La Corte d’Assise di Terni spiega perché Nicola Gianluca Romita è stato condannato al carcere a vita per il femminicidio della moglie Laura Papadia
La Corte d’Assise di Terni ha depositato le motivazioni della sentenza con cui, lo scorso aprile, ha condannato all’ergastolo Nicola Gianluca Romita per l’omicidio della moglie Laura Papadia, uccisa nella notte tra il 25 e il 26 marzo 2025 all’interno della loro abitazione di Spoleto. Un documento dettagliato e motivato che ricostruisce nel dettaglio il delitto e chiarisce le ragioni che hanno spinto i giudici ad applicare la massima pena prevista dall’ordinamento italiano.
Secondo quanto emerge dalle motivazioni, Laura Papadia perse la vita al termine di una violenta lite familiare. La Corte ha ritenuto pienamente provata la responsabilità di Romita sulla base della sua confessione, degli accertamenti investigativi e delle testimonianze raccolte durante il processo.

Particolarmente significativa, per i giudici, è stata la dinamica dell’aggressione. L’omicidio sarebbe stato compiuto attraverso lo strangolamento della vittima, utilizzando dapprima le mani e successivamente un laccio appartenente a una mantellina. Un’azione che, secondo la ricostruzione processuale, si sarebbe protratta per diversi minuti.
Proprio la durata dell’aggressione e le modalità utilizzate hanno rappresentato uno degli elementi centrali nella valutazione della Corte. Per i magistrati non si è trattato di un gesto impulsivo o accidentale, ma di una condotta che dimostra una precisa volontà omicidiaria e la consapevolezza delle conseguenze delle proprie azioni.
Nel corso del procedimento era stata presa in esame anche la condizione psicologica dell’imputato al momento dei fatti. I giudici riconoscono che Romita stesse vivendo una situazione di forte tensione emotiva e stress personale, ma ritengono che tali condizioni non abbiano minimamente compromesso la sua capacità di comprendere ciò che stava facendo.
La Corte afferma infatti che l’uomo fosse pienamente capace di intendere e di volere quando ha agito, escludendo qualsiasi forma di alterazione tale da incidere sulla responsabilità penale. Uno degli aspetti più rilevanti delle motivazioni riguarda il mancato riconoscimento delle attenuanti generiche. Secondo la Corte, non esistono elementi che possano giustificare una riduzione della pena.
I giudici sottolineano come i motivi alla base del delitto e l’enorme sproporzione tra le richieste avanzate dalla moglie e la reazione dell’imputato abbiano impedito qualsiasi valutazione favorevole nei suoi confronti. A pesare è stata anche la particolare gravità del contesto nel quale si è consumato il femminicidio. Laura Papadia è stata uccisa nella propria abitazione, luogo che dovrebbe rappresentare uno spazio di sicurezza e protezione. La vittima, secondo quanto evidenziato dalla sentenza, si trovava sola con il marito e continuava a nutrire nei suoi confronti sentimenti di fiducia, circostanza che ne accentuava la vulnerabilità.
Tra gli elementi che hanno inciso sulla valutazione complessiva della condotta di Romita figura anche quanto accaduto immediatamente dopo l’omicidio. La Corte evidenzia che l’uomo non ha mai contattato i soccorsi né ha tentato in alcun modo di prestare assistenza alla moglie. Nessuna chiamata al 118, nessuna richiesta di aiuto, nessun tentativo di salvare la vittima.
Per i giudici si tratta di un comportamento particolarmente significativo, che conferma ulteriormente la gravità della condotta e che è stato preso in considerazione nel percorso che ha portato alla determinazione della pena.

L’ergastolo inflitto dalla Corte d’Assise risulta persino più severo rispetto alla richiesta avanzata dalla pubblica accusa durante il processo. Il pubblico ministero aveva infatti chiesto una condanna a trent’anni di reclusione. I giudici hanno però ritenuto che la brutalità dell’azione, le modalità esecutive dell’omicidio, il contesto familiare in cui il delitto è maturato, la vulnerabilità della vittima e l’assenza di qualsiasi attenuante rendessero necessaria l’applicazione della pena massima.
Al di là dell’esito processuale, resta il dramma umano di una donna uccisa all’interno della propria famiglia e di una comunità profondamente segnata da una vicenda che riporta al centro il tema della prevenzione della violenza domestica. La sentenza chiude una fase giudiziaria, ma lascia aperta una riflessione più ampia sulla necessità di riconoscere tempestivamente i segnali di rischio e di rafforzare gli strumenti di tutela per le vittime di violenza di genere.













