1982: Vivemmo, in Italia, il tempo gioioso del trionfo sportivo

Oggi il virus ha fermato il calcio ed allora parliamo di quello di ieri
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Storia d'Italia

di AMAR - Madrid, Stadio Santiago Bernabeu, 11 luglio 1982: i nati dopo questa datai, non hanno avuto la gioia di tanto giorno. In tempo di quarantena e, per tanti, di dolorosa astinenza da stadio, ciò che accadde, glielo vogliamo raccontare? La narrazione di avvenimenti del passato, che hanno smosso le passioni positive della gente, è anche promozione culturale. Pure se si tratta di eventi ludici e sportivi. Ed allora, era il 1982, la nazionale azzurra di calcio, guidata da Enzo Bearzot, andò in Spagna per partecipare al 12° Campionato del Mondo. Le scarse prestazioni precedenti non le assegnavano alcun credito. Nel “Mundialito” del 1980, ci avevano eliminato al primo turno. Al podio finale, erano candidate Brasile, Argentina, Germania, Belgio. L’Italia no, proprio no.

Eppure, qualcosa si doveva fare. Erano 44 anni che il Trofeo non approdava sulle nostre sponde. Cioè, dal 1938, l’epoca di Vittorio Pozzo C.T. e di Olivieri, Foni, Rava, in difesa e, in attacco, Meazza, Piola, Colaussi. Quest’ultimi due, segnando un paio di gol a testa, ci permisero di battere, in finale, l’Ungheria 4 a 2. Così, l’ultimo trofeo. Nel 1982, non stavamo in alcun pronostico, tra le 24 squadre in campo. Se ne lamentò, durante una conferenza stampa, Dino Zoff, il portiere silenzioso. Il nostro esordio non fu un granché. Con la tosta Polonia di Papa Wojtila, polacco e sportivo, eletto al soglio quattro anni prima, finì 0 a 0. Le cronache del tempo ci dicono che nell’appartamento pontificio venne installato un televisore a beneficio di Giovanni Paolo II e dei Prelati suoi connazionali. Era in programma, lo stesso giorno, una importante riunione preparatoria del viaggio papale in Polonia. Non fu possibile sapere se ci furono più spettatori dinnanzi alla T. V. oppure partecipanti all’incontro di lavoro.

Un altro punticino lo rimediammo contro il Perù (1 a 1) e il terzo contro il Camerun (ancora 1 a 1). Di sicuro una partenza fiacca e tale da convalidare il nostro ruolo di squadra qualunque. Ci salvò, per il rotto della cuffia, la qualificazione, insieme alla Polonia, la differenza reti. Ed eccoci alla “prestigiosa” Argentina di Diego Armando Maradona che diventerà napoletano qualche tempo dopo. El pibe de oro era già ricco e quando gli chiesero come si sentisse proprietario di tanti quattrini, rispose: Come una persona che prima aveva una giacca sola e adesso un armadio pieno di vestiti. Non fu affatto carino con noi il suo C. T., il sedicente “mago” Luis Cesar Menotti. Si espresse – giudizio di Gianni Brera – con “una marronata sesquipedale nei confronti dell’Italia da lui spregiatamente considerata in ritardo almeno di 50 anni”. Venne sbugiardato dal campo e dovette rimettere la coda tra le gambe. Gli azzurri batterono i biancocelesti per 2 a 1. A realizzare la nemesi ci pensarono Tardelli e Cabrini. Dunque, fuori uno. Eravamo ai primi di luglio ed ecco comparire sul nostro cammino un altro ammazzasette: il Brasile dei maestri del calcio che stava per consacrare il genio di Falcao, Socrates e Zico. Aveva battuto poco prima la spocchiosa Argentina per 3 a 1. Quindi, povera Italia. Povera, un corno! Non s’erano fatti i conti con tale Paolo Rossi, esile quanto pericoloso “italico ariete” (epiteto di stampa internazionale), che mise a segno tre reti e - fuori due - vincemmo 3 a 2.

Rieccolo Paolo Rossi in un nuovo incontro Italia – Polonia. Rossi bum, bum e prevalemmo 2 a 0. Fu il penultimo atto che ci vide protagonisti di lusso nello spettacolo madrileno. Tra i ragazzi (un po’ cresciuti) di Enzo Bearzot e la Coppa d’oro c’era rimasta soltanto la Germania che schierava tutti grossi calibri, tra i quali i “moschettieri” Fischer, Breitner e Rummenigge. In tribuna d’onore, accanto al Re di Spagna, il supertifoso Sandro Pertini, “vivace” Presidente della Repubblica italiana. Si trattava di affrontare un confronto sicuramente impari, però anche una occasione ghiotta che sapeva di gloria sportiva.

Un primo tempo grintoso, senza reti e tante tensioni in campo. Ma, dietro l’angolo, si celava l’entusiastico ardire di un gruppo cresciuto di partita in partita. Confezionammo, in sequenza, tre micidiali palloni in rete con Rossi (fu capocannoniere assoluto a quota sei), Tardelli e Altobelli. Finì così: Italia batte Germania 3 a 1. E il grido: Campioni del Mondo, Campioni del Mondo! Nel giorno di fulgida gloria (sportiva, si badi bene), a fare il miracolo furono: Zoff, Bergomi e Cabrini; Gentile, Collovati, Scirea; Conti, Tardelli, Rossi, Oriali, Graziani e la collaborazione in campo di Altobelli e Causio. Nelle altre partite scesero in campo Marini e Antognoni; della “rosa” fecero parte – è doveroso citarli – anche i portieri Bordon e Galli, oltre a Franco Baresi, Vierchwood, Massaro, Dossena, Selvaggi. Era trascorso quasi mezzo secolo, ma i vincitori del 1934 e 1938 erano tornati sul gradino più alto del podio, mentre risuonavano le note dell’Inno di Mameli, per troppo tempo inascoltate nell’Olimpo del pallone. Altra vittoria contro i tedeschi, dopo quella del Campionato mondiale 1970, passata anch’essa nel libro dei grandi eventi, quando l’Italia di Albertosi, Bertini, Rosato, Facchetti, Mazzola, Cera, Domenghini, Poletti, De Sisti, in semifinale, vinse 4 a 3, al termine di un confronto mirabolante con i gol di Boninsegna, Burgnich, Rivera e Riva.

Una delle immagini più trasmesse dalle T. V. italiane in quell’estate del 1982, fu quella del Presidente Pertini scattato in piedi al termine della finale, le braccia al cielo, che per poco non finiva dalla tribuna sugli spalti. Gli azzurri, al tempo, accusati d’essere “catenacciari”, oltre a far piangere i 4 “imperatori” (Brasile, Argentina, Germania e Polonia) avevano segnato ben 12 reti che motivarono elogi e trionfo.

Scrisse la collega Emanuela Audisio: “Intenerita dalla propria vittoria, esausta e sfinita dai festeggiamenti, l’Italia si è svegliata contro voglia … trascinata in un rilassante giorno dopo. Non tutti sono andati a lavorare, non tutti hanno aperto gli occhi all’ora dovuta, temendo forse di interrompere un entusiastico sogno … in un paesaggio dove tutti manifestavano la loro tacita fraternità di festa”. Dunque, il sogno, la festa e la passione che lo sport suggerisce e le cronache sportive richiamano, pur se dentro una cornice di marcata retorica. Secondo il nobile spirito olimpico, non soltanto avevamo partecipato, ma anche vinto. Il che ci aveva fatto molto piacere.

Avremmo gioito di nuovo nel 2006, in Germania dove si svolse la 18^ edizione del mondiale. L’Italia di Marcello Lippi prevalse in finale (9 luglio) sulla Francia e il telecronista a gridare, anche se era notte, “ il cielo è azzurro sopra Berlino”. Vincemmo per 5 a 3 ai calci di rigore (1 a 1, il finale di partita). Giocarono Buffon, Zambrotta, Cannavaro, Materazzi, Grosso, Gattuso, Pirlo, Camoranesi, Perrotta, Totti e Toni. Subentrarono De Rossi, Jaquinta e Del Piero. Notevole l’espulsione di Zinedine Zidane per la testata a Marco Materazzi. E, per le strade, “Italia, Italia, Italia.”