A salvare l’Italia ci provarono in molti, però maldestramente

Persino i “poteri forti” fallirono la defenestrazione di Mussolini
Storia d'Italia

- di Adriano Marinensi

Le cronache d’epoca, diventate storiografia, ci dicono che Benito Mussolini, a differenza di altri dittatori suoi contemporanei, subì una serie di “tentativi omicidi” che ne misero in pericolo la vita. Ed anche il regime rischiò di cadere, perché, senza di lui, il fascismo non sarebbe sopravvissuto a lungo, tra le lotte fratricide di gerarchi e gerarchetti. Se quegli attentatori fossero stati meno maldestri, la vicenda italiana della prima metà del XX secolo sarebbe stata meno tragica.

Tra il 1925 e il 1932, la persona del duce fu oggetto di cinque mancati “assalti”. Ci provò per primo (4 novembre 1925) Tito Zaniboni con un fucile puntato sul balcone di Palazzo Chigi. Fece le cose con qualche approssimazione e la polizia sventò la minaccia. Manco un anno era trascorso (7 aprile 1926) e una irlandese, ritenuta seminferma di mente, Violet Gibson gli sparò una pistolettata, ferendolo al naso, ma lui non si scompose più di tanto. Ecco allora entrare in azione Gino Lucetti (11 settembre 1926) con la bomba a mano lanciata contro l’automobile di Mussolini: un gran botto, 8 feriti e nessun danno all’obiettivo stabilito.

A Bologna (31 ottobre 1926) era in corso una delle tante celebrazioni della Marcia su Roma, in un tripudio di gagliardetti e mani protese. Il ragazzotto Anteo Zamboni si fece largo tra la folla con la pistola in pugno, sparò all’indirizzo del dittatore, mancando totalmente il bersaglio. Lo mancò anche per l’intervento provvidenziale (?) del tenente Alberto Pasolini, padre di P. P. Pasolini: gli prese il braccio armato, deviando la pallottola. L’improbabile sicario fu linciato sul posto. Troppi “sparafucile” in giro. Ci voleva una legge per scoraggiarli, che prevedesse, per gli attentatori alla vita delle (auguste) persone del Sovrano e del Capo del Governo, la pena di morte.

Macché. Non si scoraggiò l’anarchico Michele Schirru. Era uno dei tanti emigrati per lavoro, con in testa il chiodo fisso di eliminare Mussolini. Tornò in Italia per porre in atto l’insano (mica tanto) gesto. Nelle pieghe dell’ organizzazione, si prese una cotta per una ballerina. Probabilmente qualche classica confidenza d’alcova gli uscì di bocca e finì in manette. Attentato fallito. Allora, avanti un altro. Nel giugno 1932, è la volta di Pellegrino Sbardellotto. Pure lui, lavoratore in Belgio, s’era munito di pistola e bombe a mano e rientrato in patria, stava andando a zonzo per Piazza Venezia, quando fu fermato dalle forze di polizia.

Il possesso delle armi, la ingiustificata presenza di fronte al palazzo, dal 1929, quartier generale del duce, furono prove sufficienti al giudizio veloce del Tribunale speciale per la difesa del fascismo, che lo fece finire dinnanzi al plotone d’esecuzione. Così come sentenziato, un anno prima, a carico di Michele Schirru. Nessun crimine diretto, da parte dei due, soltanto una sorta di doppio processo alle intenzioni; ma, si sa, all’epoca bastava la malignità del capo fabbricato per farti diventare un sovversivo e beccarti qualche anno di confino.

Alla fine degli anni ’30 del ‘900, l’Italia era prossima alla catastrofe. Adolf Hitler, dal 1 settembre 1939, aveva scatenato l’inferno e gli uomini con la svastica avanzavano alla conquista di mezza Europa. Mussolini, unitosi al sodale con il trattato di alleanza dell’Asse Roma – Berlino, s’era preso una pausa di riflessione, prossima a diventare, agli occhi dei nazisti, tradimento. Bisognava decidere l’entrata in campo. Anche perché - a parere dell’autocrate in orbace - occorrevano alcune migliaia di morti italiani per sedersi al tavolo della pace. Mettere in dubbio la vittoria finale era disfattismo. Non tutti, nelle alte sfere, la pensavano così. Anzi, si costituì di fatto una “santa alleanza” di rappresentanti dei cosiddetti “poteri forti”, intenzionati a difendere la neutralità del nostro Paese. Una “congiura”? Quasi. Simile a quella di Bruto e Cassio, nel tempo di poco avanti Cristo, ai danni di un altro “cesare”, diventato un po’ smargiasso.

Le eminenze dei “poteri forti”, esplicitamente contrari alla guerra, si chiamavano Maria Josè, consorte del Principe Umberto di Savoia, il futuro diafano “Re di maggio”, Galeazzo Ciano, genero del grande capo per aver sposato la figlia Edda; quasi a rappresentare l’esercito, c’era il generale Pietro Badoglio. E, per l’apparato di polizia, il suo vertice Arturo Bocchini. Dietro le quinte, pure Italo Balbo, il gerarca spesso dissenziente, abbattuto il 28 giugno 1940, con il suo aereo dal fuoco amico. Poi, l’aristocrazia, la grande industria (un avvocato della famiglia Agnelli) e la Santa Sede dove era entrato da poco (2 marzo 1939) il Papa Pio XII, sulle spalle del quale peseranno i tormenti della guerra. E qualche immeritato e ingiusto giudizio degli storiografi contemporanei.

Eravamo proprio all’inizio del 1940 e il piano prevedeva la defenestrazione di Mussolini, l’abdicazione di Vittorio Emanuele III a favore del figlio Umberto, con lo scopo evidente di togliere dalla scena i responsabili del “ventennio”. Umberto avrebbe rinunciato al trono a favore del piccolo Vittorio Emanuele, incoronato sotto la reggenza di sua madre Maria Jose’. Che, per dirla storicamente, si chiamava, oltre a Maria Josè, Carlotta Sofia Amelia Enrichetta Gabriella di Sassonia Coburgo Gotha, maritata Savoia. Cambiando radicalmente la rappresentanza politica forse potevano mutare anche le ingombranti alleanze internazionali ed evitare al popolo italiano l’apocalisse. Vennero sorpresi e spiazzati il 10 giugno 1940, quando, dal balcone affacciato sulla storia, il dux disse: “La dichiarazione di guerra è stata consegnata agli Ambasciatori di Francia e Inghilterra”. E il “colpo di stato” andò in fumo.

Colpo di stato che invece riuscì ad altri “conplottisti”, il 25 luglio 1943, quando la votazione, nel Gran Consiglio del Fascismo, favorevole all’Ordine del giorno Grandi, mise in minoranza Mussolini. Il Re gli disse, col melenso accento torinese: “Eccellenza, l’Italia è in tocchi” e lo fece arrestare. Purtroppo non finì a quel punto: mancava ancora la terribile occupazione nazista del territorio italiano, la faticosa risalita anglo - americana dello stivale, i bombardamenti delle nostre città, la guerra civile tra partigiani e i repubblichini, durante il funesto periodo di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”, raccontato, alla sua maniera un poco bizzarra, da Pasolini, in parte allegorica, in parte orgiastica, nel film omonimo. Dal luglio del ’43 all’aprile del ’45 - il momento della pace e della ritrovata libertà - mancavano ancora 21 lunghi mesi di sangue. Ne parleremo in seguito.