I Trii di Beethoven con i Metamorphosi di Terni

Seconda incisione del ciclo integrale
Terni

Tra i regali sotto l’albero alcuni hanno trovato un disco, una nuova produzione in cd del Trio Metamorphosi. Si tratta di una pregevole incisione della formazione ternana che ha per tema i Trii di Beethoven, una seconda emissione che segue il successo della prima registrazione del ciclo integrale, sottolineato da una sontuosa versione del celebre Arciduca, il principe di sangue dei trii. Un progetto che i fratelli ternani Francesco e Angelo Pepicelli e il loro sodale, il violinista Mauro Loguercio hanno iniziato nei tempi giusti per trovarsi preparati all’imminente 2020, anno delle celebrazioni dei 250 anni della nascita di Beethoven.

Prodotto e diffuso dalla prestigiosa etichetta Decca il cd racchiude due pezzi di grande pregio, un numero giovanile, l’opera 1 n.2 e il più maturo e complesso trio degli Spettri, l’op. 70 n.1. La copiosa produzione di trii con pianoforte occupa gran parte della produzione creativa di Beethoven e si arresta sulla soglia della sua ultima trasformazione in musicista vaticinante. La solidità della tastiera del pianoforte, frenata dall’accordo con i due archi, costituisce per l’autore di Bonn una autentica piattaforma sperimentale per progettare impasti timbrici e proiettare sul futuro una dinamica di idee che richiedono una ampia spazializzazione. Quando poi vorrà filtrare verso l’infinito, allora Beethoven userà il pianoforte solista, trasformandolo nella liquidità dei trilli dell’opera 111.

L’accostamento del pezzo giovanile, siglato ancora anno 1792, con il complesso prodotto dell’op.70, composto nel 1808 in una Vienna occupata dai francesi di Napoleone, produca una interessante frizione tra due concezioni in evoluzione. Nel primo trio Beethoven, come era solito affermare il grande Cioran, introduce nella musica una emozione inedita, la “collera”. Nel secondo la diversificazione delle acquisizioni culturali evidenzia la dimensione europea di un giovane musicista proveniente dalla provincia tedesca che, della capitale dell’Impero danubiano aveva saputo assimilare il respiro internazionale.

C’è da dire che l’eleganza con cui i Metamorphosi plasmano la prima pagina è una delle cose più pregevoli di questo disco. Sottraendo il Beethoven alla sua arroganza giovanile, i ternani racchiudono la loro interpretazione nell’alveo di una eleganza costruttiva che rende ragione alla musica della sua innegabile capacità innovativa. Insistendo soprattutto sul segnale ritmico, sempre più pressante, manifestazione di una impazienza e di una sete di affermazione che il bollente autore non aveva nessuna intenzione di nascondere.

Il gioco si fa più interessante nel trio degli Spettri, titolo condiviso col capolavoro di Ibsen, ma qui si tratta, forse, di qualcosa con cui Beethoven avrebbe voluto evocare i fantasmi delle streghe del Macbeth. Progetti, annotazioni, intuizioni dei critici, e non di più, ma la pagina è veramente leggendaria, coi suoi fremiti e le sue lacerazioni liriche. Ci si possono sentire gli echi della poesie leopardiana, quei canti lontani avvertiti dalle finestre spalancate nella notte, quando ogni sussurro è ansia e la stessa nostalgia si fa paurosa apertura sull’abisso delle sensazioni.

I Metamorphosi si addentrano tra queste righe di pentagramma, aggirandosi come stupefatti, frementi nel loro timore, affermativi nel senso di accettazione del percorso quasi iniziatico. Un equilibrio veramente di grande qualità.

Vide giusto D’Annunzio, quando, nel lontano 1916, nella prosa-lirica del Notturno, redasse una esegesi di un reale ascolto del trio beethoveniano. Tra le tante esternazioni del grande ascoltatore di musica, le righe dedicate al Largo dell’op. 70 rimangono tra le più moderne di associazione tra suono e scrittura: << … sono tre voci che parlano come in un dramma religioso, come in un mistero sacro. Ogni nota sospinge di vena in vena, fino al fondo del calice della vita, quello che non ho assaporato ancora e quello che pregai fosse tenuto lontano dalle mie labbra>>.

Non sarà scientifico, ma è certamente indicativo di cosa possa suscitare in noi un compenetrante ascolto musicale.

Se non avete fatto ancora il regalo giusto, questa è l’occasione per farvi ricordare dai vostri amici con un disco che parla umbro e ci ricorda come il trio Metamorphosi sia una delle eccellenze con cui la nostra regione si presenta al mondo della musica.
    Stefano Ragni