San Pietro per i venti anni di Accademia degli Unisoni e a Santa Maria degli Angeli corale Porziuncola
Fioccano i concerti con una frequenza che mette a prova l’animosità di chi, sfidando il maltempo cerca di seguire un po’ tutto. Non avremmo mai voluto perdere la celebrazione dei venti anni della Accademia degli Unisoni, la formazione con cui Leonardo Lollini ha saputo ripristinare e guidare per tutto questi tempo una istituzione che affonda le sue radici nel Cinquecento perugino. Per la impostazione di studi e per il carattere, Lollini è musicista prolifico, generoso e rigoroso che riesce a dare del tu anche alla musica di Bach e Haendel, una palestra vocale irta di contrappunti e di imitazioni. Un ambiente un po’ ostico per la radiosità mediterranea che bisogna affrontare con pazienza e dedizione, ma che producono, nel pubblico, fiducia e affezione. Solo così si spiega lo straordinario pienone di ascoltatori che già un quarto d’ora prima dell’inizio del concerto di domenica scorsa aveva occupato ogni posto a sedere. Al punto di convincere il premuroso Pierfrancesco ad aggiungere un gran quantità di sedie per non lasciare molti ascoltatori in piedi.
In programma, come sempre quando si tratta di Unisoni, qualcosa di organico e di compatto. Una cosa normale per una formazione che ha affrontato in passato opere ampie come il Requiem Tedesco di Brahms e la Messa in si minore di Bach che sono opere a lunga gittata. Sul piatto, stavolta, un tutto Bach, un mottetto densissimo, “Jesu meine Freude” il BWV 227 e il Magnificat con cui il Cantor, luterano con alquanti compromessi, celebrava il culto mariano. Il mottetto, venti minuti, quasi una cantata, undici numeri su un corale in mi minore che viene tropizzato in sezioni dense di misticismo matematico, è ispirato da un frammento paolino della epistola ai Romani, e, pur nella complessità di un combinazione leibziniana, ha una forte trazione emozionale. Il fatto è che poi bisogna arrampicarsi sui vocalizzi ritmici, che sono la massima difficoltà che un coro italiano può affrontare. Lollini, in questi veni anni, ha saputo creare un suo “zoccolo duro” di cantori disposti a seguirlo e sa come utilizzare le sue ricorse. Forse più acclive il percorso del Magnificat, dove una ottima orchestra baroccheggiante, il CorOrchestra di Cortona, troverso, oboi e trombe egregie, accompagnava i solisti di canto, Letizia Pellegrini, Francesca Lisetto, Luca Rondini e Simone Marcelli impegnati in un percorso che descrive le fasi della risposta della Vergine Maria all’annuncio di essere depositaria della Epifania del Divino. Testo che data dall’età apostolica, e che, nella Riforma Luterana, veniva accettato, almeno a Lipsia, nella lingua latina. Buona la risposta dei solisti sostenuti anche dall’organo di Oreste Calabria e molto funzionale la presenza della comunità corale. Un bel formato che era destinato a culminare nel pezzo conclusivo in programma, l’Alleluja dal Messia di Haendel. Per questa conclusione Lollini ha voluto chiamare sullo spazio dell’altare maggiore anche molti dei vecchi coristi che non fanno più parte della formazione. Non senza dimenticare due figure care che sono scomparse, Stefano de Simone e Stefano Pannacci. Una belle festa, insomma, che aggiunge una onoreficenza in più a una formazione perugina che affronta con efficacia i grandi blocchi corali del repertorio, affidandosi alle mani di un maestro serio e competente che sa trasmettere la forza delle sue idee ai suoi cantori.
Il giorno dopo, ancora a pioggia battente, un salto alla basilica di Santa Maria degli Angeli per attendere l’Epifania con la musica della corale Porziuncola. Un concerto che, di fatto, inaugurava l’ingresso nelle celebrazioni dell’VIII centenario del Transito di san Francesco. La formazione di padre Matteo Ferraldeschi, abitualmente presente nella basilica papale per la liturgia, si è mostrata in grado di offrire un concerto molto godibile distribuito su molti brani della devozione francescana contemporanea, con un iniziale “Canto di Gloria” di Nino Rota, rispettoso della suddivisione binaria nel momento della celebrazione in quello della gioia e della condivisione. Il programma disposto da padre Farraldeschi, religioso dell’ Obbedienza Francescana ricco di una formazione professionale molto articolata e preziosa si è mosso soprattutto su brani di autori come Migliavacca, già maestro di cappella del Duomo di Milano, Manganelli, Yon, Rutter Costante Adolfo Bossi e Miserachs. Con il passaggio su testi della tradizione anonima, come il sorprendente “Maria durch”, che descrive il passaggio della Vergine in un bosco di spine. E’ la simbologia del peccato che deve attraversare il Divino per la salvezza dei viventi e in questa veste lo si cantava già nel 1799 in Germania. Poi, per le insondabili leggi della diffusione popolare, è giunto in centro Italia come lamento della Vergine sulla morte di Cristo, il nostro “Dua gia Matre Maria”. Bellissima comunque la prova offerta dai cantori della Porziuncola, come sgargiante è risultata la versione dell’”Adeste Fideles” di Monsignor Bartolucci, una vita passata come maestro della Cappella Sistina, e una ere4dità che oggi viene perpetuata da una Fondazione a suo nome. Tutti i canti erano accompagnati da Angelo Silvio Rosati, il brillante musicista che, in gioventù, godette della stima di Giancarlo Menotti. Suonava il glorioso Mascioni che, a quanto ci dicono, è stato restaurato con un più che notevole esborso finanziario. Sappiamo quale sia l’impegno di padre Ferraldeschi come gregorianista e come culture della musica da chiesa. Anche per il suo recente impegno di direttore dell’Istituto Diocesano di Musica sacra, il Frescobaldi di corso Cavour, padre Matteo è la persona giusta per esercitare un magistero che, nel coso delle celebrazioni francescane, speriamo possa portare molta buona musica nelle comunità serafiche. Vanno interpretate in tal senso le parole del padre custode, Massimo Travascio, che dal pulpito dell’altare di una aula immersa nella luce, ha ricordato una pagina del Celano con cui si ricordava l’amore di Francesco per la musica. Lo prendiamo per un buon auspicio, perché, come ci ha ricordato proprio in questi giorni un grande Vecchio della cultura e dell’informazione, Corrado Augias, la musica di chiesa se la passa piuttosto male, sommersa dalla secolarizzazione delle canzonette e dei lagni penitenziali “in modo minore”. Il gregoriano, e padre Ferraldeschi lo sa, è slancio di gioia, è innalzamento dello spirito, e, come ci ricorda anche la neuroscienza, porta impresso il ritmo binario del modo in cui pensa l’uomo, secondo un processo di coinvolgimento largamente sublimale. Una terapi ottimiale per sentici migliori. Lo spazio absidale della basilica papale, capace di una acustica diffusiva, ma non alonata, il Mascioni restaurato e il grande organo da concerto a lato della Porziuncola, proprio accanto alla statua di Re David, il monarca cantore, speriamo convincano padre Travascio e la sua comunità di rinnovare, per tutte le celebrazioni, la bella emozione di questa serata in cui abbiamo atteso, con i cantori della Porziuncola, l’arrivo dei Magi.
Stefano Ragni





