
Concluse le manifestazioni per il 40esimo anniversario della scomparsa del Maestro. Le parole del prorettore Francesco Asdrubali
Ieri pomeriggio, per l’apertura della “Notte dei ricercatori”, il duo pianistico che, con il mio collega Giuseppe Pelli abbiamo dedicato al nostro Maestro, Tullio Macoggi, una serie di concerti molto articolata che si era aperta il 28 maggio al Conservatorio di Milano dove Macoggi aveva studiato e si era diplomato, appena diciassettenne, prima di iniziare una lunga carriera di camerista di successo. Successivamente abbiamo ricordato il Maestro in una città dove aveva più volte suonato col giovane Uto Ughi, Venezia, accolti dalla sezione AGiMus di Letizia Michielon e ospitati a palazzo Abrizzi-Capello. Il 25 abbiamo ricordato la significativa presenza di Macoggi a Villa Durazzo a santa Margherita Ligure un luogo prestigioso dove per due decenni il Maestro ha esercitato il suo magistero sul pianoforte Tallone, il numero 9, prodotto dallo storico artigiano che costruiva ogni suo strumento con un lavoro personale e dedicato. Sulla medesima tastiera, messaci a disposizione da Alessandro Magnasco, aveva insegnato anche Arturo Benedetti Michelangeli, antico compagno di studi.

Ora, l’appuntamento di ieri, per Sharper, ci ha consentito di sottolineare come la figura di un Maestro come Macoggi sia stata, anche per noi fortunati, una circostanza rara e forse di cui, allora, non ci siamo resi conto in maniera consapevole. Studiar per dieci anni con lo stesso didatta ci ha consentito di crescere, seppure a distanza di una generazione, coinvolti in un progetto formativo di rarissima applicazione. Studiare il pianoforte con un musicista che considerava la tastiera come la tavolozza di tutti i i colori e gli aromi della natura è una esperienza che con Giuseppe abbiamo condiviso in un percorso di continue acquisizioni su cosa voglia dire pensare la musica attraverso il grande respiro dell’ambiente naturale. Ogni lezione del Maestro, che si trattasse di Bach, di Brahms e di Bartok, partiva dalla conservazione del fatto che ogni suono che producono le corde del pianoforte, è inserito in un grande processo naturale che fa del mondo naturale un immenso accordo di una musica “inaudita”. Come se si parlasse di “Musica delle sfere”, dove i pianeti e gli astri erano riflesso degli echi di una armonia universale, così Macoggi pontificava senza essere un Keplero o un Athanasiu Kircher, forte della sua esperienza di uno che fin da giovane aveva associato il suo camminare tra boschi e valli della nativa Lombardia, come se fosse la tappa di un “musicare” peripatetico. Per noi che allora eravamo ragazzi, certe cose potevano sembrare stravaganti, come quando, per quanto ricordo, qualche volta in primavera, alla fine delle lezioni in Conservatorio, Macoggi mi invitava a salire con lui in Lambretta, parcheggiata nel cortile di via Fratti, per raggiungere luoghi dei dintorni di Perugia, esotici per me, come la Val Molinella e i ruderi del castello di Velenzino, dove allora la strada, letteralmente, finiva. Ora sono resort di lusso e sono luoghi recintati e inaccessibili, ma allora voleva dire proseguire una lezione sulla prima Ballata di Brahms, l’opera 10, sulle rive di un ruscello gorgogliante, a farsi spiegare cose volesse dire suonare un frase musicale come se scaturisse direttamene da quelle acque incontaminate. A Santa Margherita Giuseppe ricorda di un percorso pedemontano di oltre due chilometri per raggiungere e piedi Villa Durazzo. Camminando Macoggi anticipava i contenuti della lezione e additando la superficie del mare, e produceva mille immagini che poi sarebbero diventate, sulla tastiera del Tallone, la realtà di fraseggi e sfumature.

Difficile ancora oggi spiegare questa fantasiosa didattica, una specie di manuale di Saint-Exupery, da sfogliare alla scoperta di un continuo pullulare di immagini. Ci consideriamo fortunati, Giuseppe ed io, di aver vissuto questa incredibile esperienza, che, al netto da certe stravaganze che pur erano presenti nella personalità del Maestro, lo rendevano un personaggio unico e stimatissimo nel mondo della musica italiana. Basti pensare alla considerazione di cui era circondato a Villa Durazzo, una memoria che ancora persiste sotto l’ombre di quegli altissimi pini: da qui la superficie del mare, appare come inquadrata da due quinte verdi. Si fa tanto parlare oggi del benessere della natura, dell’importanza del bosco, del camminare sotto le volte arboree, dove i terpeni producono gli effetti di benessere. Passeggiare nell’ambiente , alla aria aperta, è una terapia “verde” di incontestabile efficacia. Ebbene, Macoggi è quel che ha fatto con tutti noi che siamo stati suoi allievi. Gliene siamo grati e vorremmo che la sua esperienza, la sua particolare maieutica, potesse essere trasmessa a queste generazioni di giovani sempre più disorientati tra cattivi maestri e disagio di una società che non sa offrire più il sapore di una educazione fragrante. Con questa piccola “tournée” abbiamo fatto il possibile per ricordarla.
Stefano Ragni





















