Le riflessioni del maestro In Sang Hwang
Ieri sera, nella chiesa di santo Spirito, mentre ascoltavano la conclusione della messa vespertina, ci chiedevamo come mai fossero state cambiate in questi ultimi anni alcune parole del “Padre nostro”, quella frase che dice “Non ci indurre in tentazione” modificata in una allocuzione più acclive e consonante. La risposta è disarmante e perfettamente legittima; più dell’ ottanta per cento degli italiani non sa cosa significhi “indurre” e nella sua vita non ha mai usato e mai userà questo verbo.
Solo così possiamo capire e condividere la riflessione del maestro del coro “Spirito Santo Volumnia”, il coreano In Sang Hwang, per gli amici e i collaboratori Beniamino. Mentre milioni di telespettatori stanno incantati e imbambolati davanti al televisore chiedendosi cosa conterrà un pacco e cercando di indovinare le lettere di un cruciverba, che farà fioccare milioni di euro nelle tasche di un fortunato, ci sono persone che stanno cantando in un coro, per un concerto, alle diciannove, dopo la celebrazione liturgica. Ma loro stavano in chiesa dalle cinque per mettere a punto l’esecuzione, e il freddo che avvolgeva la chiesa non era molto mitigato dai caloriferi pur presenti nel vastissimo edificio. Questo fa parte della preparazione di un cittadino che scelga il coro polifonico come parte determinante della sua vita di relazione, una forma associativa virtuosa che produce solo una grande quantità di sacrifici che vanno dalle ore di studio, agli spostamenti, al parcheggio, al lavoro, alle esigenze di mettere l’impegno in relazione con la famiglia. Il tutto magari condito con i rimproveri del maestro che non è mai contento del rendimento, della intonazione, della concentrazione durante le prove. Alla fine ci si chiede chi te lo faccia fare. La risposta te la può fornire qualunque cantore, che sia un pensionato, un commercialista o una farmacista: il piacere di cantare insieme, che per qualcuno è una forma di preghiera, per altri è un modo di consumare insieme una porzione di tempo che si considera privilegiata e preziosa. E questo è l’eroismo quotidiano di chi canta in un coro amatoriale. In città ce ne sono tanti, anche troppi, ma sono formati da persone anziane e le tinte grigie dei capelli prevalgono sulle chiome brune. Forse perché siamo consapevoli di questa situazione abbiamo apprezzato ancor più il momento in cui il maestro Beniamino si è rivolta al pubblico, dicendo, in poche parole. Oggi siamo pochi, la metà di noi è a letto con l’influenza, non abbiamo i giovani per sostenere la nostra formazione e cantiamo per un pubblico che ha praticamente la nostra stessa età. Il che vuol dire che, ameno qui da noi, non c’è futuro. Forse alcuni di noi hanno seguito le intervista giornalistiche con cui Corrado Augias, il simpatico giornalista che a novanta anni suonati ha pubblicato un libro sulla importanza della musiva classica. Da Feltrinelli ce ne era una pila di copie, ma non sembra che il livello sia diminuito. Nella sue esternazioni Augias sostiene che anche la chiesa non ha evitato il processo di decadimento delle attività musicali e corali: nelle messe si canta una musica lamentevole, secolarizzata su modelli ripetitivi di standard non dissimili dalle canzonette pop, lontani anni luce dalla gloriosa eredità della polifonia romana de secoli aurei. Si è dimenticata, la chiesa, della eroica affermazione del canto gregoriano, il cuore musicale pulsante della storia di un continente che ha prodotto una civiltà di democrazia e di rispetto umano cui ancora oggi godiamo gli ultimi barlumi. E poi il significato della “sacralità”, più volte affermato da papa Benedetto. Che oltretutto il pianoforte lo sapeva suonare. Se sei in un luogo dove si respira afflato religioso e cerchi una alternativa allo squallore del quotidiano, non puoi ascoltare strimpellare chitarre con ragazzi che ragliano come a una festa di paese. Riflettevamo su questo mentre ascoltavamo le parole di Beniamino: nessuno gliele aveva chieste, ma sono sgorgate dal cuore di un uomo che sulla propria pelle esperimenta il quotidiano delle impervie difficoltà di chi oggi affronta la musica corale. Che poi dovrebbe essere la voce di noi tutti, in quanto partecipi della assemblea della umanità.
Ringraziamo quindi il maestro In Sang Hwang e continuiamo ad apprezzare il suo impegno per la musica perugina. I suoi cantori si sono prodigati in una bella serata con un programma molto piacevole che comprendeva musiche della modernità legate alle ricorrenze natalizie, dai canti di John Rutter, il musicista “cantabrigensis” insignito del titolo di Sir, che gode della massima popolarità ne mondo della coralità internazionale con una serie di titoli venduti a milioni di copie a stampa e confortato dalla presenza delle sue opere in tutti i festivals del mondo. Si può discutere sulla qualità della sua ispirazione i sui risultati delle sue riflessioni, ma ai cori piace cantarle e al pubblico ascoltarle. Dopo quattro numeri di Rutter, il polifonico Santo Spirito Volumnia ha presentato, con il sussidio del piansita Andrea Burini, un giovane solista, il basso Andrea Venturi che ha affrontato una suggestiva pagina con cui il Rossini dei “Pechées de vieillesse” cantava il suo Natale, una riflessione con una tastiera molto flessibile nella liquidità armonica e un coro variamente cangiante nelle enarmonie, preziosa di inganni e di suggestioni. Due negro-spirituals venivano dedicati al caro don Saulo, assente perché convalescente dal malore della settimana scorsa. Lo abbiamo sentito presente tra noi con la sua umanità, e lo abbiamo salutato con il pezzo conclusivo, lo struggente “Noel chrétien” con cui tutti abbiamo preso congedo, anche per quest’anno, dalla ricorrenza delle Epifania del Divino. Pregevoli i brani dello stesso Beniamino, sia il sacro “L’anima mia loda il Signore”, sia il gustosissimo “pastiche”operistico-sinfonico del bis. Ora via nella quotidianità, in attesa, che, marzo torni un dei maestri della coralità internazionale, lo svedo-americano Gary Graden, graditissimo ospite della Sagra Musicale umbra, che a marzo sarà impegnato in un breve corso corale a Foligno.
Stefano Ragni





