Fino a 240 minuti di percorrenza in più al giorno: “Così il servizio pubblico perde spazio, utenti e risorse”
L’accordo quadro tra Regione Umbria e Rfi, al momento congelato da una delibera ma destinato a ridisegnare il sistema ferroviario fino al 2031, è finito al centro di una dura contestazione da parte dei pendolari. I comitati dei viaggiatori hanno scritto una lettera aperta alla Regione denunciando conseguenze pesanti e strutturali: fino a 240 minuti di ritardi aggiuntivi ogni giorno. Tradotto su base annua, significa 87.600 minuti in più scaricati direttamente sugli utenti umbri.Ma il nodo non è solo tecnico. È soprattutto politico.
L’accordo e il rischio di un servizio più lento
Al centro della critica c’è il possibile riassetto delle tracce ferroviarie tra Umbria, Roma e Firenze. Oggi sette treni percorrono la linea lenta invece della direttissima; nello scenario delineato dall’accordo potrebbero diventare dodici, anche se quattro in direzione opposta.
Il saldo, però, secondo i pendolari resta negativo: più treni sulla linea lenta significa tempi di percorrenza più lunghi, minore affidabilità e un servizio complessivamente più debole, soprattutto nei giorni festivi e nelle fasce più delicate.
L’impatto concreto è già stimato: tra i 30 e i 40 minuti in più per corsa. Applicato ai sei treni feriali coinvolti, questo porta ai 240 minuti quotidiani di ritardi denunciati nella lettera. Un aggravio che i comitati definiscono poco trasparente, anche perché nei documenti ufficiali continuano a comparire tempi riferiti alla direttissima, senza una chiara indicazione dei nuovi scenari.
Il punto politico: chi ha la priorità?
Il passaggio più controverso dell’accordo è però esplicitamente politico. Nella delibera si stabilisce che, se operatori dell’Alta velocità dovessero richiedere spazio sulla direttissima, i treni regionali umbri dovranno spostarsi sulla linea lenta. Per i pendolari questa è una presa di posizione netta: una gerarchia tra mercato e servizio pubblico. Da una parte l’Alta velocità e i nuovi operatori, dall’altra i treni regionali. E a cedere il passo sarebbero, ancora una volta, i pendolari.

Una scelta che, secondo i comitati, si inserisce in un contesto più ampio: quello delle politiche nazionali e delle decisioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, orientate a favorire l’ingresso di nuovi soggetti nel segmento dell’Alta velocità. Il rischio, denunciano, è che questa apertura avvenga comprimendo ulteriormente lo spazio del servizio pubblico.
Effetti economici e rischio “spirale negativa”
Le conseguenze non riguardano solo il disagio quotidiano. Un servizio più lento diventa meno competitivo e meno attrattivo: significa meno passeggeri, quindi meno ricavi. Parallelamente, aumenterebbero i costi per la Regione, chiamata a compensare il gestore per spese aggiuntive legate a personale, manutenzione e materiali. In un sistema già fragile, si rischia così una spirale negativa: meno utenti, meno risorse, più costi. Un quadro aggravato anche dai meccanismi nazionali di finanziamento, che premiano le linee con più passeggeri. Se l’utenza cala, anche i trasferimenti rischiano di diminuire.
Penali e squilibrio nei rapporti
I comitati puntano il dito anche sulle penali previste dall’accordo. A fronte di un pedaggio annuale superiore agli 11 milioni di euro, una sanzione di circa 23 mila euro per eventuali disservizi viene giudicata del tutto insufficiente.
Troppo bassa per incidere, troppo bassa per compensare i disagi degli utenti e, soprattutto, segno di un rapporto considerato sbilanciato a favore del gestore dell’infrastruttura.
Una rete sotto pressione
A completare il quadro ci sono altre criticità: il sovraffollamento già registrato su alcuni treni deviati sulla linea lenta, le incertezze sui collegamenti con Toscana e Lazio e i dubbi sul futuro degli Intercity in vista della prossima gara nazionale. Elementi che, letti insieme, rafforzano la percezione di una rete sotto pressione e di un territorio che rischia di perdere ulteriore centralità nei collegamenti nazionali.
La domanda alla politica
Alla fine, la questione posta nella lettera dei pendolari è chiara: è accettabile che una regione come l’Umbria paghi il prezzo dell’espansione dell’Alta velocità in termini di tempi più lunghi, minore qualità del servizio e maggiori costi pubblici? È una domanda che chiama direttamente in causa la Regione e che non può avere una risposta solo tecnica. Perché qui non si discute soltanto di orari o binari, ma di priorità politiche.

E i pendolari umbri, da questa vicenda, hanno già individuato il rischio: quello di restare, ancora una volta, dalla parte che deve cedere ad una precisa gerarchia di interessi. L’Alta velocità, il mercato e i nuovi operatori vengono messi davanti; il servizio pubblico regionale viene dopo. E l’Umbria, territorio periferico rispetto ai grandi assi nazionali, rischia di diventare la variabile di aggiustamento.




















