privilegiata per uscire dall’atavico isolamento per farsi meglio “penetrare” da imprenditori, turisti, pellegrini e visitatori, così come auspicava da tempo e come di certo si merita davvero.

 

Ma tant’è “volare è un sogno che si possono concedere in pochi” e noi, a quanto sembra, non ce lo possiamo più permettere tanto. A provocare l’effetto “doccia gelata” sono state le fredde parole della presidente Marini. «Purtroppo – ha detto la governatrice – il numero dei passeggeri non garantisce il futuro dello scalo e dunque la vera sfida dell’Umbria ora sarà tutta nel collegamento ferroviario dell’Alta Velocità». Non siamo arrivati all’elogio dei treni a vapore ma poco ci manca. Un cambiamento di rotta repentino. Che stupisce ancora di più se si considera che a sancire l’affossamento della centralità del “San Francesco” sia la stessa che nel 2012 aveva inaugurato l’aeroporto in pompa magna, definendola «un’opera strategica per lo sviluppo della regione». Ma si sa l’Umbria, appesantita da un accumulo di dati negativi, da tempo non riesce più a decollare da sola. E dunque la massiccia cancellazione dei voli da Sant’Egidio rende praticamente impossibile il raggiungimento di quei 400/500 mila passeggeri che avrebbero potuto permettere il bilancio in pareggio, condizione indispensabile per poter vendere il 40% delle quote a soci privati, per poi proiettarsi verso quel milione di passeggeri che il ministro Delrio ha posto come condizione indispensabile per mantenere vivi gli aeroporti nazionali.

E così, in attesa che da queste parti fra una decina d’anni sfrecci l’Alta Velocità, è già tutto un declinare di responsabilità e un susseguirsi di scambi di accuse. Secondo fonti della Regione questo atterraggio forzato è il risultato di una guerra tra compagnie ed anche frutto nefasto della tassa sui biglietti messa dal Governo, che peserebbe “e parecchio” sulle tariffe dei “Low Cost”, inducendole ad abbandonare destinazioni e scali ritenuti secondari.

Ma a ben vedere questa crisi viene da lontano, da quando tutta la questione degli aeroporti era rimasta per decenni impantanata sulla “piastra logistica” Perugia-Foligno di lorenzittiana memoria, che ha succhiato come un’idrovora un mucchio di soldi pubblici e provocato ritardi nefasti. E c’è inoltre da dire che se da una parte il fattivo impegno del presidente dello scalo Mario Fagotti (oggi dimissionario) e del direttore Piervittorio Farabbi, ha fatto assistere ad un periodo di crescita, (225mila passeggeri), il maggiore dello scalo, sul fronte politico e strategico poco è stato fatto per rimuovere i nodi strutturali che interessano il territorio. Basti ricordare che il Piano Regionale dei Trasporti è stato approvato con due anni di ritardo e che in Aula c’è chi lo aveva apostrofato come un vero e proprio “libro dei sogni”: “con la Ferrovia centrale umbra chiusa nella parte nord della regione e nel ternano; con la E45 eterna groviera; e con l’Alta Velocità che ancor oggi è difficile capire se passerà mai in Umbria”.

Che fare dunque? Se a questo punto appare difficile o comunque più arduo il processo di privatizzazione, va da sé che ora occorre pensare di imboccare altre rotte inesplorate. Nel momento in cui si discute di macroregioni “sposarsi” con le Marche potrebbe non rivelarsi sbagliato. L’apertura di una parte significativa della strada che collega i due capoluoghi, potrebbe ridurre (a lavori ultimati anche nel settore marchigiano) a 45 minuti il tempo necessario per collegare Perugia e Ancona. E se lo scalo marchigiano perde (100 milioni di euro), più di Sant’Egidio (35 milioni di euro), risparmiare, potenziando i servizi, farebbe comodo a tutti, fino al punto che ottenere quel movimento passeggeri vicino al fatidico milione non rappresenterebbe più una mera utopia.

Ma su tutto incombono nubi gravide di cattivi presagi e cariche di sospetti legittimi. Per esempio cosa pensare degli importanti interventi di ampliamento dell’aeroporto di Firenze? Che non sia anche quello motivo di ingerenza occulta capace di indurre certi politici a guardarsi indietro piuttosto che avanti? E poi cos’è questo colpevole immobilismo? Negli ultimi anni la Sase, la società che gestisce l’aeroporto, partecipata dalla Regione attraverso Sviluppumbria, ha fatto registrare perdite pesanti e va da sé che non si può più stare a guardare il mondo da un oblò. E per questo è necessario nominare immediatamente i vertici gestionali ed istituire un bando per far sedere al tavolo società private. Serve far entrare subito un socio privato, professionalmente credibile, un manager dalla comprovata esperienza nel settore, al quale affidare ampi poteri gestionali, magari sottraendo la cloche ai soliti boiardi di Stato. E sul fronte “torre di controllo” che la politica torni ad essere attenta, partecipe, propositiva, e dunque a trovare il coraggio e l’abilità di programmare e decidere. I sogni hanno bisogno di ali, vale a dire di intelligenze e spinte propulsive per poter volare in alto, e non c’è dubbio alcuno che l’aeroporto rappresenti forse la leva principale per risollevare l’Umbria. Altro che i treni a vapore…

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