Gli anni di piombo del giornalismo siciliano

Scrivevano tutto, scrivevano troppo e soprattutto la verità
Storie

Di Adriano Marinensi - Una notizia di qualche giorno fa diceva: “La mafia torna a sparare in Sicilia”. Si è salvato per un pelo il Presidente del Parco dei Nebrodi. Gli autori dell’attentato pare siano i picciotti della mafia dei pascoli che fa fortuna con le concessioni dei terreni demaniali e odia i parchi.

Dunque, dopo un periodo di pace, tornano in campo le armi e sembrano purtroppo le stesse che hanno insanguinato, per decenni la Sicilia, per mano dei sedicenti uomini d’onore. Che hanno assassinato politici, magistrati, poliziotti, tutti coraggiosamente impegnati nel combattere la malavita e difendere la legge e la libertà. Molti anche i giornalisti, che fecero inchieste nel mondo omertoso del crimine, alla ricerca di notizie scomode per il potere mafioso e quello con esso colluso. In passato (oggi, non so) mafia, malaffare politico e imprenditoriale, in Sicilia, hanno operato spesso in combutta.

In un Paese democraticamente avanzato, la libertà di informazione è un presidio socio - culturale a garanzia del pluralismo delle idee e della trasparenza dell’azione dello Stato. L’art. 21 della Costituzione italiana sancisce: “Tutti hanno il diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero … la libertà di stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censure”. Uno dei giornalisti morti ammazzati dalla mafia, Giuseppe Fava ha scritto: “Io ho un concetto etico del giornalismo. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza e la criminalità. Impone ai politici il buon governo”.

Dal 1993, l’ONU ha proclamato il 3 maggio la giornata della libertà di stampa; in Italia, lo stesso giorno, dal 2008, si celebra la Giornata della memoria dei giornalisti assassinati dalla criminalità e dal terrorismo. Siccome siamo ancora in maggio, vediamo di rendere dignità e merito, anche da queste colonne, ai colleghi che hanno perso la vita in nome di un concetto nobile della professione, pur sapendo di operare a danno di un nemico spietato e vendicativo. Durante gli anni che vanno dal 1960 al 1993, furono otto i giornalisti uccisi dalla “lupara” mafiosa. Senza dimenticare Giancarlo Siani eliminato, a Napoli, dalla camorra (1985) e neppure Carlo Casalegno (1977) e l’umbro Walter Tobagi (1980) caduti per mano delle B.R.

Il primo fu Cosimo Cristina. Lo trovarono, il 3 maggio 1960, in mezzo ai binari ferroviari di Termini Imerese. Siccome in tasca aveva due biglietti d’addio, gli atti dell’inchiesta vennero archiviati come suicidio. Diversa invece la realtà: la sua penna indagatrice su diversi reati di stampo mafioso, era diventata scomoda.

Mauro Di Mauro è scomparso e non più ritrovato, il 16 settembre 1970. Venne accusato dell’omicidio Toto Riina, poi assolto. La sentenza di primo grado lasciò intravvedere collegamenti con la morte del Presidente dell’ENI Enrico Mattei, sulla quale egli stava indagando per conto del regista Franco Rosi, autore del film “Il caso Mattei”. Scrissero i giudici: “La causa scatenante del sequestro ed uccisione di Mauro De Mauro fu costituita dal pericolo incombente che stesse per divulgare quanto aveva scoperto”.

Per quanto riguarda Giovanni Spampinato,”L’Ora” di Palermo, il giorno dopo la sua uccisione (27 ottobre 1972), pubblicò un articolo dal titolo: “Assassinato perché cercava la verità”. Era il corrispondente da Ragusa di quel giornale. Gli sparò Roberto Campria, figlio dell’allora Presidente del Tribunale della città siciliana. Sembra fosse a conoscenza di un intreccio tra affari e personaggi locali, cospirazioni neofasciste e malavita ragusana.

Peppino Impastato era nato e cresciuto in una famiglia di mafiosi. Ebbe l’ardire di ribellarsi, mettendo in piedi una attività politico – culturale di forte contrasto alle regole dell’ “onorata società”. Fondò anche una radio (Radio Aut) attraverso la quale denunciava apertamente i delitti e le trame oscure. Lo uccisero, 9 maggio 1978, con una carica di tritolo. Quattro militi dell’Arma, compreso un Generale, sono finiti sul registro degli indagati per una strana perquisizione in casa sua.

Mario Francese era un cronista del “Giornale di Sicilia”. Realizzò anche lui inchieste su alcune vicende delittuose (strage di Ciaculli, uccisione del Col. Giuseppe Russo) e raccontò l’ascesa al potere di Riina e Provenzano, oltre alle collusioni e corruzioni legate all’appalto di una diga in Sicilia. I sicari lo colpirono il 26 gennaio 1979 e dovettero passare 22 anni prima che la Magistratura riconoscesse la matrice mafiosa del delitto.

Giuseppe Fava, fondatore e direttore della rivista “I Siciliani”, aveva ripetutamente avanzato denunzie sugli opachi rapporti tra i boss e gli ambienti dell’economia. In particolare, una clamorosa inchiesta intitolata “I quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa”, individuati nei principali imprenditori catanesi che controllavano appalti miliardari. Gli spararono cinque colpi di pistola il 5 gennaio 1984. Dopo 14 anni, per il delitto sono stati condannati due capimafia: Nitto Santapaola e Aldo Ercolano.

Per Mauro Rostagno i giudici hanno scritto nella sentenza, emanata addirittura 26 anni dopo la morte, avvenuta il 26 settembre 1988: “L’omicidio fu commesso per stroncare una voce libera e indipendente, che denunziava il malaffare ed esortava i cittadini a liberarsi dalla tirannia del potere mafioso”. Ancora il Presidente della Corte d’Appello: “Bisognava mettere a tacere quella voce che minava la sicurezza degli affari e le trame collusive delle cosche con altri ambienti di potere”.

Beppe Alfano era cronista de “La Sicilia”. Attraverso una emittente locale aveva denunziato abusi, inadempienze e sprechi nella P.A. Oltre agli scandali di una associazione dove operavano insieme politici e mafiosi. Fu ucciso l’8 gennaio 1993 e, in seguito, anche attorno a questo omicidio, nelle indagini si verificarono incongruenze e depistaggi, che non riuscirono a cancellare la mano omicida della mafia.

Il sacrificio di questi colleghi ha aperto la strada alla giustizia e contribuito a smantellare centri di potere criminale che altrimenti avrebbero continuato a dominare in molte città siciliane. Sono stati uccisi perché, con ardimento, scrivevano tutto, scrivevano troppo e soprattutto raccontavano la verità. Per questo è doveroso il loro ricordo.