
Teatro Caio Melisso in subbuglio di gioia.
Quella di ieri sera non è stata solo uno spettacolo musicale. Attraverso un singolare gioco combinatorio di poltrone ci siamo trovati al Caio Melisso come in uno specchio del tempo, dove il passato si rifrangeva nel presente. Accanto a noi un ospite di eccezione, Marcello Panni, un grande protagonista della Nuova Musica. Oltretutto seduto anche lui vicino a due critici musicali di rilievo come Francesco Arturo Saponaro e Mauro Mariani. Sulla scena uno spettacolo a dir poco singolare, un trittico di Gino Negri, il più eclettico e informale tra i maestri della Nuova Musica, esponente di quella generazione che nella Milano del Piccolo Teatro di Fiorenzo Carpi, Giorgio Strehler e Paolo Grassi, del teatro Gerolamo di Ornella Vanoni, lo Studio di Fonologia di Berio e Maderna, e, sullo sfondo le poesie di Alda Merini e le intonazioni di Giorgio Gaber.

Presentando tre opere brevi di Negri, tutte conosciutissime, ma obliate, affidandole alla regia di un “mostro” del teatro come Pier Luigi Pizzi, lo Sperimentale si era preso un impegno quasi sovradimensionato. Il presidente Roberto Calai ora può rievocare con sollievo l’impatto iniziale con un gigante delle grandi stagioni del melodramma italiano, novantacinquenne, ma con uno spirito e una lucidità intatte. “Eravamo tutti senza parole, e l’inizio non è stato certo confortevole. Perché Pizzi è una autorità e se chiede una Ferrari bisogna portargli in scena un Ferrari. Poi ha prevalso la professionalità e il timore degli allievi-cantanti si è trasformato in entusiasmo. Per noi che siamo una accademia di studio e formazione, proporre ai nostri discenti un confronto col massimo livello del palcoscenico è un dovere. Alla fine della prima Pizzi, Enrico Girardi e io ci siamo abbracciati con le lacrime agli occhi, con la consapevolezza di separarci da un frammento della nostra storia musicale”.

Una emozione, ieri sera, alla terza replica, condivisa dal pubblico del Caio Melisso che si esprimeva con ululati da serata rock e non smetteva di applaudire i cantanti e il maestro Marco Angius, coinvolti in un singolare rito ditirambico come difficilmente si verifica in un ambiente come questo. Merito della musica, innanzi tutto, perché le tre operine di Negri, scritte tra il 1958 e il ’59, sono schegge di un teatro dell’intelletto che nel nostro paese non ha eguali. Bisogno ricorrere agli esempi di Hindemith e di Milhaud per citare qualcosa di analogo. Negri, con la sua personalità ricchissima, un humor alla Satie, una causticità alla Cocteau, disillusione alla Maiakovski, sapeva mordere colleghi e pubblico con denti affilati e avvelenati, ma, come nel caso dei peggiori rettili, avvolti da una patina di liquido anestetico. Proponeva la dodecafonia , ma la disossava, citava gli “Indifferenti” di Moravia ma sembrava un articolo di “Gente”, faceva cantare gli interpreti come discanti dell’Ars Antiqua, ma era un “recitar cantando” allusivo della drammaticità della vita quotidiana. Ha fatto bene Enrico Girardi, dopo il magistrale successo dell’intermezzo di Auletta, una promozione “summa cum laude”, a convocare i suoi studenti, perché di questo ancora si tratta, a un impegno con la modernità, amministrato da un “grande vecchio” che ha l’autorità di un Pontefice. Risultati: tutti in entusiasmo, dal palcoscenico, agli attrezzisti, agli uscieri, che ti accolgono preannunciandoti, mentre ti staccano il biglietto, cosa ti aspetta.

Quando si apre il sipario c’è tutto il Pizzi migliore: sontuoso, decorativo, coerente, comunicante. Esagerato anche, come può ricordare chi si vide travolgere dalle onde del mare dell’Idomeneo di Mozart. Qui il trittico “Vieni qui Carla”, “Il giorno delle nozze” e “Il tè delle tre” è stato opportunamente scansionato come in una successione di tre tinte: il nero, il grigio e il bianco. Illuminati secondo le indicazioni di Pizzi che si è appropriato anche delle luci, abbaglianti per fare risaltare al massimo il pianoforte a coda, la grande scalinata e il divano, di quelli della migliore pubblicità televisiva. Sembra poco, ma ora bisognava farci muovere i cantanti.

Per “Vieni qui Carla”, dalla buca dell’orchestra si alza un cauto mormorio, un ronzio di contrabbasso e il “raglio” di un fagotto. Musica stinta. Si tratta di una serie dodecafonica, oggi una tecnica quasi ostracizzata da un rigurgito razziale. Allora, da noi, era una provocazione, come la adottavano Aldo Clementi, Donatoni, Togni, Maderna, Peragallo. Mentre gli strumenti balbettano dialogando tra loro sotto il gesto calibratissimo di Angius, i cantanti si parlano “a perdifiato”, in una timbrica sospesa e senza riferimenti tonali. Sembra una musica in bianco e nero, asettica e incomunicabile. Come “Gli indifferenti” di Moravia. Leo e Carla si desiderano, ma lui è l’amante della madre, e i loro “madrigalismi” si allacciano come le spire di un boa annoiato. Clarinetto, contrabbasso, vibrafono e batteria. Poi, alla fine, solo il piatto sospeso. Hanno cantato benissimo Gaia Cardinale e Dario Sogos.

“Il giorno di nozze” è una “pièce” che cita “Il telefono” di Menotti, ma la sua consistenza rivela un disagio esistenziale e un vuoto interiore di pericolosa deriva. Marina amerebbe Eusebio, ma alla fine opta per un ricco industriale bergamasco: soldi, auto, gioielli e una casa con piscina. Voce di celesta spesso sullo sfondo, e sembra un brivido, la serie dodecafonica che c’è ma non si avverte, svolazzi della voce, chitarra, suoni di grammofono con canzoni registrate, valzer, marce nuziali citate poi strapazzate sghignazzando. Una cantante che ieri sera era Giorgia Costantino, semplicemente fantastica.

Infine “Il tè delle tre”, una specie di “Neveu de Diderot”. Per Pizzi anche la esaltazione del suo “Viaggio a Reims”, con Ruggero Raimondi, con la citazione di lingue non conosciute, ma masticate, come un Boldi da “commedia all’italiana”. Qui la fantasmagoria di Pizzi non ha avuto limiti ed era il cabaret di lusso era esplicito. Paolo Mascari, il gigantesco killer evaso dal carcere sotto il travestimento di una opulenta cantante era impersonato da Paolo Mascari che forse ha toccato, già ai suoi esordi, il vertice della sua capacità mimica e polivocale, tra falsettoni e barriti, con un gioco di emissioni strabiliante. Vicino a lei/lui, le tre cantanti decrepite, Samuele Merelli al vibrafono, Eleonora Benetti e Francesca Lione. Il compassato pianista era Antonio Vicentini. Ventisei minuto di puro divertimento, con costumi rutilanti e grotteschi, da “Les incroyables”, sfociato nelle ovazioni che si diceva. Complesso Calamani del Lirico Sperimentale e Angius più divertito di tutti.
Durante l’intervallo bastava girarsi un attimo e chiedere a Marcello Panni di ricordarci i suoi momenti di vita milanese. Tra noi era l’unico a poter testimoniare.
“Era la prima volta che andavo a Milano, avevo diciannove anni. Allora c’era solo un pianoforte e un violino fuori scena. E una cantante che non era cantante, perchè Anna Nogara era una attrice. era un po’ tipo Milva. “Un industriale della bassa, della bassa bergamasca”. Ascoltai queste opera dopo un concerto di Berio ai Pomeriggi Musicali, con musiche di Stockausen, Castiglioni. Poi ci spostammo tutti al teatro Gerolamo dove Maderna faceva debuttare Cathy Berberian nel “Tè delle tre” che vedremo adesso. Stasera avrebbe dovuto venire anche Anna Nogaro, ma aveva un po’ di raffreddore e non si è mossa da Manciano. Peccato”
Giriamo ancora le spalle e scambiamo due parola col maestro Saponaro.
“Una serata cabarettistica che ci documenta su una espressione teatrale della Milano anni Cinquanta, pochi elementi, ma nutriti dalle componenti di una cultura che evoca i momenti di quell’epoca. Qualche spruzzo di dodecafonia, suggestioni classiche raffinate, un teatro leggero. Messa in scena elegante e i ragazzi sono molto bravi, e Angius è la sicurezza. Tutto funziona bene. Sono stupito per il progetto scenico di Pizzi che è sempre indovinato, soprattutto per questo tipo di teatro”.
Dopo aver goduto dell’intermezzo di Auletta e assaporato la leggerezza di questo Negri “d’annata” ci chiediamo ancora come queste espressioni teatrali che si potrebbero replicare con poco e non vengano presentate alle scuole della regione. Si tratterebbe di far capire ai ragazzi che la scena teatrale del melodramma è la loro storia ed è una componente assoluta di consapevolezza di cosa rappresenta la musica nella formazione di un cittadino. Perché nella finzione del teatro si esprime la complessità della vita. Ma state certi che nessun politico risponderà. Provate allora a proporre di proiettare le registrazioni degli spettacoli e vediamo.
La civiltà musicale la abbiamo qui a Spoleto, a casa nostra. Ma si continuerà a propinare ai ragazzi il rock e rap che impoverisce i loro cervelli e può creare cattivi cittadini.
Stefano Ragni







