Il Pil pro capite resta del 13% sotto la media nazionale, ma l’indice multidimensionale elaborato dalla Banca d’Italia sui dati Bes colloca la regione circa 11 punti sopra l’Italia. Dal 2018 al 2024 il benessere cresce del 16%. Fiducia nelle istituzioni, partecipazione e soddisfazione sul lavoro sono i punti di forza.
La vera domanda è economica: perché questo capitale sociale non riesce ancora a trasformarsi in più produttività e salari? Dall”indagine Bes emerge un’Umbria dei conti economici e un’altra che appare quando, oltre al reddito, si misura come si vive. E le due fotografie non coincidono.
Nella prima, quella tradizionalmente affidata al Pil, la regione continua a inseguire. Nel 2024 il Pil pro capite umbro è stato pari a 32.467 euro: assumendo l’Italia uguale a 100, l’Umbria si ferma a quota 87. Anche il reddito disponibile pro capite resta leggermente inferiore alla media nazionale: 22.524 euro contro 23.155. Sono differenze tutt’altro che astratte: si riflettono sulla capacità di consumo e di risparmio delle famiglie, sui salari e, più in generale, sulla quantità di valore che il sistema produttivo riesce a generare.
Eppure, cambiando indicatore, cambia nettamente anche il racconto. Oltre il Pil, l’Umbria sale sopra la media: La Banca d’Italia, nel rapporto 2026 sull’economia regionale, ha elaborato 120 indicatori territoriali del Bes dell’Istat, aggregando i dodici domini ufficiali in quattro grandi aree: economia e lavoro, relazioni e istituzioni, capitale umano e sociale, qualità del contesto e ambiente. A questi si aggiunge un indice sintetico complessivo, denominato r-BES.
Il risultato è quasi speculare rispetto al Pil: nel 2024 l’indicatore complessivo dell’Umbria si colloca circa 11 punti sopra la media italiana, fissata a 100, e anche al di sopra di quella del Centro. I vantaggi più marcati riguardano soprattutto la qualità del contesto e dell’ambiente e le relazioni e istituzioni.
Il dato forse più interessante, tuttavia, riguarda la dinamica. Tra il 2018 e il 2024 l’r-BES umbro è aumentato del 16%, contro l’11,8% del Centro e il 12,1% dell’Italia. La Banca d’Italia indica proprio nelle relazioni e nelle istituzioni il contributo più importante al vantaggio accumulato dalla regione.

In altre parole, non siamo davanti semplicemente a una regione relativamente povera che “si consola” con la qualità della vita. I numeri raccontano qualcosa di più complesso: alcuni fattori di benessere sono migliorati più rapidamente che nel resto del Paese.
Gli umbri si fidano di più delle istituzioni
Nel quadro Bes, nel 2024 la fiducia nel Parlamento raggiunge in regione 4,8 punti su dieci, contro 4,7 della media nazionale; quella nel sistema giudiziario è pari a 5,1 contro 4,9, mentre Forze dell’ordine e Vigili del fuoco arrivano a 7,7 contro 7,4. La fiducia nei partiti politici rimane invece bassa e sostanzialmente allineata al dato italiano. È quindi difficile parlare di un generico entusiasmo per la politica: sembra emergere, piuttosto, una valutazione relativamente migliore di alcune istituzioni legate a sicurezza, giustizia e funzionamento dello Stato. Istat conferma inoltre che, a livello nazionale, Forze dell’ordine e Vigili del fuoco rimangono tra le istituzioni che raccolgono stabilmente i livelli di fiducia più elevati. (Istat)
La differenza non sembra neppure un tratto immutabile della società umbra. Rispetto alla metà dello scorso decennio la posizione relativa della regione è migliorata, mentre sul fronte della giustizia civile si registra anche un risultato concreto: la durata media dei procedimenti è scesa dai 522 giorni del 2014 ai 401 del 2024, al di sotto della media italiana di 447 giorni.
Anche la partecipazione elettorale rafforza questo quadro. Alle Europee del 2024 ha votato in Umbria il 60,8% degli aventi diritto, contro il 49,8% nazionale e il 52,5% del Centro. L’Istat evidenzia per la regione un vantaggio di oltre undici punti rispetto alla media italiana. (Istat)
Naturalmente votare di più non significa automaticamente fidarsi di più. Ma partecipazione e fiducia raccontano entrambe un rapporto con la dimensione pubblica più intenso rispetto a molte altre aree del Paese.
Il secondo paradosso: salari più bassi, lavoratori più soddisfatti

Qualcosa di simile accade nel mercato del lavoro.
Secondo l’elaborazione della Camera di Commercio dell’Umbria su dati Istat, il 57,5% degli occupati umbri assegna valutazioni elevate – tra 8 e 10 – a un insieme di aspetti della propria occupazione: dal guadagno alla stabilità, dall’orario alla distanza casa-lavoro, dalle prospettive professionali all’interesse per ciò che si fa. Solo Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta fanno meglio. La quota nazionale si ferma al 51,1%. (Camera di Commercio dell’Umbria)

Il risultato sorprende perché convive con un handicap economico ben noto: le retribuzioni umbre rimangono sensibilmente inferiori alla media italiana.
È un’apparente contraddizione che suggerisce quanto la qualità percepita di un lavoro non dipenda soltanto dalla busta paga. Stabilità, sicurezza, tempi di vita e possibilità di conciliazione possono pesare molto nel giudizio complessivo. Ma sarebbe sbagliato trasformare questa soddisfazione in un alibi: salari, produttività, part-time involontario e impiego di laureati in mansioni inferiori alle qualifiche restano nodi strutturali dell’economia regionale. La stessa Camera di Commercio sottolinea come il primato nella soddisfazione conviva con criticità significative.

Il capitale invisibile che non compare nel Pil
Fiducia, funzionamento delle istituzioni, partecipazione e qualità delle relazioni possono essere considerate una sorta di infrastruttura immateriale. Non producono automaticamente ricchezza e non possono sostituire investimenti, innovazione, capitale umano o imprese competitive. Ma possono ridurre l’incertezza, rendere più semplice la cooperazione, abbassare alcuni costi di transazione e creare un ambiente più favorevole alle decisioni di investimento.
Non si tratta soltanto di una suggestione. Uno studio della Banca d’Italia di Mario Cannella, Marco Mancinelli e Sauro Mocetti ha costruito un indicatore della qualità del contesto istituzionale delle regioni italiane partendo da circa 50 misure, relative tra l’altro a Pubblica amministrazione, giustizia, integrità e servizi, rilevando una relazione significativa tra qualità istituzionale e crescita economica. (Banca d’Italia)
Lo stesso tema è al centro delle ricerche di Daron Acemoglu, Simon Johnson e James A. Robinson, premiati con il Nobel per l’Economia 2024 proprio per gli studi su come le istituzioni si formano e influenzano la prosperità. Il loro lavoro riguarda confronti internazionali e processi storici molto diversi dal caso umbro e non autorizza semplici trasposizioni. Ma offre una chiave interpretativa utile: la qualità delle istituzioni è anche una variabile economica, non soltanto politica.
La domanda decisiva: perché il vantaggio sociale non diventa crescita?
La regione dispone, secondo gli indicatori Bes, di un capitale relazionale e istituzionale superiore alla media e mostra una crescita del benessere più veloce del Paese. Allo stesso tempo continua però ad avere Pil pro capite, salari e capacità produttiva inferiori alla media nazionale.
Il problema, dunque, non è scegliere quale delle due rappresentazioni sia “vera”. Lo sono entrambe.
Il Pil dice quanto valore economico viene prodotto. Il Bes prova a descrivere condizioni di vita che il Pil non riesce a misurare: ambiente, sicurezza, relazioni, istruzione, salute, fiducia, servizi. Confondere i due piani sarebbe un errore; metterli insieme, invece, permette di formulare una domanda molto più utile.
Se l’Umbria dispone realmente di fiducia, coesione e qualità istituzionale superiori alla media, perché questo patrimonio non riesce ancora a tradursi in maggiore produttività, investimenti, innovazione e retribuzioni?
È forse questa la vera partita dei prossimi anni. Non utilizzare il benessere per giustificare la minore crescita, ma capire se quel capitale sociale possa diventare uno degli strumenti per colmare il divario economico.















