Due delitti “efferati” nel mondo dell’aristocrazia

Amore e denaro tra i moventi che armarono le mani omicide
Storia d'Italia

di Adriano Marinensi - Meglio scriverlo subito: il primo dei fatti di cronaca nera qui enunciati è accaduto cinque secoli fa, in Sicilia. Al tempo delle grandi famiglie gonfie di sangue blu, di sontuosi patrimoni, di “saluto a voscienza” con il cappello in mano e il capo prono. Quando il divario sociale tra i padroni della gleba e i servi della gleba, si misurava in termini di fossati intorno ai castelli. La vicenda è stata a lungo nei repertori dei cantastorie dell’isola e due volte nel palinsesto della RAI TV che vi ha realizzato sceneggiati di successo. E’ ancora presente nella tradizione popolare del luogo.

In uno di quei grintosi manieri viveva, nell’agio godereccio, una nobildonna, all’anagrafe Laura Lanza di Trabia, meglio nota come la Baronessa di Carini. Aveva aggiunto nobiltà al suo nome, convolando a nozze con un blasonato d’alto lignaggio, don Vincenzo La Grua - Talamanca. Matrimonio esemplare a prima vista; che però nascondeva una magagna. Celava un segreto piccante, peraltro conosciuto in casa dai famigli e coperto dall’omertà dei famigliari. Pare che il cambio d’alcova, Laura l’avesse iniziato a fare sin da una decina di anni prima che la tresca venisse sciorinata al sole. A schioppettate. Durante le frequenti cacce alla volpe cui don Vincenzo si dedicava volentieri, un volpacchiotto, tale Ludovico Vernagallo, si introducesse nella tana della signora con intenti amatoriali. Insomma, il solito trio composto da lui, lei e l’altro, trama privilegiata di tanti romanzi rosa. A fare da teatro della vicenda il piccolo borgo di Carini, distante 30 chilometri, più o meno, da Palermo e le stanze ovattate di casa La Grua – Talamanca.

Quel che accadde ebbe luogo il 4 dicembre del 1563. Qualcuno decise che, per il decoro del blasone, l’offesa andava lavata secondo l’usanza, cioè col sangue. I due amanti, sorpresi in flagrante adulterio, vennero eliminati a colpi di archibugio. Fine del primo tempo. Il secondo si aprì con il processo a carico del presunto autore del “delitto a sanatoria”, in padre Cesare della fedifraga Baronessa di Carini. Tutta gente di rispetto, meritevole di una adeguata conclusione del dramma. L’oltraggio c’era, evidente ed innegabile. A vendicarlo però spettava - a norma di legge e impunemente - soltanto all’incornato. Si disse allora che lui, don Vincenzo non aveva sparato, però era presente sulla scena del crimine. Ergo, tutto regolare e conforme al diritto. “Vendetta rregolare fu. E innocentissimi siamo, Vostro onore!”

Qualcosa rimase dietro le quinte della rappresentazione: i rilevanti debiti contratti dai La Grua – Talamanca con i molto facoltosi Vernagallo. Per i maligni, quelle archibugiate erano servite per fare chi ha dato ha dato e chi ha avuto, avuto. Il denaro per pagare l’offesa e riporre le cose a posto. Alla siciliana. Qualcuno arricciò il naso di fronte al subitaneo secondo matrimonio di don Vincenzo, seguito dalla sua decisione di diseredare le figlie partorite dalla Baronessa Laura, probabilmente in forte dubbio di paternità. Così, il “vendicatore” s’era preso, con un crimine solo, due mogli, il patrimonio conservato intonso e i “buffi” cancellati. Quando si dice la fortuna!


Pia Bellentani

La seconda crudele vicissitudine è disomogenea rispetto alla prima, non fosse altro perché la mano armata è di donna. Schematizzando ecco la trama. Una parte dell’alta aristocrazia italiana, durante gli ultimi anni ’40 dell’altro secolo, si è sentita “orfana” di Casa Savoia. Il referendum aveva mandato in esilio tutte le teste coronate che da oltre un secolo regnavano nel nostro Paese. Fu un’opera faticosa quella di rimettere in sesto l’immagine della categoria. In mezzo a questo travaglio piombò un fatto di cronaca nera. Protagonista la contessa Pia Bellentani, nata Caroselli, abruzzese. Ebbe una adolescenza variegata e sognante: scriveva poesie, celebrando passioni impossibili. Il padre era un negoziante, ma aveva fatto i soldi nell’edilizia post bellica. I genitori pretendevano per marito un buon partito. Si misero a frequentare, tutti insieme, Cortina d’Ampezzo dove era tornata ad infittirsi l’alta società.

Gira e rigira, un bel giorno l’incontro pare proprio quello giusto. La differenza d’età si aggira intorno ai vent’anni: la ragazza 22 e lui 40. Si chiama Lamberto Bellentani, è conte e industriale. Dunque, questo matrimonio s’ha da fare. E si fa, nell’estate 1938: “cenerentola” diventa contessa. Vanno a vivere a Cernobbio sul lago di Como, dove nascono due figlie. Gli anni passano e quella che a Pia era parsa una favola bella, diventa semplice vita domestica. E’ delusa, ha tanta voglia d’evasione e comincia a guardarsi intorno. Intorno riceve le attenzioni di Carlo Sacchi, sposato con una ex ballerina tedesca, imprenditore pure lui, però della seta, non dei salami come Lamberto. Inizia una relazione che impegna profondamente la contessa al punto da pensare ad una fuga d’amore. Carlo invece, aduso a cogliere i fiori d’ogni giardino ed a gettarli appena gli paiono appassiti, sente il legame troppo stretto. Anzi, dirotta le sue attenzioni verso un’altra donna dal nome intrigante, Mimi. Pare che lui di amanti ne abbia mezza dozzina. Con una “lettera circolare” la moglie le informa della situazione nei minimi particolari. Ad andare su tutte le furie è soprattutto Pia: la gelosia la rende aggressiva. Il drudo si sente minacciato e cerca di allontanarla.

E’ una sera di fine estate 1948: a Villa d’Este sul lago, le case di moda presentano la nuova collezione autunno - inverno. Molti i blasonati tra i presenti per arricchire con tappezzeria di riguardo la sfilata. Ad un tavolo ci sono Lamberto Bellentani e signora, insieme ad alcuni amici. A notte avanzata, iniziano le danze in giardino. Il conte è stanco ed ha freddo. Prega Pia di prendergli il soprabito in guardaroba. Nella tasca c’è una pistola. La donna la nasconde sotto la stola di ermellino che porta sulle spalle. Si è infuriata nel vedere Carlo Sacchi ad un altro tavolo insieme alla consorte ed alla rivale Mimì. Al momento, lui sta sorseggiando un liquore appoggiato al piano bar. Lei si avvicina, decisa a chiarire la situazione che, tra loro, s’è ingarbugliata. L’ormai ex amante la apostrofa in malo modo, accusandola di voler fare la protagonista di un fotoromanzo.

E’ l’ultimo insopportabile insulto. Pia gli punta la pistola addosso, spara e lo uccide all’istante. Poi tenta il suicidio inutilmente. Tra i presenti è il pandemonio: il dramma d’amore e di morte è concluso e l’eco sulla stampa enorme. La perizia psichiatrica favorevole consente al Tribunale di attenuare la pena: dieci anni di reclusione. Ne sconta sette e conosce in carcere Leonarda Cianciulli, annotata nelle cronache criminali come la “saponificatrice di Correggio”. Quella specie di maga che attirava le donne in casa - tre ne fece a pezzi - per poi gettarle nel pentolone con la soda caustica. E farci saponette da regalare alle massaie del vicinato. Comunque, due recluse di diverso lignaggio e divise da reati di antitetico stampo. Da una parte la passione, dall’altra la crudeltà.