La storia, l’arte, la natura, le tradizioni in Umbria

Rappresentano un patrimonio culturale da salvaguardare
Umbria

Di Adriano Marinensi - Una decina di anni fa, nel titolo di un articolo, mi venne l’idea di scrivere: Le rievocazioni storiche dell’Umbria sono quadri di vita laica e religiosa. Questa definizione, ch’era riferita soprattutto alle Feste della tradizione, mi è tornata in mente guardando, tempo fa, le suggestive immagini televisive della Corsa dei Ceri di Gubbio che, attorno alla spettacolare contesa, mostrano, ogni maggio, una cornice di gente clamante, segno di passionale e intatta partecipazione popolare.

Già, le feste della tradizione: oltre ai “Ceri”, il Corteo storico del Corpus Domini di Orvieto, il Calendimaggio di Assisi, Perugia 1416, la Quintana di Foligno, la Corsa all’Anello di Narni, il Cantamaggio ternano, la Giostra dell’Arme di Sangemini. Poi, le tante altre che hanno radici nella civiltà contadina e nella memoria del borgo. Sono, a pari titolo, beni culturali che sanno di umanità. Molte si svolgono in primavera per simboleggiare gli incanti della natura, assai benigna dalle nostre parti. Fanno da parchi della rimembranza, accompagnano e tramandano monogrammi di vita tra le generazioni.

Sono andato a spulciare quell’ottimo saggio che ha per titolo Umbria mistica, Umbria guerriera scritto da don Ansano Fabbi, figura caratteristica di studioso delle antiche vicende regionali. Vi è narrata l’Umbria dell’arte sacra, delle pievi, dei monasteri, dei romitori, sparsi negli angoli reconditi dove la pace è portabandiera. E l’Umbria guerriera dei Capitani e delle Compagnie di ventura, delle dispute tra dinastie dominanti, arroccate nei castelli, dove persino le pietre parlano di storia. L’Umbria mistica dei movimenti religiosi, francescani e benedettini. L’Umbria guerriera dei Baglioni di Perugia, di Braccio da Montone, del Gattamelata da Narni, di Jacopo e Boldrino da Panicale, di Bartolomeo d’Alviano. I terribili Trinci a Foligno, di osservanza guelfa e, a Città di Castello, i Vitelli, ghibellini “venturieri e tiranni”, scrive don Fabbi. Vitellozzo Vitelli finì a fil di spada nella famosa congiura di Cesare Borgia a Senigallia (1502).

Lungo un ideale percorso culturale, ritroviamo anche la venerabilità che lega il Santo di Assisi all’Eremo di Narni ed a quelli della Valle Santa reatina (Poggio Bustone, la Foresta, Greccio e Fonte Colombo). Sono luoghi di devozione e messaggeri di fratellanza, di concordia, di “cantico delle creature”. I luoghi che li ospitano mostrano la continuità secolare dei principi umani. Fors’anche nostalgie di valori, una volta diffusi ed oggi relegati ai margini dall’innovazione. E’ l’Umbria che si affaccia nei suoi eventi lontani. Con i campanili, le torri, gli antichi manieri, i municipi. Quando i centri urbani e la campagna erano uniti da un tratto ininterrotto. Dentro l’immagine di un paesaggio inteso come stato d’animo, oltre la magnificenza del creato.

Una delle radici di questa Umbria viene, chissà, dall’uomo rurale che all’esoterico chiedeva la rivelazione del futuro, scivolando sovente nel terreno della superstizione e della magia. Faceva scongiuri per la guarigione del bestiame, bene primario e prezioso. Dal soprannaturale invocava la protezione dei raccolti. Eccoli allora gli atti della devozione, i riti propiziatori, le credenze popolari, le pratiche pseudo religiose che influenzavano la convivenza e generavano il substrato di mistero che ha fecondato le usanze. E’ l’Umbria degli infiniti centri di mezza montagna, talvolta di poche anime residue, con le loro minuscole e affastellate architetture spontanee. Di poesia sanno quegli anziani di borgo, seduti in fila sopra le panche di pietra, a cogliere gli ultimi tepori d’autunno oppure le prime dolcezze della buona stagione.

Ammoniva un vecchio saggio: “Ricorda le antiche glorie che, se negli uomini veneranda è la vecchiezza, nelle comunità è sacra”. Sacre sono quindi, in Umbria, le tracce del passato. Sarebbe limitativo guardare a taluni trascorsi quali semplici espressioni di folclore e richiamo turistico. Rappresentano il vissuto di intere generazioni e forme irripetibili di coesistenza civile. Se bene interpretate, possono trovare utili raccordi con gli attuali modelli comunitari, sicuramente difformi e diversi nel loro processo di sviluppo. Invitano persino a riflettere intorno a talune odierne originalità esasperate che paiono tradire l’uomo, avendone mutato l’essenza e gli obiettivi. Con il pericolo non marginale che quegli accadimenti si scolorino e finiscano per obliterare il senso dell’esistenza.

Ci sono, nel genoma del territorio umbro - sabino, vicende, pur se occasionali, dalle quali è derivato il suo carattere distintivo. Penso, per esempio, a Greccio, scelto da S. Francesco (1223) per la prima rappresentazione della Natività. Scrive Manzoni: “In poveri panni il Figliol compose e nell’umil Presepio soavemente il pose”. Ebbene, quel paese - appena sui confini dell’Umbria - non può differenziarsi dal “miracolo” che lo ha reso mirabile alla cristianità e insigne nel mondo. Tra l’altro, l’ icona, generata dalla santità francescana e custodita nel Monastero, afferma che la pace non deve essere considerata una utopia. Gli operatori di pace – ci ripete – sono araldi di civiltà. Diffondono questo messaggio il Presepio di Greccio e tutti gli altri valori, laici e religiosi, che l’Umbria esprime. La loro salvaguardia è un dovere etico, culturale, politico, sociale.