Un’economia sospesa tra stagnazione e fragilità
di Giovani Spada
Osservando i dati del 2024, emersi dall’analisi del Centro Studi Tagliacarne e Unioncamere, basata sull’ultima revisione della contabilità nazionale dell’Istat,diffusa a settembre e integrata con l’elaborazione dei dati regionali curata dalla Camera di Commercio dell’Umbria, ho l’impressione che l’Umbria si trovi in una sorta di limbo economico: non arretra, ma nemmeno avanza.
La crescita del valore aggiunto a valori correnti si ferma allo 0,99%, un numero che di per sé potrebbe sembrare positivo, ma che, una volta depurato dall’inflazione (attorno allo 0,9%), rivela la sostanziale immobilità del sistema. In termini reali, la regione non cresce.
Mentre l’Italia nel suo complesso segna un incremento reale dell’1,14%, l’Umbria resta ferma, consolidando un divario che ormai sembra strutturale. Con un valore aggiunto pro capite di 28.030 euro – appena l’84% della media nazionale – la nostra regione scivola sempre più verso la parte bassa della classifica.
Personalmente trovo preoccupante questo arretramento: l’Umbria non è più quella cerniera vitale tra Centro e Sud, ma una terra di mezzo che fatica a trovare una direzione, stretta tra un Nord dinamico e un Mezzogiorno in lenta ripresa.

Industria in crisi profonda: Terni ultima in Italia
Il settore industriale rappresenta il vero tallone d’Achille. Nel 2024 il calo dell’8,08% nel manifatturiero segna il peggior risultato del Paese. Da umbro, è doloroso constatare come la nostra storica vocazione produttiva stia perdendo terreno.
Terni, con un -10,45%, è ultima tra le 107 province italiane, mentre Perugia si ferma al quartultimo posto con -7,53%. Non si tratta solo di un effetto congiunturale, ma di un indebolimento strutturale delle filiere produttive, dell’innovazione e degli investimenti. È come se mancasse una direzione strategica capace di rimettere in moto il motore industriale regionale.
Agricoltura e turismo: gli argini della resilienza

In questo quadro di stagnazione, l’agricoltura emerge come un raro punto di forza. Con una crescita del 13,64%, supera di tre punti la media nazionale. Terni si distingue con un +18,75%, e anche Perugia, con +11,38%, mostra un trend incoraggiante.
Questo settore, pur piccolo, continua a dimostrarsi vitale, spinto dall’agroalimentare di qualità e dal turismo rurale.
Anche il turismo in generale tiene in piedi la regione: i servizi legati a commercio, trasporti, alloggio e ristorazione crescono del 3,3%, perfettamente in linea con la media nazionale. È un segnale di fiducia e un invito, secondo me, a investire ancora di più sulla nostra identità culturale e ambientale.
Meno dinamici, invece, i servizi professionali, finanziari e immobiliari, che crescono solo del 4,06%, un punto in meno rispetto alla media italiana. Questo ritardo evidenzia la mancanza di competenze e di servizi avanzati in grado di attrarre nuovi investimenti.
Pubblica amministrazione in crescita: Terni sorprende
C’è però un dato positivo che mi colpisce: la pubblica amministrazione, insieme ai settori della sanità, dell’istruzione e della cultura, cresce in Umbria del 3,84%, superando la media nazionale del 2,94%.

Sorprendentemente, Terni è prima in Italia con un +4,88%, mentre Perugia si colloca al 28° posto. Questo risultato riflette la presenza di strutture pubbliche solide e una vitalità culturale diffusa.
Mi piace pensare che proprio questa dimensione pubblica e culturale possa essere una leva per la rinascita regionale, soprattutto se sapremo connetterla all’economia della conoscenza e alla valorizzazione del territorio.
Costruzioni in calo e servizi in affanno
Tra i comparti più in difficoltà restano le costruzioni, con un calo del 6% a livello regionale, secondo peggior risultato d’Italia dopo il Molise. Terni registra -8,79% e Perugia -4,03%.
Eppure, nonostante questa flessione, commercio e turismo continuano a fare da ancora di salvezza, con crescite superiori al 3%. Mi pare evidente che la vitalità di questi settori sia l’unico elemento che impedisce una recessione vera e propria.
Un sistema che galleggia, ma non naviga
In sintesi, il 2024 consegna l’immagine di un’Umbria che “galleggia”: l’economia si regge grazie a pochi comparti resilienti, ma manca una visione di insieme. L’industria arretra, l’agricoltura tiene, i servizi non decollano.
Senza un rilancio del manifatturiero e un rafforzamento dei servizi ad alto valore aggiunto, la regione rischia di restare ai margini della ripresa nazionale.
Condivido le parole del presidente della Camera di Commercio, Giorgio Mencaroni, quando afferma che la crisi umbra è un processo lungo e strutturale. L’inserimento dell’Umbria nella Zona Economica Speciale unica, insieme alle Marche, può rappresentare una svolta. Ma serve decisione: investimenti, innovazione, formazione, digitalizzazione.
Io credo che solo con una crescita della produttività reale e una maggiore capacità di attrarre capitali e competenze potremo restituire all’Umbria il ruolo che merita nel panorama economico italiano.






