Il bambino con il pigiama a righe uscito dal camino

Il dramma di due fanciulli finiti sotto le “docce” delle camere a gas naziste
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Storia

Di Adriano Marinensi - Ho rivisto in TV, alcune sere fa, con lo stesso interesse e commozione della prima volta, il film intitolato Il bambino con il pigiama a righe. Seppure si tratti dell’ennesima pellicola ambientata in un lager nazista dell’ultima guerra mondiale, la narrazione cattura il pensiero e sembra contenere un invito alla riflessione, attraverso una sceneggiatura non lontana da quadri di vita (e di morte) realmente vissuti. Ormai, di quelle orribili vicende è rimasto soltanto qualche raro testimone, però ci sono inconfutabili atti della storia, resi paurosamente immortali dalle immagini. E nel dopoguerra, l’inverecondia del negazionismo, le connivenze a sostegno di molti criminali, l’impunità di certa giustizia (per esempio, l’ “armadio della vergogna”) hanno tradito ancora la civiltà. Invece, mai dimenticare, perché uno degli esercizi dell’anima è fare memoria.

Al centro del film ci sono due fanciulli tra i quali nasce una impossibile amicizia. Bruno è figlio del comandante del lager; l’altro, Shmuel, è ebreo e recluso nel campo. Si parlano e giocano divisi dai reticolati, Bruno vestito da bambino di buona famiglia e invece Shmuel con l’uniforme dei prigionieri che sembra un pigiama a righe. Tra loro, le barriere di filo spinato poste a marcare la abissale differenza tra il destino dei carcerati innocenti e quello dei carcerieri criminali. Anche Bruno vuole un pigiama a righe per entrare nella “fabbrica della morte” (che lui crede una fattoria, piena – dice alla madre – di contadini strani) ed aiutare l’amico nella ricerca del padre scomparso. A quel punto si conclude il dramma, perché entrambi finiscono, insieme a tanti altri - tutti vestiti con il pigiama a righe - sotto le “docce” che mascherano le camere a gas. Per la famiglia di Bruno è una nemesi: anche lui è passato attraverso il camino.

E’ l’olocausto dei mille e mille adolescenti che conobbero l’orco. Non certo quello delle fiabe, ma l’immondo e crudele, impersonato dalla più efferata banda di assassini mai vissuta al mondo. Quell’orco ha rifiutato ogni forma di pietà, anche nei confronti di quanti non ebbero neppure il tempo di rendersi conto che la loro vita appena iniziata era già finita. Li uccise il gas come i loro fratelli, i genitori, i nonni, nei luoghi dell’orrore dove tutte le leggi, naturali e civili, furono calpestate. La brutalità divenne l’unico “precetto” per governare milioni di inermi, spesso protagonisti di (inutili) atti di coraggio oppure costretti al compromesso della (temporanea) sopravvivenza. Tanti uomini in uniforme, seguaci di una dottrina aberrante, divennero terroristi della peggior specie. Ritennero di trovare ragion d’essere nel sopruso per regolare qualsiasi conto con i loro simili che simili erano soltanto per la comune appartenenza al genere umano.

Siccome siamo in ottobre, è doveroso ricordare l’ignobile e tragico dileggio, ordito dai nazisti a danno degli ebrei del ghetto di Roma, proprio nell’ottobre di 75 anni orsono. Roma era stata occupata dalle truppe tedesche a partire dal 10 settembre 1943. Pochi giorni dopo il comandante delle S.S. nella capitale Herbert Kappler (il criminale delle Fosse Ardeatine e della beffarda “fuga di ferragosto” 1977, nella valigia) ricevette un telegramma da parte di Heinrich Himmler con questo ordine perentorio: Tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, età, sesso, condizione (quindi, sani o malati che fossero n.d.a.) dovranno essere trasferiti in Germania ed ivi liquidati. E lui, Kappler, organizzò con protervia, il ricatto. Si fece consegnare dalla comunità ebraica 50 chili d’oro per evitare - disse minaccioso – la deportazione. Poi, appena ricevuto l’ingente tesoro, eseguì il comando di Himmler. Il 16 ottobre, all’alba, i militari della Gestapo circondarono il ghetto e rastrellarono gli abitanti. Due giorni dopo, dalla stazione Tiburtina, sopra 18 carri bestiame, partirono per il campo di sterminio di Auschwitz 1026 persone, tra le quali oltre 200 bambini. Tornarono in 16, 15 uomini e una donna.

Nel film, Il bambino con il pigiama a righe, quello recluso parla con l’altro libero, disgiunti da una condizione vessatoria. Shmuel porta il “pigiama” – dice – perché gli hanno rubato i vestiti. I vestiti e la vita; i vestiti e l’innocenza. Gli hanno sottratto l’anima. Gli è rimasta soltanto la dissoluzione di una esistenza priva d’ogni avvenire. In quei luoghi, il domani è solo domani e forse neppure. Nella casa di Bruno c’è l’ebreo triste e malnutrito, addetto agli umili servizi domestici. Il bambino è stupito dai suoi atteggiamenti malinconici, ma lui, il servitore, rimane avvolto nel grigiore di una sorte che, seppur misera, è migliore di quella riservata agli abitanti della “fattoria”. Poi, c’è il giovane ufficiale con l’alterigia del prevaricatore, intento a mettere in atto gli insegnamenti di antagonismo antisemita, scaricando l’arroganza sui più deboli. Il film è tratto da un romanzo, però quel che narra non è soltanto fantasia. Dietro questo “sacrilego” modo di devastare l’immagine dell’umanità intera, stava l’ideologia aberrante fondata, in Germania, sulle norme razziali e sulle Leggi di Norimberga; in Italia, sulla legislazione emanata nel 1938.

Quando il rifiuto del “diverso” si pone in base al principio di difesa degli egoismi sociali e soprattutto quando lo si nasconde dietro il voto popolare, allora, prima o poi, finisce per passare la regola che la maggioranza comanda e fa legge. E ciò rappresenta una pericoloso “presidio” ideologico. In tal caso è il Paese e non solo il Governo che se la prende con i più deboli (per esempio, i naufraghi della “Diciotti”), che ha voglia di armarsi per (legittima?) difesa, che si allea con quanti sono in lotta contro i principi e i valori della solidarietà internazionale (per esempio, l’Unione Europea, da riformare, ma non con l’impatto disgregante, quanto invece con l’autorevolezza della proposta).

Talvolta e in circostanze particolari, il voto democratico non è neppure vero consenso politico. Come nel 1924, quando si andò alle urne in condizioni molto particolari e con una legge (Acerbo), “la cui approvazione – sostenne Filippo Turati, in Parlamento – Vi è stata consigliata da 300.000 moschetti”. Il 65% degli aventi diritto sancì comunque l’operato del fascismo, al governo (del manganello e dell’olio di ricino) già da due anni. Chi si permise di contestare il risultato, come Giacomo Matteotti, fu eliminato (10 giugno 1924). Ho già espresso il mio modestissimo parere riferito ai “piccoli Mussolini” dei quali ha parlato (non proprio a sproposito) l’autorevole Jean Pierre Moscovici: ogni forzatura nel paragone tra l’Italia di oggi e l’altra di quei tempi bui appare arbitraria. Però, taluni atteggiamenti, talune “percentuali” elettorali montanti, certe esasperazioni nazional – populiste debbono farci riflettere e smuovere le coscienze dei veri democratici. Achtung, achtung!