E’ morto Pietro Mattei, vedovo della contessa Alberica Filo della Torre

La donna assassinata in villa 30 anni fa all'Olgiata
Storia d'Italia

di AMAR - Il cognome Mattei dell’uomo morto d’infarto la settimana passata, è ragguardevole, però non sta nella storia come quello di Enrico che fu il fondatore e primo Presidente dell’E.N.I. E perì nell’attentato all’aereo Catania – Milano, precipitato dalle parti di Pavia. Aveva provato a mettere i bastoni tra le ruote del sontuoso intrico d’affari del petrolio (gestito dalle “Sette sorelle”) e ne subì il castigo. Divenne famoso per le sue capacità di capitano d’industria. Nel dopoguerra, il Governo italiano lo incaricò di liquidare l’AGIP, un Ente creato dal fascismo. Lui invece lo rilanciò con il marchio E.N.I. (1953) e lo fece diventare un colosso nel campo della chimica.

Quel Mattei, scomparso di recente, si chiamava Pietro e non era parente di Enrico. Ebbe notorietà, in Italia, agli inizi degli anni’90 del ‘900, in quanto marito di una signora di ottimo lignaggio, vittima di un misterioso assassinio, nella villa del quartiere vip dell’Olgiata, a Roma, l’11 luglio 1991. Si chiamava Alberica Filo della Torre, 43 anni, ricca, distinta nell’aspetto, attiva in società. L’ottimo lignaggio le derivava dall’appartenenza alla nobiltà napoletana dei Filo, Conti di Santa Susanna e maritata, in prime nozze, ad un discendente dei Principi di Presicce. Matrimonio annullato dalla Sacra Rota e seguito dal secondo con l’imprenditore Pietro Mattei, lo scomparso di recente.

La mattina di quel lontano giorno d’estate – un luglio abbastanza afoso – nella villa dell’Olgiata fervono i lavori per la preparazione di una festa: l’anniversario delle nozze tra Pietro e la Contessa. Lei, Alberica, è scesa a colazione e poi tornata in camera sua. Affaccendati in casa, ci sono alcuni operai, le domestiche filippine, la baby sitter inglese e i due figli Mattei ancora adolescenti. Il marito sta in ufficio, a Roma. Il sole è già alto e la Contessa non ancora tornata da basso. Bussano alla camera una domestica e la figlia Domitilla di nove anni: la porta è chiusa dall’interno e nessuno risponde. Forse la Contessa ha ripreso a dormire. Però, neppure un’ora dopo, si fa viva ai richiami. Si trova la seconda chiave e la domestica che entra, vede uno spettacolo orribile: la signora è a terra supina, le braccia allargate, quasi in croce, la testa avvolta da un lenzuolo inzuppato di sangue. Verrà accertato che è stata stordita con un corpo contundente, probabilmente uno zoccolo, e strangolata. Uno di quei delitti che la stampa definisce efferati.

Arrivano in un baleno i Carabinieri ed il Magistrato di turno, ai quali appare subito evidente trattarsi di omicidio. E il movente? Mancano molti gioielli, quindi la prima ipotesi è rapina finita male. Forse il ladro è stato riconosciuto ed ha infierito sulla vittima. Un classico. Però, anche un altro indirizzo prendono le indagini: il delitto passionale. Macché, la signora è sì avvenente, ma i suoi costumi sono irreprensibili, tutta casa, famiglia e poco più. L’assassino dev’essere comunque persona che ha libero accesso e circolazione alla villa. I sospetti si dirigono verso il figlio, un po’ problematico, dell’insegnante privata che frequenta l’ambiente domestico. L’esame comparativo del DNA lo scagiona. Poco prima dell’11 luglio, un cameriere filippino, tale Manuel Winston (teniamo a mente questo nome) era stato licenziato dai coniugi Mattei. Poteva avere morivi di rancore assassino. Altro esame del DNA e altro scagionamento.

Il tempo lungo sta passando in fretta e inutilmente dal punto di vista investigativo. Nell’ottobre del 1993, gli inquirenti del caso dell’Olgiata prendono una cantonata quando si perdono addirittura nel ginepraio del cosiddetto scandalo SISDE: fondi riservati ai Servizi segreti, dirottati su conti privati. La mattina del delitto, tra i primi accorsi nella villa, c’era stato proprio un agente del SISDE. Per di più, in Svizzera si trovano dei depositi bancari intestati alla defunta e qualche sospetto lo creano insieme ad altri capitali in Lussemburgo. L’inchiesta SISDE porta in carcere 4 alti funzionari dei Servizi, però i quattrini svizzero – lussemburghesi dei Mattei non ci azzeccano nulla. Allora?

Allora, indaga, indaga, senza cavare un ragno dal buco, e il fascicolo finisce in archivio. Una decisione che fa a pugni con la testardaggine di Pietro Mattei, il quale, nel 2007, chiede ed ottiene nuove verifiche tecniche e investigative sui reperti rinvenuti nella scena del crimine. Altre ricerche ed altri esami del DNA. Si procede e il P.M. archivia di nuovo: nessun colpevole, quasi Alberica si fosse fatta male da sola. Pietro si oppone ancora: opposizione accolta. Entra in campo il RIS, Reparto Investigativo dei Carabinieri. A questo punto, siamo arrivati al 2009. Ormai da 18 anni, Alberica è diventata la buon’anima della signora Contessa e non si è riusciti a sapere chi buon’anima l’aveva fatta diventare.

Questa volta però, all’esame scientificamente serio del DNA, le tracce dell’assassino si trovano, eccome. Alcune tracce di sangue sul lenzuolo appartengono a quel Manuel Winston, l’inutilmente indagato all’inizio. Dunque, una prova schiacciante d’accusa, insieme alle registrazioni della prima ora tra l’assassino e un ricettatore, dove si parlava di gioielli da vendere. Trascurate per pressappochismo istruttorio. Il 1 aprile 2011, Manuel viene arrestato e confessa il misfatto. Al termine del processo si prende 16 anni di reclusione, poca roba per tanta colpa. Il caso dunque è chiuso, il giallo, che pareva infinito, è risolto. Restano le polemiche sulle vistose lacune, la superficialità e l’insufficienza dei metodi d’inchiesta. Al limite dello scandalo.

Molte le azioni giudiziarie intentate dalla famiglia Mattei a tutela dell’onore di Alberica, diffamata, con un mucchio di congetture e di illazioni, dagli organi di informazione. Condanna persino per Bruno Vespa. Durante una puntata di Porta a Porta fece vedere delle immagini della morta, scattate poco dopo il rinvenimento del cadavere insanguinato. Il Tribunale ritenne che “la divulgazione non poteva ritenersi assorbita dal pubblico interesse” e stabilì un risarcimento in denaro. Pure i primi Consulenti tecnici vennero chiamati in causa e sanzionati “per negligenza nell’espletamento degli esami svolti”. Il giudizio dell’opinione pubblica premiò la tenacia di Pietro Mattei nella ricerca della verità. Alla fine della battaglia legale – dal luglio del 1991 all’ aprile 2011 – la giustizia, come s’usa dire, aveva trionfato. Però, tra momenti di alta attenzione e periodi di oscuramento mediatico, erano passati due decenni e il colpevole aveva rischiato di farla franca. Vent’anni! Una “inquisizione” surreale, una ridda di streghe manipolate, fuori da ogni ragionevole tempo. Proprio allo scadere di tutto quel tempo, Pietro Mattei scrisse una commovente lettera alla moglie, pubblicata, a pagamento, su alcuni quotidiani. Quello della Contessa Alberica Filo della Torre fu un omicidio di enorme impatto mediatico e popolare, che rese particolarmente felici i “fumettisti” di bassa categoria, editori dei settimanali morbosi e strappalacrime.