Confermato in Appello il risarcimento da circa 800 mila euro ai familiari di un cinquantenne ternano morto per infarto nel 2017
La morte di un uomo di cinquant’anni, stroncato da un infarto fulminante davanti alla porta di casa il giorno dopo essere stato dimesso dall’ospedale, non è soltanto una vicenda di cronaca giudiziaria. È una storia che riapre una questione cruciale: il confine tra corretto adempimento formale delle linee guida e concreta tutela della vita del paziente.

La Corte d’Appello di Perugia ha confermato la sentenza del Tribunale civile di Terni, riconoscendo alla famiglia un risarcimento di circa 800 mila euro. Una decisione che consolida un principio ormai chiaro nella giurisprudenza: l’archiviazione in sede penale non esaurisce il tema della responsabilità. I due piani – penale e civile – seguono criteri e soglie probatorie differenti. E possono condurre a esiti opposti.
Nel procedimento penale, infatti, la perizia aveva ritenuto che, in relazione alla sintomatologia presentata dall’uomo – forti dolori al petto – il personale sanitario avesse seguito le linee guida. In sede civile, invece, la consulenza tecnica d’ufficio ha evidenziato una serie di criticità, a partire da accertamenti che non sarebbero stati eseguiti in modo completo prima delle dimissioni, avvenute due giorni dopo il primo accesso al pronto soccorso.
È proprio qui che si colloca il punto più delicato. La medicina moderna si fonda su protocolli, algoritmi decisionali, linee guida. Strumenti indispensabili, certo, ma che non possono trasformarsi in scudi automatici. La responsabilità sanitaria, soprattutto in ambito civile, guarda al nesso causale e alla probabilità che una condotta diversa avrebbe evitato l’evento. Non basta dire che “si è fatto ciò che prevedevano le linee guida”: occorre dimostrare che, in concreto, tutto ciò che era necessario è stato realmente fatto.
Il caso ternano si inserisce in un contesto nazionale in cui cresce l’attenzione verso la qualità dei percorsi diagnostici in pronto soccorso, specialmente nei casi di dolore toracico, sintomo tra i più insidiosi e potenzialmente letali. Dimettere un paziente è sempre un atto clinico delicato: significa assumersi la responsabilità che, allo stato degli accertamenti, il rischio sia sotto controllo.
Resta, al centro di tutto, il dolore di una famiglia. Le parole delle legali che hanno assistito i familiari parlano di una causa “emotivamente difficile”, di una sofferenza emersa pagina dopo pagina. Nessun risarcimento potrà restituire un padre ai suoi cari. Ma la pronuncia civile, ormai definitiva, rappresenta per loro un riconoscimento di responsabilità e, in qualche misura, di verità.
Al di là del caso specifico, la vicenda richiama il sistema sanitario a una riflessione più ampia: la sicurezza del paziente non si misura solo nella corretta applicazione di protocolli, ma nella capacità di leggere ogni singola storia clinica con prudenza, approfondimento e senso del rischio. Perché tra una dimissione e una tragedia, a volte, può esserci solo una diagnosi mancata o un esame non eseguito.








