Magistratura connection, ‘la giustizia è cosa nostra’

Il Colle smentisce ingerenze sulle nomine ma Palamara insiste sulla talpa
Roma

Di Alberto Laganà - C’è una talpa al Quirinale? Nelle carte, in mano ai giudici di Perugia, che sta travolgendo il Csm, l’ex presidente di Anm Luca Palamara tira in ballo il consigliere del presidente Sergio Mattarella per gli affari dell’Amministrazione della giustizia, Stefano Erbani. Lo scrive Repubblica e lo riportano tutti i giornali con grande evidenza: Palamara durante i suoi interrogatori umbri dice che il ‘consigliere del Colle attraverso una catena di sant’Antonio, di bocca in bocca, di confidenza in confidenza, lo avvisa che il suo smartphone era stato “infettato” dal Gico della Guardia di Finanza con lo spyware trojan che trasforma un telefono in un microfono perennemente in ascolto’.

Accuse che Erbani ha bollato come “false” annunciando querele nei confronti di Palamara ma qualcuno lo ha sicuramente avvisato e non può essere stato uno qualunque a sapere quello che doveva essere un segreto custodito ermeticamente.

Nel suo interrogatorio, Palamara protesta la propria innocenza e, tra l’altro, per essere più convincente, di non avere mai avuto nulla da nascondere in quanto ‘sapevo del trojan nel mio telefono’, dice. "A Roma, se ne parlava", aggiunge. "Ma io parlavo con chi mi pareva. Non avevo paura di nulla perché non avevo nulla di cui temere". Dietro quel generico e assai evocativo "a Roma se ne parlava".

Ma chi ne parlava con lui? I pm glielo chiedono e il magistrato ha iniziato a parlare delle che, dall’8 maggio in avanti, riunivano, sempre dopo la mezzanotte, consiglieri del Csm e i due parlamentari del Pd Cosimo Ferri e Luca Lotti per pianificare la nuova geografia giudiziaria del Paese.

È a questo punto che i pm di Perugia contestano a Palamara proprio una delle intercettazioni ambientali captata in una di quelle notti dal trojan nello smartphone del magistrato romano e Palamara parla con Cosimo Ferri del software spia e i due fanno riferimento ‘ad una fonte del Quirinale’.

L’interrogato a quel punto, pensando che i pm perugini sapessero chi lo aveva informato, fa il nome di Stefano Erbani.

Non è l’unica volta, scrive il Corriere della Sera, in cui il Colle viene citato nei colloqui finiti agli atti dell’inchiesta di Perugia. Luca Lotti — anche lui deputato del Pd, imputato a Roma per la vicenda Consip — racconta a Palamara di essere stato ricevuto al Quirinale proprio per discutere della sua vicenda giudiziaria. E di poterci tornare «’quando voglio’. Affermazioni gravissime a cui replica il Colle: “Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, non ha mai parlato di nomine di magistrati né è mai intervenuto per esse. La presidenza della Repubblica non dispone di notizie su indagini giudiziarie e dal Colle non sono uscite informazioni al riguardo. Gli interventi messi in atto sono stati di carattere generale, per richiamare il rispetto rigoroso dei criteri e delle regole preposte alle funzioni del Csm. Per quanto riguarda invece Luca Lotti, l’ultimo incontro risale al 6 agosto 2018 quando è cessato dalla carica di ministro”.

Il tassello mancante è scoprire chi tra i consiglieri del Csm possa aver raccontato a Ferri che Erbani sapeva del trojan, ma intanto l’interessato reagisce : “Chi ha fatto il mio nome in questa vicenda risponderà di calunnia. Si tratta di una circostanza falsa, si colpisce me per colpire il presidente. Tutte le informazioni che ho avuto su questa vicenda le ho avute quando erano di pubblico dominio, evidentemente da parte di queste persone c’è un risentimento nei miei confronti e per questo cercano di coinvolgermi in una vicenda alla quale sono totalmente estraneo”.

Ad aggravare il quadro generale della Magistratura connection sono i riscontri delle perquisizioni compiute il 30 maggio scorso. Nell’appartamento del magistrato sono ‘stati trovati fascicoli processuali che non erano a lui assegnati e anche un biglietto con elencati alcuni numeri di procedimento e un’annotazione: ‘Non farla fissare’.