
Un’anteprima dei pomeriggi del Lirico Sperimentale con Raffaella Clerici
Pubblico in piedi, tutti a circondare il protagonista, Piero Guarnera, il baritono che tornava quaranta anni dopo il suo debutto spoletino. Alcuni degli spettatori avevano assistito al suo esordio al Teatro Nuovo e volevano manifestare ancora manifestare stima e affetto. E dal momento che Piero non si sottraeva all’abbraccio, sembrava che cominciasse una seconda serata affidata alla sua facondia e alla sua capacità di esternarsi. Una bella soddisfazione per la organizzatrice dell’incontro, Raffaella Clerici, l’archivista che ha trasformato la polvere degli scaffali in filamenti d’oro. Nella certezza che archiviare è importante, ma diffondere è fondamentale e vitale, la dottoressa Clerici, responsabile del fondo Archivistico Belli-Argirs, uno scrigno di documenti che raccontano la vita italiana degli ultimi cinquanta anni, già lo scorso anno aveva promosso sei incontri con le fonti vive della sua biblioteca, da Nera Marmora a un documento vivente, da sfogliare con rispetto, il veterano del Lirico Sperimentale, Renato Bruson. Anche il centenario della nascita di Luciano Berio è stato sottolineato da una bella mostra tenuta nella Biblioteca Comunale, attingendo al ricco repertorio che testimonia la presenza del maestro ligure a una delle più bella realizzazioni del Lirico Sperimentale, la attualizzazione della monumentale “Arte della fuga” di Bach restituita a nuova vita in una versione che fu epocale.

Ora si trattava di allacciare due ricorrenze, i cinque anni dalla scomparso dai Gigi Proietti e i quaranta anni dal debutto di Piero Guarnera in un “Don Pasquale” che, nel 1985, fece furore proprio per la regia di Proietti. Ecco allora Raffaella che ha saldato i due poli e, giovedì pomeriggio, li ha uniti, sia virtualmente che materialmente. Anche perché Piero Guarnera, fratello di un tenore che debuttò con lui e figlio di un grande baritono, Guido, pupillo di Serafin e del mitico tenore Lauri Volpi, era la persona giusta non solo per ricordare il debutto spoletino con le regia di Proietti, ma anche per la possibilità di riprodurre una ricchissima aneddotica nata dalle frequentazioni del grande regista in casa Guarnera, vero cenacolo di artisti nella Roma della grande lirica.

Attingendo ai suoi archivi Raffaella è stata in grado di riprodurre foto di scena, documenti giornalistici e un paio di filmati, recuperati grazie alla bravura di tecnici che hanno operato in difficili condizioni di conservazione del materiale.

Naturalmente è partita dall’inizio, da quando il direttore artistico Michelangelo Zurletti, appena insediato nel 1984, dopo la gestione Frajese, volle dare subito la sua impronta alla stagione del Lirico Sperimentale, convocando a Spoleto un insperato personaggio del mondo dello spettacolo, Gigi Proietti. Lo aveva certamente apprezzato nella “Tosca” con cui il grande comico debuttò nella regia lirica, al Verdi di Pisa. Volerlo a Spoleto fu tutt’uno con una intuizione geniale che poi si è perpetrata nei decenni, perché oggi la regia di una serata d’opera è una componente indispensabile per attirare il pubblico. Lo dimostra l’ultimo successo del Figaro di Brockhaus. A metà anni Ottanta, ricorda la fascinosa bibliotecaria pavese, fu una vera rivoluzione; convocare al Nuovo registi che non fossero tradizionalisti, ma portassero sulle scene vere innovazioni. Tutto sempre per favorire al massimo la fucina dei giovani cantanti che è lo Sperimentale. E raffaella mostra un articoletto del “Corriere della sera” dove Proietti spiegò perché aveva accettato questa Tosca. Nella recensione Proietti ricordava come amici pisani gli avessero proposto un insperato debutto nella regia lirica, e lui, solo dopo dieci minuti, accettò con entusiasmo, nella convinzione che la lirica è teatri nostro, della nostra tradizione: affermando “vuol dire che mi troverò tra le mani degli strani attori, i cantanti”.

Nacque così questo straordinario “Don Pasquale” del settembre dell’85, con un cast di esordienti che si sono tutti afferrnati sulle scene internazionali, Natale de Carolis, Amelia Felle, Piero Guarnera nei panni del dottor Malatesta, il fratello Edoardo, purtroppo scomparse tre anni fa nel ruolo di Ernesto. Dirigeva un altro bel maestro che ci ha lasciato prematuramente, Massimo de Bernart, ma si preparava come sostituto Carlo Palleschi. Purtroppo, ci diceva con dispiacere la dottoressa Clerici, non è rimasto un documento visivo della recita, caso quasi unico nella documentazione del Lirico. Per questo la presenza di Piero Guarnera, testimone diretto acquisiva ancor più valore. Ed eccolo allora, il bel Guarnera, una caratteristica di famiglia, perché quaranta anni di teatro internazionale non hanno intaccato la fisionomia di un ragazzo timido, rispettoso, elegante e attrattivo conservata nei tratti e nello sguardo, ad onta dei quattro decenni passati.
Era un attore che io seguivo da bambino esordisce Guarnera, dopo essersi complimentato coi due ragazzi dello Sperimentale che gli hanno reso omaggio con due arie, Niccolo Lauteri, ternano e Daria Stakovicz, polacca, ambedue in arie mozartiane. Quando Zurletti mi comunicò che ero risultato vincitore del concorso, continua, ebbi il primo incontro con Proietti alla sala Bianca del teatro dell’Opera di Roma, al secondo piano, dove allora si facevano le prove. E la prima cosa che mi dice è che con la voce si canta ma, e qui faceva un gesto particolare, dobbiamo accompagnarla con gli occhi. Dobbiamo stilizzare il personaggio con il gesto, ma la voce non basta, devi coinvolgere il pubblico già da quanto entri. Don Pasquale aspetta Malatesta, personaggio mefistofelico, e mi faceva fare una entrata tipo Mandrake in “Febbre di cavallo” e in attesa di quel “Dunque” si innescava una mimica feroce, frastagliata, spezzata, esasperante. E, ricordava Proietti, se posso improvviso perché ho la tecnica giusta, niente è naturale. Quando ci siamo trasferiti al Nuovo di Spoleto, eravamo in clima di goliardia, ma, attenzione, Proietti ci mise in guardia: da domani si comincia a dare del tu al palcoscenico. Io allora avevo ventitre anni e non potevo avere le conoscenze che ho maturato nel tempo. Ci fece subito un esempio con “Don Giovanni” di Mozart. Lui è un libertino impenitente, ma nell’opera mozartiana ha due autentici momenti di paura, che tu devi trasmettere non con la voce, ma con lo sguardo. La prima volta quando dice alla statua “Verrete a cena?” e la seconda quando realmente il Commendatore si presenta al festino e il Grande di Spagna afferma “Non l’avrei giammai creduto”. La parola vocale non basta, ci vuole lo sguardo, la tensione, l’atteggiamento del corpo. Ma io queste cose le avevo sentite già a casa mia, quando Proietti veniva a cena da mio padre, con un altro commensale eccezionale, Gassmann. Dicevano cose di cui oggi sono del tutto convinto: artisti si nasce, e registi che ti insegnano qualcosa sul palcoscenico, dove puoi dire di aver imparato qualcosa da loro, ebbene, nella mia lunga vita ne ho conosciuti soltanto di buoni a cui far credere di aver seguito le loro direttive. Ricordo ancora
mio padre era stato uno Jago eccezionale, dire a Gassmann una cosa essenziale: lui non è un personaggio torvo, ma è un bello, un piacione, solo che è l’essenza del male. Lo sbagliano tutti quando lo fanno entrare in scena malevolente e sgarbato. E’ bello, invece, dubbioso, profumato, coinvolgente. Questa era la presenza di Proietti nella mia famiglia. Alla luce di questi ricordi, quando mi fu detto che era morto io non volli crederci, perché era l’essenza della fisicità, della vitalità.
Sarà stato un figlio d’arte, Piero, ma il suo posto nella storia del teatro se lo è guadagnato e lo ha dimostrato, giovedì pomeriggio, il clima di attenzione che era riuscito a creare nella sala. Tutti pendevamo dalle sue labbra e aspettavamo ancora che dalle sue parole uscissero ricordi di una vita percorsa nel più alto rispetto che si deve alle attività del teatro. Che, alla fine, come ben sapevano gli antichi greci, era scuola di moralità. Non mancava a questo punto che la voce e anche di questo ha voluto farsi carico il nostro Guarnera, offrendo una pagina immemorabile del teatro di Gigi, “Gastone”, eterna icona di un palcoscenico vissuto con eleganza, ironia e profonda drammaticità. E ha tenuto Piero a cantarci anche una aria di Tosti che Proietti apprezzava enormemente, uno scampolo di quella “Belle epoque” in cui la fascinazione era ammaliamento e desiderio oblio.
Per fortuna Raffaella Clerici ci ha riportato sulla terra con considerazioni molto concrete. I rin grazia menti alle sue collaboratrici abituali, Gloria Bagatti e Lucia Andreini e per la circostanza, Alessandra Bussoletit a Patrizia Tomassini. Ricordando a tutti che questa era solo una “anteprima” e che il cartellone degli incontri sarà diffuso a breve, con una conferenza stampa apposita.
Ci chiediamo se le competenze di Piero Guarnera, uomo fascinoso e artista portatore di una eredità teatrale che ha onorato la lirica per tre generazioni, non possa in qualche modo essere ulteriormente essere messa a disposizione dei ragazzi dello Sperimentale. Perché “ragazzo spoletino”, come sostiene il presidente Calai, lo è stato anche lui.
Stefano Ragni




