Terni: i fiori che non colsi e le occasioni perdute

Il Centro per le cellule staminali nell’occhio del ciclone
Terni

- di AMAR

Per raggiungere quell’obiettivo di straordinario prestigio, a Terni, s’erano messi insieme soggetti istituzionali di ragguardevole spessore, mica quacquaracquà. Con solide certezze istituzionali, culturali e finanziarie e serie referenze in campo scientifico. Quindi, all’origine, esistevano le garanzie per realizzare in loco, con dimensione nazionale, un moderno Centro di ricerca sulle cellule staminali. Correvano i primi anni di questo secolo ed i promotori illustrarono l’iniziativa - attraverso momenti di interessante informazione - definendolo un traguardo di eccellenza.

Ci voleva un organismo che avesse seguito da vicino l’iter ch’era complesso e di grande attesa: venne costituita la Fondazione con dentro i rappresentanti di tutti i soggetti realizzatori. Il Centro abbisognava pure di una sede appropriata per ospitare uffici e laboratori. La scelta cadde sull’edificio dell’ex Milizia, sito a due passi dall’Ospedale di Colle Obito. Insomma, dopo una lunga serie di fallimenti (leggi, per esempio: la Metropolitana di superficie, il Teleriscaldamento, il Tulipano, la Città del cinema di Papigno, il Centro multimediale, la Terni – Rieti che non finiva mai) parve indicata, per Terni, una seria “strada dell’avvenire”.

Ricordo un incontro al vertice, organizzato a Terni (non era neppure il primo) nel salone dei Convegni del Palazzo Gazzoli (30 novembre 2007). Presente il summit della politica locale e soprattutto dei massimi studiosi di staminali, vi fu un confronto di alto profilo con una serie di relazioni, tavola rotonda, lectio magistralis, ed una significativa comunicazione sul tema specifico “Cellule staminali cerebrali, verso la sperimentazione”. Tutto evidentemente centrato sul progetto che, a Terni, stava avviandosi alla concretizzazione.

Di fronte a quel pozzo di scienza e coscienza - oltre alle dichiarazioni di impegno pronunziate solennemente al microfono - mi feci prendere dall’entusiasmo e scrissi: “Terni sta attraversando un ponte che segnerà la sua storia futura. Dalla fabbricazione dell’acciaio e della plastica, l’attenzione ora è rivolta alla formazione (era in atto l’insediamento del Polo universitario, n.d.a.) e alla attività di ricerca, che va caratterizzandosi sul versante delle cellule staminali. Si tratta di un progetto ambizioso, in sinergia con la “città della salute” che ha nel presidio sanitario di Colle Obito un punto essenziale di riferimento”.

Fui convinto nello scrivere anche per ciò che avevo sentito dire autorevolmente durante quel Convegno, fino a concludere che “ormai l’operazione Centro ricerca sulle cellule staminali non può arrestarsi. Anzi dovrà diventare una realtà d’avanguardia di significativo valore scientifico e culturale, non solo per Terni”. Era ormai convincimento generale che, nella lotta contro talune malattie degenerative, le staminali fossero l’arma vincente. E Terni stava diventando la fabbrica di quelle armi. Addirittura una ipotesi suggestiva qualcuno l’aveva formulata: prelevare dall’embrione, prima dell’impianto, un certo numero di staminali, cosicché ogni nato potesse avere “in banca” cellule totipotenti da utilizzare durante il corso della sua vita. Quasi fantascienza, tanta ormai la fiducia, all’epoca, risposta nelle capacità terapeutiche delle staminali.

Lo stato dell’arte, al 2007, era questo: per quanto riguarda la sede, i lavori potevano considerarsi in via di ultimazione, grazie ad un investimento milionario; il livello di sostegno unanime; il patrocinio del mondo sanitario s’era formato su un punto di totale affidabilità. Invece, la strada ch’era parsa maestra, negli anni a venire, s’è rivelata sconnessa e in salita. Il tempo comunque non è trascorso invano. Sul piano della sperimentazione, passi significativi sono stati fatti, seppure insufficienti al raggiungimento dell’obiettivo finale.

Poi siamo arrivati ai “titoli di coda” come quello apparso alcuni giorni fa: “Cellule staminali, la Fondazione è quasi al capolinea”. Nel senso che non ci sono più risorse da investire. Verrebbe da dire che, al pari di un condominio delle case popolari, in molti non hanno pagato i “millesimi”. Bambole, non c’è una lira! Per Terni, la grande occasione sembra perduta. Ho scritto “sembra” più con l’ottimismo dell’amor di patria che con il realismo della ragione.