Umbria, ripartire con l’agricoltura biologica

Intervista a Andrea Alberti, titolare dell’omonima azienda di Poggio Aquilone
Terni

In un momento di ripartenza generale dell’economia, anche l’agricoltura umbra deve fare rassegna delle proprie unicità per ridefinire i propri punti di forza. Uno dei quali è rappresentato dall’agricoltura biologica.
Ne parliamo con il dottor Andrea Alberti, titolare dell’omonima azienda di Poggio Aquilone (Tr). Sito web 
Una superficie di oltre 500 ettari da 80 anni versata alle produzioni agricole e zootecniche.
Dottor Alberti cosa si intende esattamente per produzione agricola biologica? Dato che la sua azienda rappresenta un’eccellenza umbra in questo specifico nel settore, quale futuro vede per tale genere?
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Occorre fare una differenziazione, in quanto la definizione appare ancora generica per il consumatore, il quale in questi ultimi anni ha fatto comunque dei progressi nella comprensione del termine. Sappiamo che il trend sia in grande espansione, dove il concetto di biologico, in particolare nella nostra regione, è riferito ai piccoli e medi produttori, e, grazie a loro, il consumatore inizia a recepire quel concetto fondamentale che si dovrebbe mangiare meno, ma in maniera più sana. Quindi il nostro lavoro di produttori è incentrato, oltre che sulla produzione, nell’educazione a comprendere tali vantaggi. La modalità di produzione agricola biologica non permette modalità di correzione nell’iter di vegetazione della pianta e il percorso appare, paradossalmente, più facile. In effetti, quello che oggi pare innovativo, costituiva la regola del produrre fino circa a settant’anni fa, l’agricoltura era solo ed esclusivamente biologica, come da tradizione millenaria. Ovviamente le rese sono inferiori, allora come oggi, e quindi il problema di sfamare il mondo collude con tale opzione, ma solo in questo modo si riesce a rispettare l’ambiente e la salute delle persone. Faccio esempi. Il propagarsi di sindromi allergiche ed autoimmuni – la celiachia, una per tutte – che erano praticamente inesistenti nelle generazioni passate, ci danno il segno di quanto sia scaduta la qualità dei prodotti alimentari base. A tale proposito occorrerebbe una presa di posizione da parte delle autorità sanitarie, poiché sarebbe importante e utile possedere dei dati scientifici a riguardo, dato che ormai sappiamo che la salute dell’ambiente determina senza dubbio la salute delle persone».
Come e perché è avvenuto il passaggio della sua azienda da tradizionale a biologico? Quali specialità producete?
«Nel 1998 l’azienda Alberti, impegnata in agricoltura e zootecnia convenzionale, è transitata nel settore biologico, ottenendo la certificazione biologica. Occorrono tre anni per la conversione, durante i quali si produce comunque nella nuova modalità. Abbiamo iniziato con poche varietà di legumi - lenticchie e ceci - e di cereali – farro dicocco e grani antichi. Di seguito, grazie all’interazione con l’Università di Agraria di Perugia, e numerose sperimentazioni abbiamo ampliato la nostra gamma di prodotti. Dal punto di vista zootecnico, il bestiame di razza Chianina che alleviamo è nutrito con foraggi di nostra produzione, frutto della rotazione che anche il disciplinare ci impone. L’alternanza del legume con il cereale permette la reintegrazione di sostanze nutritive che quest’ultimo utilizza, impoverendo il suolo. Come prodotto di grande utilità, abbiamo quindi anche il concime naturale, proveniente dall’allevamento che ci permette di integrare efficacemente la fertilizzazione dei terreni».
Andando un attimo nel generale, quali i rapporti intercorsi fino ad oggi tra il settore agricolo umbro e le istituzioni?
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Guardi, con la passata amministrazione regionale, negli ultimi dieci anni l’agricoltura Umbra ha subito una flessione nel suo sviluppo a causa di scelte politiche scellerate. Questo senza dubbio per favorire i grandi gruppi agro industriali. Basti pensare che la maggior parte delle risorse del PSR sono state suddivise tra poche aziende, non offrendo quindi la possibilità alle piccole e medie realtà, creatrici di un prodotto di altissima qualità, di svilupparsi opportunamente. Inoltre non è stata data la possibilità ai giovani ad affacciarsi a questo mondo. Una politica quindi che non ha tenuto conto delle caratteristiche e delle peculiarità del nostro territorio e della qualità delle culture presenti. Un nostro modello di confronto, a parte la prossimità geografica, avrebbero dovuto essere le Marche, dove le cose vanno molto meglio. Tornando a parlare del prodotto specificatamente biologico, è importante sottolineare che alla base della sua produzione, come anche del consumo, vi è una questione direi “etica”, un insieme di principi e convincimenti positivi – la tutela della salute, il rispetto del territorio, il ripristino della circolarità produttiva – che controbilanciano la minor resa alla produzione e il maggior costo finale per il consumatore. Questo valore non è stato fino ad oggi compreso dalla vecchia amministrazione regionale. Vediamo ora se il nuovo corso saprà cogliere l’opportunità».
Vogliamo un attimo parlare di un altro elemento di indotto economico regionale - il turismo - assai legato al settore agricolo e, particolarmente, alle produzioni biologiche?
«In Umbria il discorso turismo è strettamente avvinto alle caratteristiche naturali e artistiche del territorio. La nostra azienda vive nell’ambito del borgo di Poggio Aquilone e per noi è molto importante farlo vivere, arricchendo la nostra ricettività con tour aziendali, trekking, visite ai bellissimi borghi Umbri, oltre tutte le altre offerte tipiche dell’agriturismo: degustazioni, offerta di prodotti al nostro shop, relax in piscina. L’agriturismo è sempre una formula estremamente “vitale” di reintegrazione psicofisica e nel godimento della natura; soprattutto oggi, con gli obblighi postumi della pandemia, si configura opzione ideale per trascorrere una vacanza; muoversi in libertà, in bici, a piedi, all’interno di un’azienda di 560 ettari non crea sicuramente pericolosi assembramenti! Ironie a parte, credo che questo periodo di fermo e isolamento forzato, avrà permesso alle persone di riflettere sui valori insopprimibili della vita, non ultimo dei quali l’alimentazione sana e il contatto con la natura».
Augurandoci la nuova politica locale possa essere più vicina al comparto dell’agricoltura biologica, quali azioni dovranno intraprendere gli imprenditori per renderlo un vero must regionale?
«Occorre innanzi tutto innovazione, poiché l’agricoltura non è più quella di 30 o 40 anni fa. La presenza all’interno di aziende di giovani preparati sarà fondamentale in tal senso. Le opportune scelte di commercializzazione del proprio prodotto sono oramai di vitale importanza, al pari della qualità dello stesso. E’ soprattutto a questo livello che la politica dovrebbe offrire delle linee guida, un sostegno attraverso, ad esempio, dei consorzi, così come avviene nelle Marche. Stanno nascendo numerose reti d’impresa tra piccoli e medi imprenditori agricoli per riuscire a vendere meglio non solo i nostri eccellenti prodotti, ma il territorio tutto. Per esempio DiBiUm, il Distretto Biologico Umbro - del quale facciamo parte - è il primo distretto regionale che riunisce agricoltori, ristoratori, e professionisti che collaborano allo stesso fine. Quelli che sono stati gli handicap storici dell’Umbria – una certa chiusura verso l’esterno, la mancanza di comunicazioni, e di infrastrutture – hanno comunque permesso, volendo rilevare una positività, che la regione si mantenesse perfettamente integra e riconoscibile nella sua natura e nella sua storia. Occorre ora avere la forza di portare a nostro vantaggio questa caratteristica che neppure la Toscana, seppure rappresenti un brand a livello mondiale, riesce a manifestare interamente, soprattutto nei termini di integrità e originalità naturale del territorio. Far incontrare il valore di un agricoltura intrapresa in maniera diciamo “antica”, con un turismo desideroso di riconoscere tale valore incorrotto fatto di natura intatta, borghi suggestivi e dimenticate salubrità enogastronomiche, è la chiave del successo. In Umbria la quantità non si può fare: dedichiamoci alla qualità. E che la politica ci aiuti!».

  Marco Nicoletti