Indagine della Procura di Perugia sulla setta “Conoscenza e Libertà”: arresti per associazione a delinquere, truffa, estorsione e violenza sessuale. Le rivelazioni shock della trasmissione FarWest.
Un presunto santone che si definiva “guerriero della luce” e, secondo alcune testimonianze, si sarebbe presentato anche come una sorta di entità superiore. Una comunità isolata nelle campagne umbre. Soldi, riti esoterici e accuse gravissime. È uno scenario inquietante quello emerso dall’indagine della Procura di Perugia che ha portato al fermo di Alfredo Mangone, calabrese, e della sua compagna moldava Tatiana Ionel.
I due, oggi detenuti nel carcere di Perugia, sono accusati a vario titolo di associazione a delinquere, truffa, estorsione e violenza sessuale. Insieme a loro, altri due uomini sono stati raggiunti da provvedimenti: uno già fermato e trasferito a Poggioreale, mentre un altro risulta ancora irreperibile. Altre due persone sono indagate a piede libero con un ruolo ritenuto marginale.
Si tratta tecnicamente di fermi di indiziati di delitto, ora al vaglio del giudice per la convalida.
La setta nel casale e il “Dio in terra”

Mangone, che si faceva chiamare Kaar Yampui, e la compagna, nota come Mamas Nua Janua, si presentavano agli adepti come entità superiori, “non umane” e “vicine a Dio”. Secondo gli inquirenti, sarebbero stati a capo di una presunta setta con base in un casale isolato a Pietralunga, ma con origini nelle Marche, ad Apecchio. Quella che veniva presentata come un’associazione spirituale, “Conoscenza e Libertà”, sarebbe stata in realtà – secondo la Procura – una realtà che presenterebbe caratteristiche tipiche di un’organizzazione settaria.
I soldi: oltre mezzo milione versato dagli adepti

Le indagini hanno ricostruito un flusso di denaro significativo: oltre 500 mila euro versati dai seguaci. Soldi che, secondo l’accusa, sarebbero stati utilizzati per acquistare auto, anche di lusso, gioielli e attività commerciali come ristoranti. Gli adepti, provenienti da contesti sociali diversi, sarebbero stati spinti a contribuire economicamente con la promessa di una crescita spirituale: “più donavi, più avanzavi”, come raccontato da un testimone.
I riti e le accuse più inquietanti

Le ricostruzioni più gravi emergono da testimonianze e da servizi giornalistici e sono al momento oggetto di verifica investigativa. A rendere ancora più complesso il quadro sono anche le rivelazioni emerse dalla trasmissione FarWest di Rai 3, che ha acceso i riflettori sulla vicenda. Un ex adepto ha raccontato episodi di forte soggezione psicologica: isolamento dalle famiglie, divieto persino di partecipare ai funerali dei propri cari, controllo totale sulla vita quotidiana.
Secondo tali testimonianze, durante corsi di alchimia e misticismo, a pagamento, sarebbero stati utilizzati presunti “distillati purificatori” che avrebbero contenuto anche liquidi corporei. Accuse che Mangone ha respinto durante un’intervista, negando ogni addebito.
L’intervento della Squadra Mobile

Parallelamente all’inchiesta televisiva, già in corso da tempo, la Procura ha sviluppato le proprie indagini attraverso l’attività della Squadra Mobile di Perugia, guidata da Maria Assunta Ghizzoni.
I soggetti coinvolti, comparsi davanti al giudice per le indagini preliminari, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Nelle prossime ore è attesa la decisione sulla convalida dei fermi.
Il dramma delle famiglie
Tra gli elementi emersi anche nell’inchiesta televisiva, il racconto di una giovane adepta che, completamente assoggettata al gruppo, avrebbe interrotto i rapporti con i genitori, dichiarando che non li avrebbe più rivisti. Un segnale, secondo gli investigatori, del possibile condizionamento psicologico esercitato sui seguaci.
La vicenda di Pietralunga riporta al centro dell’attenzione il fenomeno delle presunte sette, spesso sottovalutato ma capace di insinuarsi in contesti fragili e di trasformarsi, secondo l’accusa, in sistemi di controllo. Colpisce la combinazione tra spiritualità, pressione economica e pratiche oggetto di indagine.
Determinante, in questo caso, anche il ruolo dell’informazione nell’accendere i riflettori su una vicenda complessa.
Ora la parola passa alla magistratura.






















