
Ottimi interpeti per una ricorrenza europea. Amici della Musica nel solco di una tradizione. Buona prova dell’Orchestra da camera di Perugia
Shostachovich al Morlacchi, un concerto il pomeriggio e uno la sera. Troppa grazia, non tutti possono seguire tre ore di musica. E poi le maratone lasciamole alla gare atletiche, perché, applicate alla musica, fa subito sudore ascellare e crampi ai glutei. Con tanto materiale disponibile ci sarebbero riusciti due bellissimi pomeriggi, perché, oltretutto la proposta di ricordare il massimo compositore sovietico della nostra recente storia era un impegno da assolvere.

Tanti erano i motivi comunque per sottolineare un evento che si potrà ricordare con piacere grazie a un libretto illustrativo che Andrew Starling ha confezionato con estrema cura. Un piccolo testo da conservare e, perché no, studiare. Perché la penetrazione della musica di Shostakovic è stata lenta e difettosa a confronto con quella di Prokofiev. Furono ambedue vittime dello stalinismo, ma il primo si era ampiamente fatto conoscere quando girava libero in Europa. Il secondo, si è spostato solo da Leningrado a Mosca e non ha mosso un passo senza che la scure stalinista non minacciasse di calargli sul cranio.

Tutto per colpa di quella “Lady Macbeth del distretto di Mcensk” che la Pravda del 28 gennaio del 1936 descrisse come pervasa di musica “che starnazza, grugnisce, ringhia”. Ci voleva anche meno per finire in Siberia. Eppure quando ci lavorammo nella edizione del Festival dei Due Mondi di Spoleto, nel 1979, scoprimmo un’opera molto tradizionale, ricchissima di musica e con accentuate tematiche umane e sociali. Il fatto era che da un lato le censure sovietiche da un lato e l’imperante clima da Guerra Fredda stabilito dalla Musica Sperimentale dall’altra stabilivano dei confini entro cui l’ascoltatore doveva aggiornarsi come poteva. Gli Amici della Musica sono sempre arrivati prima, come quando, il Quintetto Chigiano di Siena, nel febbraio del 1950 fece ascoltare al pubblico della Sala Maggiore della Galleria dell’Umbria il Quintetto op. 57, incastonato tra Boccherini e Brahms. Il Trio op. 67 arrivò con Ornella Santoliquido nel 1969, ma già nel 1965 l’Orchestra da Camera di Mosca aveva eseguito la versione del Quartetto ottavo realizzata così come l’abbiamo sentita ieri sera, da Rudolf Barshai.

Per molti di noi fu un piacere conoscere la sua Quinta Sinfonia n Cattedrale nel corso di quei magnifici concerti della North Carolina School, ma nel 1965, qui al Morlacchi la Filarmonica di Zagabria aveva suonato sotto la direzione del grande Milan Horvat la Prima Sinfonia, opera apprezzata, pare, anche da Toscanini. Sono solo alcune citazioni per attestare che donna Alba sapeva vedere molto lontano anche in tempi di chiusure e di condizionamenti. Ora per queste due serate gli interpreti c’erano e le musiche era scelte con cura. Nel pomeriggio abbiamo ritrovato un Boris Petrushanski maturo comr un antico possidente terriero di una commedia di Cecov. Il fatto è che gli anni sono passati da quando lo conoscemmo nel 1965 al Concorso Casagrande, asciutto e “asiatico” quel tanto che, anche per allora, era esotico. Vinse con facilità e suonò al Verdi legando da allora il suo destino al nostri paese, dove crediamo viva tuttora, al vertice di una carriera impressionante. Ha cominciato lui, con due Preludi e Foghe, del 1951, il settimo numero, , con una fuga che sembrava una irradiazione stellare e un 15 chiaramente virtuosistico. Era solo per scaldarsi le mani perché poi è entrata la pattuglia per le Sette Liriche su testi di Blok, del 1967. Era una silloge dedicata a Galina Visnievskaja, e lei ce la ricordiamo, paffutella e cordiale, in duo con il consorte, Mstislav Rostropovich al pianoforte, per un tutto Ciaikovski-Prokofiev-Musorgski in Galleria. Lui suonava tutto a memoria, e sedeva alla tastiera pianoforte come a un tavola imbandita.. Dicembre del 1974. Ieri a cantare le allucinate e cupe canzoni avvolte da un clima “irrespirabile”, come dice la critica, era la giovane ucraina Nikoleta Hertsak. È una creatura allevata nel vivaio del Maggio Musicale Fiorentino, canta da russa, muove molto le bellissime braccia e litiga continuamene con un vestito che non vuole saperne di stare su. Con molta capacità Nikoleta si lasciava avvolgere dalle componenti strumentali. Petrushanski al piano, come coma severa mummia faraonica, Bronzi alitante sul suo violoncello, e Laura Marzadori bella come il sole. La violinista del teatro Alla Scala ha la chioma “alla Venezi” e un vestito sontuosamente floreale. Una Dama di Boldini. E suona coma ben sappiamo. Un amalgama ferale che avvolge la voce di Nikoleta in queste lastre tombali, prima il cello solo, poi il violino, poi il piano e alla fine tutti insieme per far alitare di aria “morta” queste bellissime poesie dal clima “irrespirabile”, una icona dell’umor tetro di poeta e musicista. Dalla iniziale “Ofelia”, al finale di “Musica” tutto è avvolto in un clima spettrale, indizio di come si respirava male in quel povero paese dove anche sognare era un “incubo”. Poi il Trio op. 67. Lo abbiamo ascoltato troppe volte, ce ne sarebbero altri, ma qui Bronzi, dimentico dei soci del Trio di Parma vuole strafare e deborda di personalità, di partecipazione e di commozione. Non lo abbiamo visto così esaltato e apprezziamo le emozioni.

Al ritorno, dopo una cena frugale, eravamo proprio pochini. Ci attendava la gioia di ritrovare la fresca Nikoleta, sempre alle prese col riottoso vestito, ora in vesta arguta, ciarliera e pettegola. Si trattava di cantare, sempre col sussiegoso Boris le “Satire” op. 109 su testi di Chyorny. Ora, nel 1960 nella Russia di Kruscev, Shostachovich poteva dare fondo a quella vena umoristica da lui professata, in gioventù, nei caffè “bohemiens” di Leningrado. Pizzichi e schiaffi nei versi che parlano di improbabili “Sonate a Kreutzer”, di formicolii primaverili e di impossibili “risvegli” politici. Ma non dimentichiamo che le poesie si riverivano agli anni ’30. Qualcuno vada ripescare in qualche cineteca il film “Zitti a Mosca”, che non è quello di Benvenuti, e si ricorderà. Dedica ancora alla Visnievskaia e una Nikoleta che ce la mette tutta per rendersi simpatica. E ci riesce.
Poi il “mattone” della citata Kammersimphonie, op. 110a, travestimento del quartetto, l’Ottavo, in cui il musicista aveva narrato, a “priori” un suo speciale testamento spirituale. Non ci sono sconti su una partitura che ricorda molto la cappa delle “Metamorfosi” di Richard Strauss. L’orchestra da camera di Perugia suona veramente bene e Bronzi si immerge nella partitura. Una tensione fortissima alla fine del pezzo e sarebbe stato meglio chiudere qui. Invece ancora una piroetta, forse per animare il buon Boris che, ora, alla tastiera, suonava il Concerto op. 35. Brano del 1933, quindi corrosivo, con climi da cabaret e una continua presa in giro della tradizione, un sfogliare pagine di un romanzo di Gogol.. Più “neoclassico” di così non si potrebbe, con la tromba obbligata, che è il corso Rafael Horrack, che ogni tanto fa sentire il suo scintillio. Petrshanski della migliore stagione, creativo e ilare, e un Bronzi che sottolinea con accuratezza i momenti più belli del tempo lento, con belle ed efficaci trascolorazioni. Insomma un bellissimo doppio concerto molto meritato da un pubblico paziente e ben disposto. Ma, per favore, lasciate le maratone agli stadi. Quanto alla Marzadori ci piacerebbe rivederla e risentirla. Una donna che onora il suo paese con prestigio, competenza ed eleganza.
Stefano Ragni



