La nemesi del colonialismo alla rovescia preoccupa l’Europa

Dopo il coronavirus si tornerà a parlare delle “invasioni barbariche”
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Storia d'Europa

di AMAR - Il contrappasso è la corrispondenza della pena alla colpa commessa. Nella moderna immigrazione degli africani in Europa, questa legge appare squilibrata a favore dei cosiddetti bianchi. Non fosse altro perché le nostre migrazioni verso il Continente nero, spesso sono state accompagnate dalla prepotenza delle armi. Loro oggi attraversano il mare inermi sopra malandati barconi, noi andammo con le navi da guerra, allo scopo prevalente di sfruttare le risorse naturali di quei territori. Perciò, il colonialismo, durante il XIX e XX secolo, sa anche di rapina.

Portammo palazzi e strade, però allo scopo di agevolare la presenza di noi invasori. Dunque, il colonialismo sta nella storia come una occupazione territoriale senza alcun diritto. Quella storia dovrebbero andarsi a rileggere coloro che gracidano dallo stagno contro i moderni immigrati. Per essere ancora più chiari, occorre parlare di imperialismo, guidato dal convincimento di una sprezzante superiorità di razza, regolatore della convivenza imposta agli aborigeni laddove sono nati. Insomma, il mio Paese è mio, il vostro è più mio che vostro.

I greci antichi la chiamavano nemesi, giustizia riparatrice di violenze inferte. Era addirittura una dea dell’Olimpo. Nemesi oppure vendetta che talvolta torna e rende giustizia, nel senso di equità. L’odierna Europa, ex colonizzatrice, ha paura d’essere colonizzata. Un timore a sproposito, ma timore è. Almeno a dar ascolto alle rane di cui sopra. L’Europa che ebbe l’ardire di trasformare interi popoli in sudditi, adesso addita il pericolo costituito da una minoranza di inoffensivi figli dell’Africa. Interpreti principali della vicenda furono, a vario titolo e misura, Inghilterra, Francia, Belgio, Spagna, Germania e Portogallo. L’Italia aveva l’Africa orientale, formata da Eritrea, Somalia ed Etiopia (che, nel 1935 – 36, fece diventare il nostro Sciaboletta, Re d’Italia e d’Albania e Imperatore d’Etiopia): poi, la Libia nata dall’unione tra Cirenaica e Tripolitania.

Per quantificare l’invasione euro - africana, bastano alcuni numeri, riferiti però alla decolonizzazione, che, in tempi recenti, rimise l’ordine delle cose secondo natura. Nel 1939, i territori occupati dalla Francia superavano gli 11 milioni di kmq; nel 1971, s’erano ridotti a poco più di 25.000. Nel 1939, gli inglesi, in Africa, controllavano 10 milioni e 700 mila kmq; ridotti, nel 1971, a meno di 400.000. I Paesi Europei, messi insieme, nel 1939, quanto ad occupazione, erano a 30 milioni di kmq, mentre nel 1971, la quota risultava pari a 2 milioni e 800 mila kmq. Qualche anno dopo, l’Africa tornò, per intero, agli aventi diritto. Che, per esattezza di cronaca, in molti non hanno saputo bene utilizzare. Molte povertà sono rimaste e, insieme ad antiche rivalità di ordine tribale, hanno alimentato conflitti ed esodi forzati.

Si sta ora realizzando, nel confronto etnico, un movimento in uscita dal Continente nero che, nel cuore dell’Europa, determina concentrazioni multirazziali e pluriculturali. Con grande allarme da parte di quanti reclamano inesistenti privilegi di possesso ambientale e prelazioni sociali, taluni (per esempio, nel campo del lavoro) di tipo protomedievale, in oltraggio ai principi fondamentali della nostra Carta costituzionale.

“Qualunque essere venga al mondo – scrive il sociologo Franco Ferrarotti – è, dalla nascita, titolare di un diritto originario di umanità che toglie qualsiasi fondamento alla pretesa razzistica”. Detta così – per i sovranisti pseudopatriottici – si configura come una eresia da mandare al rogo. Molti, anzi troppi, sono i responsabili della politica italiana che “invece di fare i pontieri, cioè costruttori di ponti, si adoperano per alzare muri.” Su questi assiomi accorrerà riflettere se vogliamo una società che sappia realizzare progresso nella giustizia. Nel mentre il problema dell’immigrazione è rimasto nell’ombra, in Italia, l’era del coronavirus sta affrontando la cosiddetta “fase 2”. Non abbiamo ancora battuto l’intruso che ha seminato morte nel mondo, però ci siamo accorti che per salvare la vita, eravamo sul punto di perdere la borsa. Da qui l’interesse diffuso alla ricerca delle soluzioni ai tanti problemi scaturiti dal quasi dissesto socio – economico.

Si respira aria di I.R.I. nell’articolo a firma Romano Prodi (che dell’I.R.I. è stato Presidente) pubblicato l’altro giorno su Il Messaggero. Ha premesso la necessità di fare qualcosa per ridare slancio all’economia, “non certo con un altro I.R.I. perché il contesto è cambiato”; però appare chiara, nel suo pensiero, la necessità di “una politica pubblica che aiuti la ripresa delle nostre aziende.” Par di capire che la mano dello Stato in economia, nell’attuale contingenza, sia strumento utile per rimettere in moto il meccanismo produttivo creatore di ricchezza ed occupazione. Innanzitutto, con la realizzazione dei “progetti riguardanti le opere pubbliche già perfezionati e finanziati”, magari liberandoli dai legacci della burocrazia e dalla normativa costringente. E compiere – sostiene Prodi – “un duraturo salto di produttività.”

Per quanto riguarda le opere pubbliche, “si spazia - scrive ancora - da strade a ferrovie, da scuole a ospedali, da opere di difesa del suolo ai porti e agli aeroporti.” D’altro canto, la scienza economica e delle finanze ci insegna che “i lavori pubblici sono sempre stati il primo mezzo per riavviare il sistema dopo una crisi.” A ciò occorre aggiungere la necessità di “agire direttamente sul sistema produttivo iniettandovi subito le necessarie risorse.” Ma, eccolo un passo importante dove si parla della “diretta iniezione di capitale di rischio, arrivando fino alla partecipazione dello Stato nel capitale delle imprese che si trovino in carenza di risorse proprie.”

Siccome è nel settore delle piccole e medie imprese che si gioca il nostro futuro, ne consegue la massima attenzione verso questo tipo di imprenditoria, da considerare al momento la parte più esposta ai pericoli della marginalizzazione. Esposta anche alle mire della grande criminalità organizzata, operante con l’arma dell’usura. Prodi segnala altresì una opportunità da cogliere: “Vi è la possibilità che, per motivi di sicurezza, una certa parte di produzioni generate al di fuori dell’Europa, possa trasferirsi nel nostro Continente.” Occorrerà fare in modo che l’Italia non resti esclusa da tale rimpatrio. C’è infine una condizione pregiudiziale da rimuovere e cioè “il freno allo sviluppo rappresentato dagli ostacoli ad intraprendere propri del nostro Paese.” Tutto ciò ed altro ancora scrive Prodi, al punto che il suo non è un semplice articolo, quanto invece un atto di indirizzo per orientare la politica economica italiana sconvolta dal ciclone dell’epidemia.