7 dicembre 1941: quando cambiò il corso della II Guerra Mondiale

L’aggressione giapponese a Pearl Harbor contro gli USA subito entrati nel conflitto
Storia

Di Adriano Marinensi - Chissà, forse Francia e Inghilterra, da sole, a vincere le potenze guerriere del ROBERTO, l’alleanza ROma – BErlino – TOkio, non ce l’avrebbero fatta. Nel 1941, la situazione bellica era sfavorevole e, alla fine, i libri di storia, quella drammatica vicenda, che in sei lunghi anni, insanguinò il mondo, l’avrebbero raccontata in altro modo. Forse chissà, senza Pearl Harbour, l’intervento americano si sarebbe limitato al sostegno offerto, sino a quel momento, a Londra e Parigi. Ma, la storia è storia e va raccontata secondo i fatti realmente accaduti.

Ecco, appunto, il 7 dicembre di 77 anni fa (il “tresette” di una partita strategica per il mondo civile) fu il giorno quando la 2^ guerra mondiale fece un salto in avanti. E ne decise, in molta parte, le sorti. Primeggia dunque Pearl Harbor e il proditorio attacco dei giapponesi alla base aereo – navale USA del Pacifico. Che scatenò l’orgoglio e la rabbia della Grande Mela di fronte al più pesante insulto subito in tempo di pace. Con enormi perdite di uomini e mezzi.

Pearl Harbor sta su un’isola dell’Arcipelago delle Hawaii che, dal 1959, è diventato una delle 50 stelle sulla bandiera americana. L’aveva scoperto, nel 1776, il navigatore inglese James Cook; vi approdò, più tardi, anche Samuel Clemens (alias Mark Twain), famoso autore delle Avventure di Tom Sawyer, il Principe e il povero, Un americano alla Corte di Re Artù. All’epoca, c’era ancorata una grossa parte della flotta da guerra degli USA. Una sentinella a presidio dell’intero Continente affacciato sul Pacifico. Faceva da palese ostacolo alle manie di potenza ed all’espansionismo nipponico, miranti al dominio di quella parte del pianeta. Un freno insopportabile per i fanatici alti comandi militari del Sol Levante. I quali progettarono, predisposero, realizzarono l’aggressione, proprio nel mentre il loro Corpo diplomatico stava trattando, a Washington, un accordo di reciproca non belligeranza. Persino, per il codice di guerra, una scorrettezza inconcepibile.

Torniamo al 7 dicembre 1941. Per la guarnigione di stanza a Pearl Harbor, una domenica come le altre, dalla vita tranquilla, senza motivo di pericolo. Sono presenti in rada, quel giorno, tra le navi di maggiore tonnellaggio, 8 corazzate, 8 incrociatori, 30 cacciatorpediniere, oltre a circa 400 aerei. Le attrezzature di difesa dell’isola sono di alto livello, però non allertate. Alle prime luci dell’alba, si presenta, all’improvviso, di fronte alla base navale, uno schieramento giapponese chiaramente ostile. Lo compongano 6 portaerei con, in rampa di lancio, quasi 400 velivoli armati, 2 corazzate, 3 incrociatori, 9 cacciatorpediniere e un folto gruppo di sommergibili. Insomma, una forza d’urto dirompente, in navigazione da una decina di giorni, senza nessun avvistamento. Entra in azione, scaricando una pioggia di bombe terrificante. Un’alba tragica per il popolo dell’isola. Dura il tempo di due ondate di bombardieri e aerosiluranti che scaricano ordigni dirompenti ed incendiari.

Le formazioni della prima ondata vengono addirittura scambiate da due radaristi in addestramento, per americane. La sorpresa è totale, anche se l’ impatto genera qualche reazione di difesa. Sono colpite sia le navi, sia le installazioni a terra, i depositi di armi, i serbatoi di carburante. Incendi ed esplosioni ovunque. Arde persino il mare. A metà giornata, l’operazione è dichiarata conclusa e la flotta nipponica inverte la rotta, quando quasi tutti i piloti sono rientrati a bordo. Missione compiuta, dirà allo Stato Maggiore, l’Ammiraglio Isoroku Yamamoto, che l’aveva presieduta. C’è soltanto una recriminazione da fare: le tre grandi portaerei americane (Enterprise, Lexington e Saratoga), poste in cima agli obiettivi da colpire, non si trovavano quel giorno a Pearl Harbor. Le perdite inflitte rimangono rilevanti. Ha contribuito pure il fanatismo esasperato dei 350 “demoni” venuti dall’alto, esaltati dall’odio selvaggio, quasi quanto quello dei kamikaze impiegati, più tardi, durante le battaglie del Pacifico. Il termine, in giapponese, significa “vento divino” e si riferisce a quei piloti suicidi che, a bordo di arerei carichi di esplosivi, si gettavano volontariamente sulle navi nemiche. Insieme ai cosiddetti “missili a guida umana”, si calcola abbiano portato a termine, durante l’ultimo anno di guerra, circa 2000 missioni.

A Pearl Harbor, pure senza kamikaze, i giapponesi misero fuori combattimento mezza flotta: 5 corazzate, 2 cacciatorpediniere affondati, 3 corazzate e 3 incrociatori gravemente danneggiati, numerose navi di stazza minore colate a picco o rese inutilizzabili. Gran parte delle installazioni di difesa, degli alloggiamenti militari, dei depositi distrutti, insieme a quasi tutti i velivoli a terra. Il bombardamento causò, tra i militari, 2400 morti e 1250 feriti. Un bilancio molto pesante al confronto con le perdite minime subite dagli assalitori nipponici: nessuna nave, 29 aerei, 6 sommergibili, meno di 200 morti.

Alla Casa Bianca, c’era Franklin Delano Roosevelt che fu Presidente dal 1933 al 1945 e quindi dovette affrontare tutti gli anni della 2^ guerra mondiale. Ebbe fama anche per il programma di riforme economiche, noto come New Deal. Promosse il “Progetto Manhattan” di ricerca nucleare a fini bellici e di costruzione, nei laboratori di Los Alamos (Nuovo Messico), delle bombe atomiche lanciare su Hiroshima e Nagasaki (6 e 9 agosto 1945). Non ne vide gli effetti perché morto all’improvviso (sostituito da Harry Truman), il 12 aprile 1945.

Il giorno dopo l’attacco a Pearl Harbor, pronunciò, di fronte al Congresso, un discorso furente ed ottenne la dichiarazione di guerra al Giappone. Disse: “Ieri, 7 dicembre, è una data che entrerà nella storia come il giorno dell’infamia”. Una infamia che provocò la sanguinosa Guerra del Pacifico, durata quasi 4 anni, su uno scacchiere militare e civile di grandi dimensioni territoriali, con impiego di straordinarie risorse e il sacrificio di migliaia e migliaia di uomini. Mentre in Europa, il conflitto, ch’era iniziato il 2 settembre 1939, terminò ufficialmente l’8 maggio1945, in Oriente le operazioni belliche si conclusero il 2 settembre 1945 con la resa incondizionata dell’Impero giapponese e la firma del trattato di pace, nella baia di Tokyo, a bordo della nave USS Missouri. Era tornata la pace, lasciandosi però alle spalle una infinità di cimiteri, di tombe senza nome, di morti senza tomba. Il prezzo della follia criminale, smisurato per l’umanità.

Sull’aggresione devastante di Pearl Harbor è stato realizzato, nel 1970, un film, recentemente ripreso dalla TV. Si intitola “Tora, Tora, Tora”, il segnale lanciato per l’attacco. La realtà ricostruita risulta equilibrata per la doppia regia americana e nipponica ed un cast importante. Anche la scenografia appare coerente con la cronaca e di rado indulge all’enfasi cinematografica. E’ stato ben apprezzato dalla critica e resta un film da cineteca, d’azione spettacolare.