Facciamo tornare un po’ di natura come… natura l’ha fatta

Un telecomando per cambiare le immagini dei disastri fatti dall’uomo
Umbria

di Adriano Marinensi - Quando è morto, alla veneranda età di 93 anni, mi parve doveroso richiamarlo alla memoria dei teledipendenti (quelli che la T V è sempre accesa a prescindere da ciò che trasmette), con il vezzo di saltabeccare da un canale all’altro, perché di loro, quel molto anziano può essere considerato una sorta di santo protettore. Si chiamava Robert Adler, l’inventore del telecomando (lo space command), un austriaco di Vienna, emigrato negli USA al tempo delle persecuzioni naziste.

Per gli anzidetti teledipendenti, ha segnato il passaggio di un’epoca: dal prima, quando si dovevano alzare, volta a volta, per cambiare canale oppure per modificare il sonoro; al dopo, il comodo stare sul divano di oggi e, con un dito, passare dal Polo all’Equatore. Scrissi di Adler, dei suoi 180 brevetti e mi rammaricai di un fatto: questo genio dell’elettronica avrebbe potuto fare un passo avanti e inventare il “telecomando natura”. Per farne cosa, è spiegato più avanti. Quello in uso consente di toglierci dai piedi, all’istante, le pedanti isola dei famosi, grande fratello, c’è posta per te, la prova del cuoco e tutti gli altri cuochi mediatici etc. etc. etc. (nessuna trasmissione merita l’iniziale maiuscola). Ed anche le tante “caciarate” che somigliano alle aie campestri, dove pulcinelli e pulcinelle pigolano assillanti e le oche starnazzano, sovrapponendo il chiasso. Senza escludere la possibilità di ripararsi dalla infestante pioggia di “Ingiunzioni all’acquisto”, ormai arrivata oltre il limite della violazione di domicilio. Alla stessa maniera il “telecomando natura” avrebbe potuto toglierci dalla vista le brutture che l’uomo ha disseminato sulla terra.

Invece che a pile, questo “bastone del comando” potrebbe funzionare col pensiero. Per poter mutare, secondo intelligenza, molte delle sgradevoli immagini che ci circondano. Per cancellare dallo “schermo dell’ambiente” l’effige malevola dei rifiuti, che infestano le terre dei fuochi e costruiscono isole di plastica negli oceani. Dentro i quali, menti perverse e associate per delinquere hanno affondato navi in disarmo, cariche di scarti tossici e nocivi. Poi, modificare l’immagine dei laghi e dei fiumi afflitti da acqua sporca (penso a Piediluco, curato invano da “luminari della scienza” ecologica). Un “telecomando natura” in grado di obliterare l’icona malinconica dei boschi incendiati, delle devastanti cave di pietra, dei dissesti idrogeologici. Anche la ridda di “papaveri” edilizi, alti, alti, fioriti come in mezzo al grano, d’estate. Proprio siffatto modello di vita urbana crea le solitudini che contribuiscono all’asfissia della società solidale, causata dagli egoismi e dall’indifferenza.

Scrivo e penso ai nuovissimi “ingombri” costruiti in Via Vitalone, a Terni, e pure a Ponte le cave, in Via Mentana (due grattacieli al posto di un piccolo vivaio di piante e fiori) e in tanti altri rioni ancora, dove il cemento è “colato” in abbondanza. Perché, anche in questa parte dell’Umbria, abbiamo dovuto fare i conti con la asocialità di certi metodi di urbanizzazione intensiva, che ha partorito, similmente alle madri da marciapiede, non pochi ecomostri. Servirebbe un “telecomando natura” capace di cassare (sempre a Terni) l’elevata componente di traffico privato inutile. E magari dotare la città almeno di un altro parco attrezzato, degno però di tale nome. Utile il “telecomando natura” sarebbe allo scopo di spazzar via lo smog che insolentisce Terni e si vede da uno qualsiasi dei colli attorno. Lo smog è un attentato alla salute, la quale invece, per l’individuo è un diritto assoluto e per la società un interesse legittimo.

Insomma, un miracoloso parto della scienza, con tanti tasti da premere per un campare migliore, sarebbe stato siffatto “marchingegno”, se Robert Adler non si fosse fermato al telecomando della T V, ma avesse fatto un passo avanti; lui che di eccellenti invenzioni è stato l’autore nel campo della tecnologia. Ci avrebbe permesso di sopprimere con un clic le funeste visioni delle violenze e delle guerre, la vista atroce dei bambini soldato, gli esodi biblici di coloro che fuggono dai luoghi dove la violenza è quotidiana. Un altro telecomando avrebbe potuto inventare Adler per consentirci di “cambiare canale” e far scomparire, come sul televisore, un sacco di negatività.

Io lo avrei usato anche allo scopo di realizzare alcuni dei desideri (bizzarrie?) che, spesso mi passano per la mente. Per esempio, quello di riportare un po’ di campagna in città. Riportare in città un po’ dei contorni sfumati dell’autunno, impegnato, da pittore amico, a colorare il paesaggio. Insieme ad alcuni degli usi e costumi della vita vissuta quando fui fanciullo e nelle case di periferia (a Terni, cominciava la periferia, appena fuori delle mura urbiche) dove si intrecciavano, in cucina, i prodotti dell’orto con quelli del pollaio. Si diceva, in onor del vero, pane al pane e vino al vino; mentre ciò che compri oggi al supermarket non sai come lo devi chiamare. Metterei, pur senza esagerare, alcune dosi di vecchi valori etici e sociali dentro l’informe miscela del presente anonimo. Valori di uno stare insieme in quelle comunità, quando il lutto per uno (e la gioia) era lutto per tutti. Oggi, se muore l’abitante del primo piano, quello dell’attico manco lo viene a sapere. E’ – l’ho scritto e lo riscrivo - l’anonimato di condominio.

La mia, si badi bene, è solo nostalgia, un onirico, ozioso far nulla. Perché, poco ormai si può fare per restituire alla convivenza, una dimensione con qualche sapore di borgo antico. Allora, le case e le famiglie, formate dall’ultimo nato al primo, stavano affastellate e s’udiva intorno il rispettoso silenzio che solletica la mente e induce alla riflessione. Qualcuno di questi miei rimpianti sopravvive (è “fattore di vita” sempre più raro) nei tanti pittoreschi centri storici dell’Umbria. Siccome sono costretto di nuovo ad esemplificare, ecco – da Terni, a portata di mano – il paesello di Cesi, che guarda la città, di certo senza invidia alcuna. Molto a Cesi sa d’antico e di “a misura d’uomo”: le tortuose scalinatelle, le piccole piazze, gli archi, i selciati, i balconi fioriti, le atmosfere, le dimore nobili e altere, le Chiese raccolte quasi in perenne preghiera. E il bosco sovrastante, con il suo verde, ancora incontaminato, e il corbezzolo che lo punteggia di rosso. Lassù, alla quota 1120 di Torremaggiore, ci sono i resti di un luogo di culto, di notevole valore archeologico, probabilmente dedicato a Marte e Giove e fatto risalire al III secolo a. C.

Quando, a piedi, ci salivo, verso il sopramonte - purtroppo insieme ai motori fracassoni – (eccolo l’ultimo mio sogno perduto) speravo che gli alberi, posti ai lati della strada (asfaltata), facessero un passo avanti, così da restringerla alle dimensioni di un sentiero. Concludo chiedendo scusa per questo vagare di pensieri in libertà. Fisime, forse patetiche e strampalate, di certo senza nessun traguardo in questa società forsennata, sospinta da mille nevrosi, ormai incamminata verso altri approdi di (pseudo) civiltà.