Dal voto storico dei cittadini UE alle divisioni tra Stati: ecco cosa frena davvero l’abolizione dell’ora legale in Europa
Nella notte tra sabato 28 e domenica 29 marzo 2026 in Italia entrerà in vigore l’ora legale. Alle ore 2:00 le lancette degli orologi dovranno essere spostate in avanti di 60 minuti, posizionandosi sulle 3:00. Il cambio di orario ha lo scopo di ottimizzare l’utilizzo della luce naturale durante i mesi più caldi, riducendo di conseguenza i consumi di energia elettrica.
Questo regime orario resterà in vigore per sette mesi. Nell’immediato comporterà un’ora di sonno in meno, determinando poi un impatto diretto sui ritmi quotidiani: le prime ore del mattino saranno caratterizzate da una minore presenza di luce solare, mentre la fascia di luce pomeridiana e serale risulterà più estesa. Il ritorno all’ora solare è già fissato per l’ultima domenica di ottobre, ovvero nella notte tra il 24 e il 25 ottobre 2026, quando le lancette andrannCome aggiornare i dispositivi
Le modalità di aggiornamento dell’orario variano in base alla tecnologia utilizzata:
- Regolazione automatica: su smartphone, tablet, computer e smartwatch costantemente connessi a internet, il passaggio all’ora legale avverrà in modo autonomo durante la notte, senza necessità di alcun intervento da parte dell’utente.
- Regolazione manuale: sarà necessario aggiornare manualmente l’orario su orologi analogici da parete o da polso, sveglie tradizionali e dispositivi elettronici privi di connessione di rete, come i display degli elettrodomestici meno recenti e le plance di alcune automobili.
- l dibattito sull’abolizione del cambio dell’ora continua a riemergere ciclicamente, ma il vero nodo resta irrisolto a livello europeo. Non si tratta solo di una scelta tecnica o di preferenze nazionali: la questione coinvolge direttamente il funzionamento del mercato unico, i trasporti e la vita quotidiana di milioni di cittadini.
Tutto prende forma nel 2018, quando la Commissione europea avviò una consultazione pubblica senza precedenti. A partecipare furono circa 4,6 milioni di cittadini europei, un numero record che rese evidente quanto il tema fosse sentito. Il risultato fu netto: l’84% degli intervistati si dichiarò favorevole all’abolizione del cambio semestrale tra ora solare e ora legale, ritenuto da molti fonte di disagi, soprattutto per la salute e i ritmi biologici.

Sulla spinta di questo orientamento, nel 2019 il Parlamento europeo approvò una proposta che prevedeva la fine del cambio dell’ora e lasciava ai singoli Stati membri la possibilità di scegliere se adottare permanentemente l’ora solare o quella legale. L’idea era quella di rispettare le diverse esigenze geografiche e culturali dei Paesi europei.
Tuttavia, proprio questo margine di autonomia si è trasformato nel principale ostacolo. Gli Stati membri non sono riusciti a trovare un accordo condiviso, e il dossier si è progressivamente arenato in sede di Consiglio dell’Unione europea, l’organo che rappresenta i governi nazionali.
A complicare ulteriormente la situazione è intervenuta la pandemia da Covid-19, che ha inevitabilmente spostato le priorità politiche ed economiche, facendo passare in secondo piano una riforma considerata non urgente. Ma anche superata l’emergenza sanitaria, le divergenze tra i Paesi restano profonde.
Il problema centrale riguarda il coordinamento. Se ogni Stato decidesse in autonomia quale orario adottare, si rischierebbe una frammentazione del sistema dei fusi orari in Europa. Paesi confinanti potrebbero ritrovarsi con orari diversi, creando un effetto “a macchia di leopardo” difficile da gestire.
Le conseguenze sarebbero tutt’altro che marginali:
- Trasporti e logistica: orari di treni, voli e merci diventerebbero più complessi da coordinare;
- Mercato interno: aziende e lavoratori transfrontalieri potrebbero trovarsi a operare con differenze orarie variabili;
- Servizi e comunicazioni: anche attività quotidiane e relazioni economiche tra Paesi verrebbero complicate.
Inoltre, esistono differenze significative tra Nord e Sud Europa. Nei Paesi settentrionali, dove le ore di luce variano drasticamente tra estate e inverno, l’abolizione del cambio dell’ora potrebbe avere effetti diversi rispetto ai Paesi mediterranei, dove la variazione è meno marcata. Questo rende ancora più difficile trovare una soluzione unica che soddisfi tutti.
C’è poi un ulteriore elemento spesso sottovalutato: la scelta tra ora solare e ora legale permanente non è neutrale. L’ora legale garantirebbe più luce nelle ore serali, con possibili benefici per consumi e attività all’aperto, mentre l’ora solare sarebbe più in linea con i ritmi naturali e biologici. Anche su questo punto, le posizioni tra gli Stati restano divergenti.
Oggi, quindi, nonostante un chiaro orientamento iniziale dei cittadini europei e un primo passo istituzionale già compiuto, la riforma è di fatto congelata. Il cambio dell’ora continua ad applicarsi, e qualsiasi decisione futura dipenderà dalla capacità dell’Unione europea di trovare un equilibrio tra esigenze nazionali e necessità di coordinamento.
In assenza di un accordo comune, l’abolizione resta una prospettiva lontana. E il tempo, paradossalmente, continua a cambiare due volte l’anno.













