
Un bel concerto AGiMus con Tiziana Cosentino Rosaria Angotti
Anche ieri pomeriggio la sezione AGiMus di Salvatore Silivestro non ha mancato il suo appuntamento con la cultura, proponendo un bel momento di riflessione sulla produzione di quello che è forse il maestro storico del Novecento italiano, Goffredo Petrassi. Musicista della modernità non allineato con lo sperimentalismo e la serialità dodecafonica, il maestro romano ha conservato nella sua produzione lo smalto della timbricità barocca, con un accento molto personale sul rapporto tra il suono e la proiezione delle sue idee.

Producendo anche pagine epocali come il “Coro di morti”, desunto da una “Operetta Morale” di Leopardi e proposto all’indomani della sciagurata dichiarazione di guerra alla Francia, quando fu chiaro quale sarebbe stato il destino di centinaia di migliaia di italiani sbattuti in una guerra sconsiderata. Più tardi, con le frequentazioni della “Pro Civitate Christiana” di Assisi nacque anche una pagina come “Beatitudines”, scritto nel 1968 per la scomparsa di Martin Luther King. Nato nel 1904 Petrassi, che nel corso della operosa vita professionale sarà anche il maestro di una intera generazione di autori da Peter Maxwell Davies a Morricone, ai suoi esordi, quando studiava al Conservatorio di santa Cecilia ed esercitava ancora il mestiere di commesso in un negozio di musica, stese una singolare raccolta di canti popolari laziali, destinata, nel 1927, ad essere precedente ogni altra opera presentata dopo il fortunato esordio della Partita diretta da Alfredo Casella nel ’34. A tirare fuori dagli scaffali della Fondazione curata dagli eredi di Petrassi questo pacchetto di piccole musiche sconosciute sono state le due artiste ospiti ieri al Gallenga: ne hanno fatto oggetto di incisione discografiche e le propongono ora nelle sedi concertistiche.

Si tratta di un lavoro molto importante che la pianista Tiziana Cosentino e il soprano Rosaria Angotti sanno proporre con molto gusto e con la giusta misura divulgativa. Le piccole pagine nascevano tutte da emozioni legate ai sentimenti semplici e genuini della gente di campagna, anzi della “Campagna romana”, quella idealizzata dal “Grand Tour “ e dalla folla di pittori che si affacciavano sugli ancora selvaggi borghi rupestri a caccia di un “vedutismo” emozionante e veritiero. Basti ricordare come Berlioz seppe descrivere sia nelle sue memorie che nella “Symphonie fantastique” quel clima di stupore che colpiva chi si allontanasse poche leghe da Roma in una “suburra” infestata di briganti e di gente violenta, non intimidita dalla inefficace ferocia del regime papale. Eppure, come ricorda Berlioz nella fantastica evocazione della serenata alla fidanzata del brigante Francesco nei pressi di Subiaco, era gente che amava e palpitava di sentimenti sinceri. Quelli che Petrassi ha saputo rievocare in questa manciata di canti popolari dove l’intonazione di sapore modale è sorretta da un accompagnamento pianistico pieno di colori e di suggerimenti timbrici, realizzando in tal modo una tavolozza di tinte suggestive di immediata comunicativa.

La raccolta riesumata da Tiziana e Rosaria rientra in quei parametri dello “Strapaese” corrente letteraria e pittorica favorita del regime fascista, che in qualche modo si riproponeva di riesumare quella tradizione del canto popolare italiano appiattita dall’avvento del melodramma. Quel che gli esponenti delle grandi signorie rinascimentali dei Gonzaga degli Estensi avevano realizzato, in pieno Rinascimento, con il patrocinio sulle villotte e le villanelle, ora riemergeva in operazione come quelle realizzate sul canto emiliano da Francesco Balilla Pratella. Per gli intellettuali del regime si trattava di opere “schiette” con questo si intendeva qualcosa di comprensibile e di fruibile. Ma difficile applicare questa definizione alla due raccolte di “Canti di Strapaese” con cui il musicista perugino Gianluca Tocchi aveva aderito al movimento di Mino Maccari. Perché, in questo coetaneo di Petrassi, allievo di Respighi a Roma, la trama sonora era complessa e la vocalità piuttosto articolata. Per Petrassi, che poco più tardi sarebbe diventato una delle figure chiave della organizzazione musicale fascista, si trattava di scolpire, sulla partitura, emozioni semplici come i moti d’amore che nascono al termine di una fatica quotidiana sui campi, dove la visione della ragazza amata è corroborante come un sorso d’acqua. Ecco dunque i vocalizzi di canti di culla, e le esortazioni ad essere “poeta” ma anche concreto lavoratore dei campi, il “fior di ricotta”, il “M’affaccio alla finestra” che Rosaria descriveva come una eco della Butterfly pucciniana. Quando sarà morto il contadino non chiede altro che un fazzoletto di terra ma anche per lui ci sarà una “stella de lu cielu” che magari riecheggia in “Quando men vo” della Bohème. La bella carrellata di piccoli brani, alcuni duella durata di un minuto, sono stati sostenuti dalla Angotti con quella vocalità maturata negli anni di collaborazione con Marco Angius alla Biennale di Venezia, con una timbricità piena e polposa, e una intonazione assoluta. Ricca anche di momenti di autentica emozione che le derivano da una risonanza vibratile molto personalizzata. Da parte sua Tiziana Cosentino, che si è diplomata al nostro Morlacchi e non è dimentica dei suoi anni di studio, si è ricavata uno spazio personale con due pezzi solistici, la “Piccola invenzione” del 1941 e la “Petite pièce” che nel 1950 Petrassi dedicò a un suon giovanissimo discepolo che sarebbe poi diventato uno dei protagonisti della Nuova Musica, Marcello Panni.

A chiusura di programma, ecco una pagina molto impegnativa della produzione petrassiana, il “Lamento d’Arianna”, scritto su testo di Libero de Libero. Musica molto densa, questa, con una intelaiatura espressiva di forte densità, rievocata da Rosaria con la apprezzata drammaticità. Ma non basta. Perché a fronte dei ripetuti applausi cin cui il pubblico festeggiava le due artiste, ecco un inaspettato quattro mani al pianoforte, per due inaspettate pagine petrassiane, la “Siciliana e marcia” di gran gusto.
Stefano Ragni


















