Perugia riduce le distanze, Terni resta più indietro. Manifattura e commercio più vicini ai valori italiani, mentre il ritardo si concentra nei servizi e nell’ospitalità
L’Umbria recupera terreno sul fronte della produttività del lavoro e torna a migliorare anche rispetto ai livelli precedenti alla pandemia. Il divario con la media italiana resta significativo, ma si è ridotto: nel 2019 il valore aggiunto per addetto delle società di capitali umbre era inferiore del 18,3% rispetto a quello nazionale, mentre nel 2024 la distanza è scesa al 16,2%. È quanto emerge dall’analisi dei bilanci delle imprese presentati nel 2025 e relativi all’anno d’imposta 2024, ultimo esercizio per il quale il quadro disponibile può essere considerato completo.
In media, ogni addetto delle società di capitali umbre genera 58.677 euro di valore aggiunto, contro i 70.052 euro dell’Italia. Anche il costo del lavoro per addetto si mantiene su livelli inferiori: 35.151 euro in Umbria contro 40.280 euro a livello nazionale, con una differenza del 12,7%.
Il recupero c’è, dunque, ma non cancella un problema strutturale: il sistema produttivo regionale continua a generare meno valore per occupato rispetto alla media italiana.

Perugia riduce il gap, Terni resta più distante
Anche all’interno dell’Umbria emergono differenze significative.
La provincia di Perugia raggiunge un valore aggiunto di 60.473 euro per addetto, il 13,7% in meno rispetto alla media italiana. Terni, invece, si ferma a 52.166 euro, con un divario del 25,5%.
Tra le due province ci sono quindi oltre 8.300 euro di valore aggiunto per addetto.
Il confronto con le regioni vicine aiuta a inquadrare meglio la posizione umbra. La Toscana raggiunge 67.621 euro per addetto, appena il 3,5% sotto la media italiana, mentre le Marche si attestano a 56.346 euro, il 19,6% in meno. L’Umbria si colloca così tra le due regioni, ma con valori più vicini a quelli marchigiani.
Cosa misura davvero la produttività
Il dato richiede una precisazione. In economia, la produttività del lavoro mette generalmente in rapporto il valore aggiunto con la quantità di lavoro impiegata. L’Istat, ad esempio, utilizza le ore lavorate. I bilanci societari, tuttavia, non consentono di disporre in maniera omogenea di questo indicatore. Per questo l’analisi utilizza il valore aggiunto per addetto.
Non si tratta quindi di una misura dell’impegno o delle capacità del singolo lavoratore. Il dato esprime, piuttosto, quanto valore economico viene generato mediamente per ogni addetto all’interno del sistema produttivo.A incidere sono numerosi fattori: specializzazione settoriale, dimensione delle imprese, dotazione di capitale, investimenti, innovazione tecnologica, organizzazione aziendale, competenze e qualità complessiva dell’ecosistema economico.
Dal 2019 l’Umbria recupera, dopo il forte arretramento del 2021-2022

L’evoluzione degli ultimi anni mostra un percorso non lineare. Ponendo pari a 100 il valore italiano, la produttività umbra era a 81,7 nel 2019. Negli anni successivi il divario si è ampliato sensibilmente, fino a scendere a 78,3 nel 2021 e a 78,9 nel 2022. La tendenza si è poi invertita.
Nel 2024 l’indice relativo dell’Umbria è risalito a 83,8, superando quindi il livello pre-pandemia. In termini di distanza dalla media nazionale, il gap è passato dal 18,3% del 2019 al 16,2% del 2024.
Un recupero significativo, anche se ancora insufficiente per riportare la regione sui livelli delle aree italiane più produttive.
I primi numeri relativi al 2025, contenuti nei bilanci che le aziende stanno presentando nel corso del 2026, sembrano indicare un possibile ulteriore avvicinamento alla media nazionale. Il dato deve però essere considerato ancora provvisorio, perché la base dei bilanci acquisiti non è completa.
Manifattura e commercio più vicini all’Italia, il vero ritardo è nei servizi
La media regionale nasconde inoltre differenze molto marcate tra i diversi comparti dell’economia. Manifattura e commercio presentano gli equilibri migliori e mostrano livelli di produttività relativamente più vicini alla media nazionale. La distanza aumenta invece nei servizi, dove il divario dell’Umbria rispetto all’Italia arriva fino al 28,3%. È in quest’area, insieme alle attività legate all’ospitalità, che si concentra una parte rilevante del ritardo regionale. La composizione settoriale dell’economia diventa quindi decisiva nella lettura dei dati: non tutti i comparti hanno la stessa capacità di generare valore per addetto e una maggiore presenza di attività a minore valore aggiunto tende ad abbassare la media complessiva del territorio.
Produttività e costo del lavoro, due grandezze da leggere insieme
Accanto alla produttività, il secondo indicatore centrale è il costo del lavoro per addetto.
Nel 2024 si è attestato a 35.151 euro in Umbria e a 40.280 euro in Italia. Il costo umbro è quindi inferiore del 12,7% rispetto alla media nazionale.
Il quadro che emerge è chiaro: nell’economia societaria regionale risultano inferiori alla media italiana sia il valore creato per addetto sia il costo sostenuto per il lavoro.
Ogni 100 euro di valore aggiunto prodotto, il costo del personale assorbe 59,9 euro in Umbria, contro 57,5 euro in Italia.
Anche in questo caso emergono differenze territoriali. A Perugia il rapporto è pari al 58,9%, mentre a Terni sale al 64,3%.
La situazione ternana dipende soprattutto dal più basso livello di valore aggiunto prodotto: rispetto alla media nazionale, infatti, il costo del lavoro per addetto è inferiore del 16,8%, ma la produttività lo è del 25,5%.
In altri termini, il costo del lavoro più contenuto non è sufficiente a compensare la minore capacità di generare valore.
La sfida non è ridurre il costo del lavoro, ma aumentare il valore prodotto
Il confronto tra costo del lavoro e produttività deve essere interpretato con cautela. Non è corretto stabilire automaticamente che il lavoro costi meno perché la produttività è più bassa, né, al contrario, che la minore produttività dipenda direttamente da salari e costo del personale.
Le due grandezze, tuttavia, sono strettamente collegate alla capacità delle imprese di generare valore.
In generale, sistemi produttivi più efficienti, innovativi e capitalizzati hanno maggiori possibilità di sostenere livelli salariali più elevati e di redistribuire una quota maggiore del valore prodotto.
Per l’Umbria, quindi, il nodo non è immaginare un’ulteriore compressione del costo del lavoro, già inferiore alla media italiana. La questione centrale è aumentare il valore aggiunto prodotto da ogni addetto, intervenendo sulle condizioni che possono favorire la crescita della produttività: investimenti, tecnologia, competenze, organizzazione, crescita dimensionale delle imprese e specializzazione nei settori a maggiore valore aggiunto.
Mencaroni: «La competitività non si costruisce facendo costare meno il lavoro»
Sul significato dei dati interviene Giorgio Mencaroni, presidente della Camera di Commercio dell’Umbria. «Questi numeri ci dicono che l’Umbria sta recuperando terreno, ma ci dicono soprattutto dove dobbiamo guardare. La competitività di un territorio non si costruisce facendo costare meno il lavoro: si costruisce mettendo imprese e lavoratori nelle condizioni di creare più valore».

Secondo Mencaroni, «la vera questione non è quanto costa un addetto, ma quanto valore il sistema economico gli consente di generare attraverso capitale, tecnologie, competenze, organizzazione e qualità dell’ecosistema in cui l’impresa opera».
«Se cresce la produttività – prosegue – possono crescere insieme imprese, salari e benessere; se ci si limita a competere sui costi, si rischia invece di restare prigionieri di un’economia a basso valore aggiunto».
Un ruolo centrale viene attribuito anche ai processi di trasformazione tecnologica.
«Digitalizzazione e transizione ecologica, sulle quali la Camera di Commercio dell’Umbria è fortemente impegnata, non sono capitoli separati dalla produttività: ne sono oggi due delle leve principali. La sfida è fare in modo che innovazione e nuove tecnologie non restino patrimonio di poche imprese più strutturate, ma raggiungano anche le piccole e medie aziende che costituiscono l’ossatura dell’economia umbra. È lì, nella diffusione della capacità di innovare, che si gioca una parte importante del recupero del nostro divario».
Un recupero da consolidare
Il dato del 2024 restituisce quindi un’Umbria in miglioramento rispetto alla fase più difficile del post-pandemia. Il livello relativo di produttività ha superato quello del 2019 e il divario con l’Italia si è ridotto di oltre due punti percentuali. Allo stesso tempo, una distanza del 16,2% nel valore aggiunto per addetto resta abbastanza ampia da incidere sulla competitività delle imprese, sui margini disponibili e, nel medio periodo, anche sulla capacità del sistema economico di sostenere crescita dei salari e degli investimenti.
Le differenze tra Perugia e Terni e, soprattutto, quelle tra manifattura, commercio e servizi indicano inoltre che il problema non è uniforme.
Il recupero passa quindi non soltanto dalla crescita quantitativa dell’economia, ma dalla sua capacità di produrre più valore con investimenti, innovazione, competenze e organizzazione.
















