Perugia, la violenta strage e l’intera famiglia distrutta

Il movente, una faida familiare per motivi di potere
Storia d'Italia

di Adriano Marinensi - I caratteri della carneficina ci sono tutti. Un’intera famiglia perugina massacrata brutalmente in casa: quattro morti e un paio di corpi, trafitti con arma da taglio, gettati in strada dalle finestre. Tutto a soqquadro nelle stanze dove è passata l’orda sanguinaria. La popolazione fortemente scossa, impaurita; il movente da ricercarsi nella sete di potere. E dire che, appena due settimane prima, il capoluogo umbro è stato sede di sontuosi festeggiamenti in occasione di un matrimonio che ha richiamato invitati in tale numero da organizzare il pranzo in Piazza Maggiore, tra danze e spettacoli. Nozze felici, trasformate in nozze di sangue.

All’altare, Astorre Baglioni e Lavinia Colonna, rampolli entrambi di nobilissime casate, appartenenti all’Umbria bene. Proprio il contrasto interno tra i Baglioni pare abbia armato la mano degli assassini, scatenatisi durante la notte tra il 14 e il 15 luglio dell’anno 1500. Erano guidati da Carlo di Oddo, detto il Barciglia, cugino dello sposo Astorre, insieme a Girolamo della Penna, Berardo della Cornia, Filippo Baglioni (il Bastardo) e il ventiduenne Grifonetto Baglioni (di bellezza pareva Ganimede). Questi ed altri assaltatori hanno partecipato all’azione violenta con l’intento di conquistare la supremazia nella roccaforte e nei territori circostanti. Baglioni contro Baglioni. Quasi mezzo secolo prima, Braccio Baglioni aveva ottenuto dal Papa l’assoluzione per l’assassinio del cugino Pandolfo e del nipote Niccolò.

Al mattino, dopo la mattanza, i congiurati scesero in strada per dire ai popolani che l’azione era stata condotta per liberarli dal giogo della Signoria; però il popolo non ne fu affatto convinto. Tanto che dette una mano a Gian Paolo Baglioni, tornato per riprendersi il potere. Scampato all’eccidio, aveva chiesto asilo all’amico Vitellozzo Vitelli, che stava con l’accampamento nei paraggi. Radunato un gruppo di armati fece vendetta. Ne rimase vittima Grifonetto Baglioni, il solo dei congiurati illustri rimasto in città. A memoria di quel figlio ucciso sulla “piazza gialla”, la madre Atalanta pregò Raffaello di dipingere una pala d’altare per la Chiesa di S. Francesco al Prato; e lui lasciò alla storia dell’arte umbra la famosa Deposizione, firmata RAPHAEL URBINAS MDVII (1507). Cento anni dopo, il Papa Paolo V ne fece dono al nipote Scipione Borghese.

Però, questi Baglioni, a Perugia: una razza padrona. Vigeva il principio secondo il quale i forti fanno ciò che vogliono e invece i deboli ciò che debbono. La loro presenza sul colle del Grifo è segnalata sin dal XIII secolo. Fu breve il dominio di Biordo Michelotti e di Braccio da Montone. Un “albero” con diversi “rami” i Baglioni, spesso a disputare il bastone del comando. Promossero un periodo d’oro quando Perugia diventò punto d’attrazione per uomini di cultura come Piero della Francesca, Luca Signorelli, Raffaello, il Pinturicchio, il Parmigianino. Vennero costruiti palazzi e Chiese insigni, oltre al fastoso Palazzo di famiglia in città e gli altri a Bettona, Torgiano e Spello.

Una rilevante parte dell’Umbria ebbe vigore artistico ed anche guerriero. Un accadimento è rimasto evidente nei libri di storia sotto il nome di guerra del sale (1540). Tra i Baglioni e il Papato non correva buon sangue: le dispute numerose, in parte causate dall’assoggettamento di Perugia allo Stato Pontificio che aveva fatto perdere molti diritti civici e l’autonomia comunale. Nell’occasione, accadde che il Legato papale pretese di imporre una soprattassa sul prezzo del sale: tre quattrini per libbra. I Priori, ritenendolo un sopruso, respinsero la richiesta. E fecero arrabbiare il Pontefice Paolo III Farnese che solerte lanciò l’interdetto. Ma, non valse a piegare l’insubordinazione dei perugini. Allora il Papa (ch’era pure papà, con l’accento sulla a) mandò suo figlio Pier Luigi Farnese, Gonfaloniere della Chiesa di Roma, a riportare ordine e devozione. Lui si presentò sotto le mura alla testa di un agguerrito esercito. Persona violenta e dissoluta, aveva come maestro di campo il condottiero Alessandro da Terni, che vinse Ascanio della Corgna a Ponte S.Giovanni. Perugia allestì una difesa impari rispetto all’offesa e, alla fine, dovette capitolare.

Scrive lo storico umbro Ansano Fabbi: “ Pier Luigi Farnese entrò in città con 300 cavalli. Al posto dei Priori furono nominati 10 conservatori dell’ubbidienza, mentre 25 cittadini ebbero l’obbligo di recarsi a Roma, in abito di penitenza, per ottenere l’assoluzione”. Su quella parte del territorio umbro tornò pienamente la giurisdizione teocratica del Vaticano. In più, il vendicativo Paolo III affidò ad Antonio da Sangallo il Giovane la progettazione di una fortezza da costruire al posto delle residenze perugine dei Baglioni, tutte distrutte. Ebbe inizio allora l’augusta presenza della Rocca Paolina, il grintoso e spettacolare maniero, costruito (1540 - 43) in posizione strategica per dominare l’intero abitato e scrutare la cinta delle mura etrusche. Così come il Palazzo dei Priori era stato la sede del Governo del popolo, la Rocca Paolina divenne il simbolo del restaurato Governo papale. Perciò, i perugini la odiarono e un paio di volte ci hanno messo pesantemente le mani.

Siamo in pieno Rinascimento, quindi tra il Medio Evo e l’Età Moderna. La storiografia di quei decenni - in particolare quella dei primi 50 anni del 1500 - è piena zeppa di avvenimenti, sia in Italia, sia in Umbria. Senza tralasciare il conflitto, in Europa, tra Carlo V, Capo del Sacro Romano Impero e il Re di Francia Francesco I; con il Papato a barcamenarsi tra i due poteri per affermare il proprio. Sul trono di Pietro, in dieci lustri, salirono ben 6 Pontefici (17 durante il XVI secolo). Pio III Piccolomini ci rimase soltanto 26 giorni, dalla elezione del 22 settembre alla morte il 18 ottobre 1503. Il Pinturicchio fece appena in tempo a dipingere la nota Incoronazione di Pio III per il Duomo di Siena. Fu anche il tempo quando l’Umbria dette i natali, oltre a Braccio da Montone, al Gattamelata da Narni, a Boldrino da Panicale e fu terra d’azione di molti altri Capitani di ventura (Giovanni Acuto, Gentile da Leonessa, Nicolò Piccinino, il Tartaglia, lo Sforza e il Colleoni).

C’era Oltretevere Leone X Medici, (figlio di Lorenzo il Magnifico), quello delle indulgenze plenarie a pagamento, quando Martin Lutero, nel 1517, diffuse le “95 tesi” e dette inizio alla Contestazione protestante. Fu Paolo III a convocare, nel 1542, il Concilio di Trento per porre le basi della Controriforma. Regnava invece Clemente VII, un altro Medici, dieci anni dopo (1527) le tesi luterane, durante il Sacco di Roma ad opera dei Lanzichenecchi, i terribili mercenari di fede protestante, arruolati nelle milizie dell’Imperatore. Chiudo ricordando che, anche Narni dovette subire la violenza degli stessi mercenari che vandalizzarono ogni cosa, con l’aiuto dei ternani. Sulle cronache d’epoca si legge che “attaccarono le mura, entrarono uccidendo e distruggendo tutto quello che poterono e molte vergini e spose violentarono”.