
Un progetto di “Liber cantus” di Vladimiro Vagnetti con Fondazione Perugia e Arcum
Pochi pomeriggi fa, a s. Antonio, per i concerti che Salvatore Silivestro realizza per “La grande classica al Borgo”, un incredibile e imprevisto concorso di pubblico ha sottolineato l’importanza della riscoperta di un compositore perugino che ha insegnato musica a intere generazioni di maestre. L’operazione di recupero si deve a Vladimiro Vagnetti, una delle figure di spicco nella vita corale umbra per essere a capo di una delle formazioni storiche cittadine, i “Cantori di Perugia” e un organismo di prestigio come “Liber cantus”. Due anni fa, nell’aula magna di Palazzo Gallenga si tenne un concerto commemorativo promosso dalla AGiMus in ricorrenza del cinquantesimo anniversario della scomparsa del didatta e compositore, molto apprezzato per le sue frequentatissime trascrizioni dei canti della tradizione popolare umbra. In tale contesto Vagnetti fece conoscere i canti nella reale veste con cui li aveva realizzati Bartolini, prima di vedere la sua opera in certo modo deformata in successive fasi di adattamento dei brani. La ragione ce la spiegò allora Vagnetti: la veste armonica di Bartolini era troppo preziosa, troppo raffinata e complicata per le ugole di cantori non professionali. Di conseguenza, il monarca della vita corale umbra, padre Evagelista Nicolini, per i suoi concerti con i “Cantori di Assisi”, pensò bene di ricorrere a don Amedeo Berardi, apprezzatissimo musicista di chiesa. In tale veste, funzionalmente semplificata, la voce dei cantori umbri di tante formazioni territoriali, godette di una esecuzione agevolata e comunque molto funzionale. Ma per Vagnetti, studioso che dall’oboe ha arricchito la sua formazione con la laurea in specifiche competenze polifoniche, diventando inoltre uno dei discepoli di elezione del grandissimo Gary Graden, si pose a quel punto l’interrogativo di quel fosse la reale veste di una musica elaborata, dalla tradizione popolare iniziale, alla veste polifonica accademica. Il confronto con la famiglia Bartolini, Francesco, il figlio e Claudia Carreras, la nuora del maestro, ha consentito l’apertura dell’archivio di famiglia dove venivano conservati una decina di faldoni zeppi di musica. Era il frutto di una vita operosa di un giovane perugino che aveva ricevuto i primi rudimenti di musica dal padre violoncellista, ma che poi era stato scaraventato, nel mezzo degli studi, nel tritacarne della Grande Guerra. Al ritorno, ferito e decorato, il sergente maggiore Bartolini aveva ripreso i suoi studi al Conservatorio Martini di Bologna, conseguendo, tra il ’28 e il ’35 i diplomi di composizione, direzione d’orchestra e l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole. Fino dal ’63 fu docente al Magistrale “Pieralli”, dove intere generazioni di futura maestre hanno ricevuto i frutti della sua maieutica. Divenuto figura centrale nella vita musicale cittadina, Bartolini esercitò una vera e propria attività etnomusicologia frequentando le campagne umbre alla ricerca delle antiche testimonianze vocali. Quel che si trovò davanti era comunque un prodotto ibridato dalla percolazione della musica colta, dato che nel paese del melodramma sette-ottocentesco, si era smussato tutto quel che di originario poteva esserci dei succhi del distillato popolaresco. Era comunque un corposo retaggio di melodie e di piccole polifonie che andavano organizzate. Gli studi nella “dotta” Bologna ponevano il maestro perugino nelle condizioni di adottare anche armonizzazioni complesse che, nello spirito originario, riflettessero comunque la peculiarità degli sfondi originari: di qui un pannello di polifonie che in qualche modo resero necessaria il resettaggio di cui Vladimiro voleva restituire la fragranza.

Con lo spirito decisionista che lo caratterizza Vagnetti ha dato inizio a un progetto ambizioso la cui portata è stata subito recepita da Fondazione Perugia, nell’ambito del progetto “Canti del passato, divulgazione di nuove fonti corali del repertorio umbro”. Ne sono scaturiti, come si diceva, due prodotti di estremo interesse, un testo pubblicato da “Joelle edizioni” e un cd registrato, nel febbraio del di quest’anno a san Pietro a cura di “Armel musica”, con una copertina, veramente evocativa, di Francesco Quintaliani. L’ampio volume a stampa raccoglie, in centoventiquattro pagine, la totalità delle polifonie di Bartolini restituite nella veste originaria dall’accurato lavoro scientifico realizzato da Vagnetti. Una veste grafiaca chiara e funzionale, con le armonie originali e i tanti spunti melodici che restituiscono dignità a un musicista che tanto aveva amato la sua terra e le sue tradizioni. E spuntano i tanti titoli che tutti i cantori umbri conoscono, dalla “Pasquarella” al “Passatore”, dall”Invito” allo “Stornello del silenzio”. Ma soprattutto è importante il contesto in cui si leggono gli spartiti e le partiture, ovvero l’ampio apparato critico disposto in apertura di volume. Prima di tutto la prefazione di Paolo Pizzichelli, presidente di “Liber cantus”, la introduzione di Carlo Pedini, presidente Arcum, e il ricco profilo biografico steso dalla cognata del maestro, la citata Claudia Carreras. Il presidente della Feniarco, Ettore Galvani traccia in quattro pagine, un succoso percorso attraverso la bibliografia di quanti, dal secolo scorso, si sono fatti carico dello studio dei canti umbri, dal Marcoaldi al Grifoni e al Mazzatinti, collocando l’operosità di Bartolini tra gli innovatori della vera ricerca sul campo del suono, come Diego Carpitella e Tullio Seppilli. Vladimro, da parte sua, si è giustamente riservato la narrativa di come sia giunto a questa epocale rivisitazione di un “corpus” musicale restituito alla sua dignità e alla sua storicità. Uno studio il suo che ripercorre stile, fortuna e “tradimenti” e colloca ogni canto nel contesto più idoneo per una corretta fruizione. Il giovane Eugenio Monni fa dialogare tra loro le figure di padre Nicolini, di don Amedeo Berardi e di Bartolini, tracciando un interessante parallelismo tra arricchimento colto e linearità e chiarezza come ognuno dei personaggi ha saputo rivestire nella propria operatività. In sintesi un lavoro prezioso e dalla riconoscibile competenza scientifica che Fondazione Perugia ha propiziato e che la intera comunità musicale umbra apprezzerà come merita.
Stefano Ragni




