In Italia c’erano le “Case chiuse”, in Germania le Lebensborn

Il folle disegno del nazismo per costruire tedeschi di razza ariana
Storia

di Adriano Marinensi - Oggi, in Siria, li chiamano “i figli del Califfato”, piccoli fantasmi spauriti, nati dalle violenze sessuali dei miliziani dell’Isis, il moderno “male assoluto”. Ad uno dei tanti cui è stata rubata l’infanzia, hanno chiesto: “Cosa vuoi fare da grande?” Ha risposto: “Vorrei fare il bambino”. Loro bambini come gli altri non sono per un “vizio d’origine”, l’illegittimità della nascita. Somigliano a quelli prodotti da un altro male assoluto, in tutte le sue espressioni: il nazismo.
Racconta Alberto Bevilacqua, che, nell’agosto del 2008, ad Oslo, ha assistito ad un corteo numeroso di dimostranti alquanto particolari: i figli delle lebensborn. Nei volantini distribuiti in giro, stava scritto: “Sono passati tanti anni e continuiamo a chiederci perché ci siamo meritati questo trattamento crudele”.
Crudele, perché? Lo si comprende, spiegando cosa siano state – sotto le grinfie della svastica - le lebensborn, cioè le case della Sorgente di vita.

Nel “Mein Kampf” (La mia lotta), il farneticante “vangelo” del pensiero nazista, Adolf Hitler ha scritto: “Lo stato razzista deve considerare il bambino come il bene più prezioso della nazione”. Ovviamente si riferiva soltanto al bambino di puro ceppo ariano. Il suo sodale Heinrich Himmler, capo delle famigerate S.S. (Schutzstaffel), pensò di accontentarlo, realizzando, quando ancora la guerra era in progetto, le “Sorgenti di vita”, fondate sulle teorie eugenetiche del Terzo Reich. L’idea guida era costruire i tedeschi dell’avvenire tramite l’accoppiamento di uno “stallone” nazista delle S.S. con una “fattrice” selezionata, in modo che il nascituro fosse l’esemplare pregiato della razza ariana. Un po’ come si fa con i cavalli da corsa oppure con i bovini da carne.

Uno dei disegni più deliranti, concepiti all’epoca, fu appunto la “fabbrica dei tedeschi del domani”, quasi dei superuomini, in quantità industriale e con metodi in parte coattivi. Gli uomini con il teschio sul berretto, chiamati a donare il seme alla patria per fecondare femmine di accertata qualità, anche di nazionalità non germanica. In Norvegia, circa 9.000 sono stati i “meticci” nati incrociando padri tedeschi con madri autoctone, però con tratti ariani; bambini poi trasferiti in Germania per la ulteriore selezione e l’allevamento. Non pochi furono poi bollati come figli delle collaborazioniste e per questo offensivo epiteto, li colse quasi una maledizione.

Per essere arruolati nelle S.S. occorreva una certificazione particolare, risalente al passato remoto della propria famiglia, esaminata con cura da un apposito ufficio incaricato di constatare l’origine e la sanità fisica di ognuno. Un teorico del nazionalsocialismo ha scritto: “Il tedesco autentico è alto, viso stretto, mento ben disegnato, naso sottile, capelli biondi e occhi chiari, cranio dolicocefalo”, vale a dire con prevalenza del diametro longitudinale su quello traverso. Un identikit lo si ritrova anche nel programma sanitario che codificava la produzione di una specie di polli in batteria, esemplari maschi, destinati al combattimento. Origine “pulita” dunque, perché ogni forma “sporca” era reietta. L’obiettivo, elevare al massimo il coefficiente di purezza per fornire alla grande Germania i cittadini capaci di farla grande. Per questo, molti bambini ritenuti idonei, furono rapiti nei territori occupati e trasferiti negli “allevamenti” tedeschi.

Sorta negli anni ’30 del ‘900, c’era la Lega delle ragazze tedesche – nella lingua nazionale Bund Deutscher Madel, in sigla B.D.M. Era l’ala in gonnella della Gioventù hitleriana. La B.D.M., nel 1944, divenne la più numerosa associazione mondiale femminile con 4 milioni e mezzo di iscritte. Dettero una robusta mano alla utopistica purificazione della razza; per esse la maternità, in termini di servizio reso alla causa del nazionalsocialismo, veniva considerata l’equivalente dell’impegno dei maschi in guerra. Questo il falsamente libero apporto delle “fattrici” ariane.

Le lebensborn erano invece l’altra immagine perversa della “soluzione finale”. Con la donna – considerata “secondo sesso” della prima stirpe, quella dell’uomo – avente un compito assegnato: “donare figli al popolo ed alla Nazione” (Goebbels). Sorsero le Case della Sorgente di vita nei territori “razzialmente di valore”, come, ad esempio, la Norvegia dove era possibile reperire materiale femminile con le caratteristiche richieste. Al Processo di Norimberga, un testimone disse di aver visitato una delle cliniche. Stava in un albergo di lusso, requisito agli ebrei, e le fraulein, ad ogni pasto, dovevano salutare il ritratto di Hitler e recitare in coro: “Nostro Fuhrer, ti ringraziamo per la tua munificenza, per questa bella casa, per questo buon cibo”. L’accoglienza infatti era a cinque stelle, stante il fine (nobile, a parere dei “crucchi”) cui erano destinate. Alla fine della folle esperienza, circa 9.000 furono i neonati da “puledra” norvegese e “destriero” tedesco.

Quelli che Alberto Bevilacqua vide sfilare ad Oslo, erano in età tra i 70 e gli 80 anni e ancora manifestavano, cercando una degna collocazione sociale e una giusta identità civile. Dall’indomani della sconfitta del Terzo Reich, nel 1945, erano diventati una presenza ingombrante, persino discriminata e disprezzata, quasi non fosse bastato il sacrificio delle loro madri ignote ed essi stessi costretti all’anonimato della nascita, apolidi in patria. Tutti diventati figli naturali di nessuno, senza colpa alcuna, “il ventre materno cancellato dalla loro memoria”.

In tanti erano nati da madri senza nome che, secondo il codice ideologico nazista, anche fuori delle lebensborn – entro i 35 anni d’età – avevano il “dovere patriottico” di partorire almeno 4 figli. Furono previsti, per le puerpere tedesche sussidi, però soltanto se i neonati fossero ritenuti idonei al progetto razziale. Addirittura, per una legge del 1933, chi soffriva di tare ereditarie poteva essere sterilizzato, onde evitare nascite sgradite al regime. Anche in Danimarca ed Olanda vennero registrate migliaia di nascite, nell’ambito della “ristrutturazione razziale” dei territori conquistati.

Himmler diceva: “Da oggi, per le donne e le ragazze di puro sangue tedesco, procreare diventerà una nobile missione; siano esse sposate o nubili, dovranno chiedere ai soldati, prima di partire per il fronte, di renderle madri”. Poi, il “maschio fecondatore” poteva anche morire in battaglia, tanto la “produzione” era stata assicurata alle future glorie del popolo germanico. Ancora Bevilacqua: “Nel programma scientifico sottoscritto dai medici nazisti, si legge: “Giovani eroici delle S.S., selezionati con il culto che imporremo al futuro della storia, esemplari perfetti della razza ariana, si uniranno alle giovani, anch’esse esemplari ariane perfette”. Quindi, tra gli atti criminosi dei sodali di Hitler, era prevista l’estensione del metodo “al futuro della storia”. Il mondo civile però si erse a nume tutelare dell’umanità e ci salvò dai nuovi barbari. E dai loro infamanti progetti.