Terni: campa cavallo, ma la Fontana dello Zodiaco non cresce

Si segnala l’ennesimo problema strutturale anche per la Terni - Rieti
Terni

Di Adriano Marinensi - L’opuscolo che mi è capitato tra le mani non reca la consueta notazione della data di stampa. Però, di sicuro, la sua edizione non è recente. Autore il Comune di Terni; titolo “Il restauro della Fontana di Piazza Tacito”, eseguito intorno alla metà degli anni ’90. La firma, in calce alla presentazione, è del Sindaco pro tempore Gianfranco Ciaurro che ha governato il Municipio più di 20 anni orsono, dal 1993 al 1999. Lui, nella nota introduttiva, la Fontana l’ha giudicata “espressione emblematica della città, opera dedicata all’acqua, fondamento del primo sviluppo industriale della comunità ternana”. E ancora: “Ho nella mente una visione apocalittica di Piazza Tacito, tappezzata di morti tutt’attorno alla Fontana, dopo il bombardamento del 14 ottobre 1943.”

Perché, l’opera scultorea – a me piace chiamarla così - che celebra, insieme all’acqua, la produzione siderurgica e la tradizione del lavoro, non venne risparmiata dalle bombe, durante la 2^ guerra mondiale. Bombe quasi sacrileghe che violarono un capolavoro d’arte, costruito con l’intento di dotare Terni di uno “stemma” permanente e allegorico. Nell’opuscolo c’è la sua vicenda, iniziata appunto nel 1933, quando a Terni c’era il Podestà (Almo Pianetti) e si decise di spostare altrove – raccontano Rosella Natalini e Massimo Romani - il Monumento ai Caduti che oggi si trova dinnanzi ad uno degli ingressi della “Passeggiata”. Fu bandito un “concorso nazionale tra ingegneri, architetti ed artisti del Regno”, con lo scopo di costruire il simbolo della ternanità, al centro del centro cittadino. Il primo premio di £. 8.000 se lo aggiudicò il progetto tecnico - artistico presentato da Mario Ridolfi e Mario Fagiolo, considerato anche splendido esempio di arredo urbano. Si decise di piantumare attorno “quattro parallelepipedi di lecci”, onde arricchire il quadro d’assieme e far assumere al complesso urbanistico “una valenza architettonica di rilievo”.

Ad ottimizzare la scenografia e celebrare l’industria locale dell’acciaio, venne innalzata l’asta gigante al centro del manufatto circolare. La costruì ovviamente la Soc. Terni, mentre l’impianto idraulico fu fornito dalle Officine Bosco e quello elettrico dalla Soc. Interamna; ancora una azienda locale eseguì le opere in muratura e soltanto per la pietra da taglio intervenne una Ditta di Novara.

Il 21 aprile - all’epoca giorno celebrativo del “natale di Roma” – del 1936 fu il natale della Fontana dello Zodiaco. Così denominata in quanto, la decorazione della vasca principale la affidarono al giovane pittore Corrado Cagli, il quale vi realizzò un mosaico con i segni delle 12 costellazioni celesti, forse ispirandosi alla pittura rupestre. Comunque, l’intervento sulla Fontana è un bell’esempio di creatività dove, a giudizio di Antonello Trombadori, “le antiche simbologie si trasformano in moderne misure monumentali”. Ma, chi era Corrado Cagli? Ce lo fa conoscere Margherita Romano, collocandolo “tra i maggiori esponenti di una nuova, emergente generazione artistica nazionale, in virtù delle sue innate capacità disegnative”. Lo stesso Cagli curò il rifacimento del mosaico quando, nel dopoguerra, la Fontana entrò tra i primi interventi della ricostruzione. Rimessa a nuovo, fu inaugurata il 24 giugno 1961, tornando a svolgere il suo ruolo simbolico ed identificativo di Terni, pure dal punto di vista turistico. Spiega Mauro Latini nell’opuscolo, la complessità degli impianti tecnologici, sia idraulico, per il ricircolo dell’acqua, sia elettrico, per l’illuminazione che, con i loro giochi prospettici, ne esaltano la spettacolarità, anche in richiamo della Cascata delle Marmore.

Purtroppo, il movimento dell’acqua ha causato il degrado del mosaico e il resto dell’ offesa, ormai risalente a diversi anni fa, è stato aggiunto dalla cervellotica iniziativa pubblicitaria, che con il peso del grosso striscione attaccato alla punta, ha schiantato l’asta metallica. Così, da allora, “il simbolo della memoria, della speranza, dell’orgoglio, della nostalgia, il richiamo al recupero di una eredità del lavoro” – come si legge nella nota di Telesforo Nanni; il “simulacro” ora giace nel suo sarcofago di legno che lo accerchia e ne nasconde la vista, per di più tra il rincorrersi di inutili polemiche che hanno allungato in – giu – sti- fi –ca –ta –men – te (scritto in sillabe, a chiarimento) i tempi di recupero. E l’attesa di rivedere attiva e splendente la principale testimonianza culturale ed artistica esistente a Terni, si segnala quale esempio lampante di insulsaggine burocratica.

Cammina, cammina, cammina, eccola un’altra fiaba infinita. Il cantastorie (contapalle?) è nuovo, in quanto quello che ha avviato la narrazione è morto di vecchiaia. Insomma, il favoloso mondo della Terni – Rieti, tratta intermedia della Superstrada dei Due Mari – dal Tirreno all’Adriatico - progettata a metà degli anni ’60 del secolo passato, tra applausi festosi e gioiose speranze. Poi, con il trascorrere delle primavere, quelle “voci”serie e di sicuro interesse, tra una inaugurazione e l’altra, si sono trasformate in un pettegolio vociferante. E si è andati avanti – lo dico in vernacolo – “a pezzi e bocconi”. Quando, fra or non è guari, del decimo lustro vedremo l’alba, il rischio diventerà simile a quello corso dal viaggiatore di Marco Aurelio che “dimentica – annota in un “saggio” Franco Ferrarotti, grazie Professore per la copia inviatami con dedica – lo scopo del viaggio lungo la strada. A tal punto, l’incompiuta sarebbe perfettamente grottesca.

Le ultime notizie informano dell’avvenuta sospensione del traffico al fine di riparare l’ennesimo difetto di costruzione del costruito. Per quanto riguarda il costruito ancora da costruire, i lavori in corso sono diventati di lungo corso. Come per la Fontana di cui sopra, il cavallo campa, ma l’erba non cresce. E nessun sonno della politica, ch’io sappia, risulta agitato. Scioglilingua a parte, il cantastorie adesso racconta che, se vuoi andare da Terni a Rieti e viceversa, devi usare la strada vecchia. A conferma dell’adagio – chiedo scusa per la banalità - secondo il quale chi lascia la strada vecchia per la nuova, gabbato si trova. Siamo ancora nel disappunto con l’interruzione della 79 bis tra lo svincolo Valnerina e la rotatoria di innesto sulla Piedimoggio – Rieti. Il completamento del pezzettino al confine con la Sabina è fermo da illo tempore, al pari dell’altro in direzione Civitavecchia.

Interpellati gli aruspici, i divinatori, i negromanti, nessun di loro è riuscito a prevedere il futuro. Intanto, grazieaddio, il primato nazionale assoluto in materia di infrastrutture viarie - lo affermo con la dovuta alterezza - resta saldo nelle nostre mani (di ternani, forse un po’ creduloni). Quale? Questo: in Italia, di strade che hanno richiesto tempi lunghi assai per il totale completamento, ce ne saranno, di sicuro, molte. Però, di strada (peraltro lunga 40 km scarsi) che – per non completarla (sic!) – mezzo secolo non é bastato, ce n’è una sola, la Terni – Rieti. Grazie, ANAS !