Lo ha affermato L’Ad Arvedi, Dimitri Menecali
Attraverso una nota stampa l’ad della Ast, Dimitri Menecali ha confermato l’imopossibilità di firmare un accordo che non contenga una “soluzione, contingente e strutturale, del costo dell’energia”.
La decisione è stata comunicata dopo una settimana di forti pressioni da parte di istituzioni locali e sindacati, che chiedono la firma dell’intesa entro fine febbraio, e che hanno annunciato otto ore di sciopero a marzo in caso contrario.
Per l’AST “nessuno, in buona fede può assumersi la responsabilità di firmare un accordo di programma che non contenga la soluzione, contingente e strutturale, del costo dell’energia, poiché comprometterebbe la competitività, lo sviluppo, il rilancio dell’azienda ed il futuro dei posti di lavoro”
Il comune per voce dell’assessore comunale allo sviluppo economico, Sergio Cardinali, ha preso una posizione dura sul tema, questo l’intervento: « Le recenti dichiarazioni dell’amministratore delegato di AST, Menegali, hanno stimolato un acceso dibattito: senza un abbattimento dei costi energetici, l’azienda non firmerà l’accordo di programma. Uno scenario che getta un’ombra sul piano di rilancio e sugli investimenti previsti per la sostenibilità ambientale della produzione siderurgica. Già nelle due ultime riunioni al Ministero, la volontà dell’azienda era sembrata concentrarsi solo ed esclusivamente sui costi energetici, mettendo in secondo piano tutti gli altri contenuti dell’accordo stesso. Da un piano industriale, anche se mai esplicitamente presentato nel dettaglio, fino a pochi mesi fa prevedeva un aumento della produzione di acciaio, il reintegro di un processo per la produzione di acciaio magnetico, interventi di bonifica ambientale e un processo di decarbonizzazione, con l’ambizioso obiettivo di realizzare il primo acciaio sostenibile in Europa.
Un percorso che, secondo le recenti dichiarazioni, rischia di essere compromesso a causa dell’elevato costo dell’energia in Italia, un problema non esclusivo di AST ma di tutto il sistema produttivo nazionale. Terni nei primi anni del ‘900, sviluppa tutta la sua potenzialità industriale, acciaeria, fabbrica d’armi e chimica proprio grazie alla grande disponibilità di energia idroelettrica, sulle cui basi ha costruito nel tempo un tessuto industriale solido che oggi vede il suo futuro messo in discussione. Gli investimenti promessi per la produzione di acciaio magnetico, essenziale per il settore dell’automotive e dei motori elettrici, potrebbero non concretizzarsi senza un accordo di programma chiaro e vincolante. Le istituzioni locali e le organizzazioni sindacali si trovano a fronteggiare una sfida complessa. Da un lato, c’è la volontà di garantire la continuità produttiva e la tutela dei posti di lavoro, dall’altro, vi è la necessità di affrontare le problematiche ambientali e di salute pubblica che la produzione siderurgica comporta. Gli sforzi fatti, in questo ultimo anno, per limitare l’impatto delle polveri sottili e delle vibrazioni, in particolare nel quartiere di Prisciano, rappresentano un un passo avanti, ma senza investimenti adeguati il rischio è quello di un blocco totale delle tante operazioni ancora necessarie su cui l’amministrazione e l’azienda sisono impegnate nei confronti della popolazione. Il mancato accordo potrebbe inoltre avere ripercussioni pesanti sull’indotto locale, fatto di aziende che negli anni hanno garantito servizi essenziali per il funzionamento dell’acciaieria. La chiusura, o una drastica riduzione della produzione, rappresenterebbe un colpo mortale per molte realtà economiche della zona. La questione energetica resta il nodo principale. Il costo elevato dell’energia in Italia, acuito dalle crisi internazionali e dalla mancanza di una strategia a lungo termine, sta mettendo in ginocchio settori industriali ad alta intensità energetica come quello siderurgico. In passato, tentativi di creare centrali elettriche dedicate, come quella prevista a Narni, sono stati bloccati da comitati e incapacità istituzionale a dare seguito agli accordi previsti.
Oggi si pagano le conseguenze di quelle scelte mancate. Eppure, nonostante i costi elevati, AST ha chiuso il 2023 con un bilancio positivo. Un dettaglio che fa emergere dubbi sulle reali intenzioni della proprietà: il rischio, è quello di un progressivo smantellamento della produzione a caldo, con il mantenimento della sola lavorazione a freddo e l’importazione di brame dall’Indonesia. Una strategia che comprometterebbe la qualità del prodotto finale e la stabilità del settore. Di fronte a questa situazione, il Sindaco di Terni ha chiesto un intervento urgente del governo, con il coinvolgimento diretto della Presidenza del Consiglio e dei ministeri competenti. Parallelamente, le organizzazioni sindacali hanno proclamato lo stato di agitazione e minacciano scioperi e manifestazioni se non arriveranno risposte concrete.
Per l’amministrazione comunale l’accordo di programma resta il perno su cui si gioca il futuro dell’acciaieria. Senza un’intesa che garantisca investimenti pubblici e privati, un incremento della produzione ela proporzionale crescita occupazionale che ne deriverebbe, e una riduzione dell’impatto ambientale, il destino di AST e della città di Terni appare incerto. Senza la firma dell’accordo di programma in tutte le sue parti, l’amministrazione, in linea con quanto già ampiamente dichiarato, rimetterà in discussione anche la disponibilità della concessione della discarica necessaria per le lavorazioni. Questo è il momento di prestare un fronte comune di fronte ad un inaccettabile atteggiamento irrispettoso del gruppo Arvedi nei confronti della città. Nonnè più rinviabile una politica di salvaguardia delle produzioni manifatturiere nel nostro paese e in Europa, ma al tempo stesso ci aspettiamo un grande senso di reponsabilità soprattutto dagli imprenditori italiani. La posta in gioco è altissima e il tempo per trovare una soluzione si sta esaurendo».
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