Craxi, l’ultimo statista prima del “diluvio”

Fu l’unico a porsi il problema del profondo rinnovamento della Sinistra, intraprendendo lui stesso i primi passi per indicare il cammino della modernizzazione. Meriti che gli sono stati fatali
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Politica

di Francesco Castellini - Craxi è tornato a far parlare di sé. A vent’anni dalla morte avvenuta in Tunisia il 19 gennaio del 2000 nelle sale cinematografiche si fa la fila per andare a vedere “Hammamet”, il film magistralmente interpretato da Pierfrancesco Favino che racconta gli ultimi anni del leader del Psi, mentre escono nuovi studi sul premier socialista.

E così Bettino riemerge dall'oblio per ridiventare un personaggio attuale, protagonista del dibattito politico, e, visto i tempi che corrono e la pochezza ormai acclarata dei nuovi “burattini” che si sono succeduti sulla scena, si capisce bene come anche la sua “ombra” torni a pesare come un macigno su certe trascurabili coscienze, fino ad apparire per alcuni impostori vecchi e nuovi, più che mai “ingombrante” e fastidiosa.
Alcuni costretti a dover ammettere: “dopo Craxi il diluvio”.
Ma tutti gli analisti oggi ne sono più che mai convinti: con l'uscita di scena del segretario socialista non solo si è archiviata la Prima Repubblica, ma si è anche dissolta e “diluita” una cultura di governo lasciata passivamente decantare verso il nulla assoluto.

Craxi ancora oggi si colloca tra i pochi statisti capaci di esercitare la nobile arte della Politica.
Una qualità che non può essere improvvisata, perché non tutti hanno il “beruf”, come direbbe Max Weber, cioè la “vocazione/missione”.
La realtà è che fra un linciaggio morale e una censura mirata, si è arrivati solo alla negazione di questo nobile esercizio. Che è poi quella situazione patologica che porta inevitabilmente alla “dittatura dei dilettanti” capaci solo di appiattirsi sulla mera “gestione” del presente, al pari delle ideologie novecentesche (per Lenin nel comunismo realizzato anche una casalinga sarà in grado di governare), e guarda caso figlia dell'ideale democratico grillino che fa leva sul quell'“uno vale uno”, indipendentemente da meriti e capacità posseduti.
Tanto che oggi chi è chiamato a gestire la cosa pubblica opera alla stregua di un mediocre amministratore di condominio, tutore e dispensatore di regole, ma senza una visione d’insieme, privo di qualsiasi strategia e progettualità, perfino incapace di mediare fra gli interessi privati e quelli generali.
In più si è persa per strada la virtù di essere convincenti, la costanza di mantenere fermi gli obiettivi prefissati, appiattendo tutta la propria azione sul consenso immediato.

Per poi, alla prova dei fatti, accorgersi che così, senza un percorso vero e una specifica formazione, non si va da nessuna parte, fino al punto da iniziare a rimpiangere le scuole di partito o quei centri di formazione, come la Fondazione Einaudi, da cui sono usciti personaggi che hanno fatto la Storia.

E allora non v'è dubbio che è da qui che occorrerebbe ripartire per provare a selezionare una classe politica e dirigente degna di questo nome.
Craxi ne è stato un esempio. Lui non era nato dal nulla. Scelto da Nenni, aveva percorso tutte le tappe di una dura gavetta, lunga e difficile nel Psi, acquisendo in questo accidentato percorso convinzioni profonde ed una preziosa esperienza. In più, di suo, aveva la schiena dritta, un ardire mosso da un orgoglio cesellato dall'amore per la libertà e la giustizia sociale.
Ed è così che, malgrado tutto, riaffiora dalle nebbie la sua figura, presente più che mai, forse ancora più grande di prima, proprio perché ora appare gigantesca rispetto a certi impresentabili inetti, incapaci di saper traguardare al di là delle proprie contingenze.
Certo amareggia prendere atto che il vuoto che lui ha lasciato non è stato mai colmato. E che solo ora si inizia a percepire che con la distruzione sistematica dei partiti si è passati dalle nobili ragioni di Stato al pensiero debole, inconsistente, evanescente, sterile e vacuo.

Consola il fatto che, nonostante tutto, la sua eredità politica resta.
Così come non può essere cancellata l'idea di un socialismo riformatore, occidentale, capace di sposarsi con la tradizione cristiana, e dunque in grado di assimilare a sé gli unici fondamenti sui quali costruire un futuro migliore per questo nostro Paese.
Fu lui il primo a porsi il problema del profondo rinnovamento di quella Sinistra avvitata e incartapecorita su se stessa. La invitò ad aprirsi, fino al punto da intraprendere lui stesso i primi passi per indicare il cammino della modernizzazione.

Perché Craxi era un uomo tenace, mosso da forti passioni e alti ideali. In tutta la sua vita ha provato a dimostrare che esiste un Socialismo possibile, capace di agire e di scegliere senza nostalgie utopistiche, senza dover attingere a rigidi ideologismi, in grado soprattutto di parlare il linguaggio dell'autonomia e della libertà.

Lui amante della democrazia, unico visionario e sostenitore di quella cultura liberale che poi a ben vedere non è mai esistita in Italia, e che non esiste ancora.
E dunque, come tutti coloro che hanno avuto la spudoratezza di guardare oltre, e che hanno provato a perseguire un'utopia e a tentare di realizzarla, è stato considerato scomodo e per questo spazzato via senza ritegno, guarda caso proprio da quell'altra “metà del cielo” che doveva magnificarlo, e che invece si è abbassata ad entrare a far parte del miserabile coro del tintinnio delle manette, non risparmiandogli il tono rauco e rabbioso degli insulti, fino a giore del rumore sordo delle monetine cadute davanti all'Hotel Raphael, sotto i tuoni roboanti dei linciaggi mediatici.
Una Sinistra vecchia, che si è illusa per un attimo di poter eliminare così un avversario più dotato, ottusamente convinta di poter rimanere sola al comando, non potendo poi minimamente capacitarsi che di lì a poco al Pci-Pds di Occhetto l'Italia avrebbe preferito Berlusconi, o chiunque altro si fosse presentato al suo posto.
Evidentemente non gli hanno permesso di realizzare il suo progetto, ma rimarrà a suo onore nella storia il pregio di averne intuito la necessità, e di avere avuto l'ardire di provarci.
Meriti che non gli sono stati mai perdonati. Ucciso, annientato, ma si badi bene non su un piano politico, piuttosto da quel sistema “mafioso” parallelo, manettaro e giustizialista, che ha potuto emettere la sua sentenza di morte complice una stampa ostile. Tanto che a tal proposito lui stesso amava ripetere: «Ci si può difendere da un attacco giudiziario o da un’aggressione mediatica, ma non da entrambi. Per questo ho scelto la via dell’esilio».
Un limbo in cui è rimasto imprigionato fino alla fine.
Sì, nel frattempo qualche “revisione” a sinistra c'è stata.
Il primo che con chiarezza ruppe il grande tabù fu Piero Fassino nel 2007 inserendolo in una immaginario Pantheon della sinistra insieme a socialisti del calibro di Rosselli, Matteotti e Pertini. Fu poi Walter Veltroni nel 2009 a dire che «Craxi interpretò meglio di ogni altro uomo politico la società italia­na che stava cambiando» e che la sua politica estera «fu grande». Riferendosi all’episodio di Sigonella ma anche alla scelta di tenere l’Ita­lia nella sfera occidentale, «sen­za intaccare autonomia e di­gnità del Paese». E perfino Massimo D’Alema, nel 2013, obtorto collo, riuscì ad ammettere pubblicamente «Craxi, aldilà delle sue discutibili scelte e delle responsabilità che si assunse, era un uomo di sinistra».
E di certo, se dopo venti anni dalla sua scomparsa, il politico che conquistò la leadership del Partito Socialista Italiano per poi approdare a palazzo Chigi, che mise in ombra molti potenti capicorrente della Democrazia Cristiana e che provocò l’invidia e poi la “vendetta” del Partito Comunista Italiano, fa ancora parlare di sé, un motivo ci sarà senz'altro e la Storia lo declamerà ai posteri.
Ma intanto resta il dolore e la rabbia. Sua figlia, Stefania, insieme ad un migliaio di socialisti, il 19 gennaio di ogni anno si reca a pregare sulla sua tomba. Ma bisogna prendere atto che nonostante il tempo passato, in quel luogo di pace l’“altra” sinistra italiana, quella comunista, non è mai andata a posare nemmeno un garofano rosso.
  (Articolo pubblicato anche su Umbria Settegiorni)




Intervista 
all’ex segretario Psi umbro
Aldo Potenza:«Craxi, un leader
che sapeva vedere lontano»

di Francesco Castellini - Di Bettino Craxi ne parliamo con Aldo Potenza, per due legislature nella giunta di Palazzo Donini, esponente di spicco del Psi in quegli anni Novanta che lo videro ricoprire anche il ruolo di segretario regionale.
Partiamo dal film, che impressione le ha fatto?
«Ne ho visto solo una parte, poi sono uscito. Immaginavo che non si potesse costruire la storia politica di un leader come Craxi, ma presentarlo come il malato che in qualche modo cerca di reagire a delle ingiustizie, lo trovo riduttivo e quasi offensivo per la figura che lui ha rappresentato e rappresenta. Sono passati venti anni dalla sua scomparsa e come succede sempre in Italia “i migliori socialisti sono quelli morti”».
Adesso si riscopre che in molte cose Craxi aveva visto lontano.
«Aveva ragione sull'annullamento dei debiti ai Paesi poveri in difficoltà, quando aveva lanciato un'iniziativa a sostegno dell'Africa, con un intervento che non fosse neocoloniale, ma altra cosa. Dando la possibilità a quelle popolazioni di emanciparsi e riscattarsi. Oggi su questo fronte ci ritroviamo chiusi in una morsa dalla quale non so come se ne potrà uscire, con un'Europa afona, incapace di assumere una iniziativa significativa».
Che dire di “Mani pulite”?
«Tutti indistintamente avevano qualcosa da farsi perdonare. La Dc veniva finanziata dagli Stati Uniti e dal sistema delle partecipazioni statali, il Pci da quello delle cooperative e dalla Russia. E i Socialisti in quella circostanza hanno dovuto trovare modi e mezzi, non solo per finanziare la loro attività, ma anche per sostenere battaglie internazionali. Qualcuno mi dovrebbe spiegare le ragioni per cui in Africa, in Cile, in Portogallo, se andava Craxi si alzavano tutti in piedi e l'applaudivano. Bettino stesso diceva che “i soldi sono le armi della politica”. E poi basta ricordare che su di lui non c'è nessuno che abbia trovato un tesoretto personale. Lo ha ammesso da poco anche uno dei magistrati di “Mani Pulite”, che ha dovuto ammettere: “Craxi usava i soldi per la politica”. Il problema è che se si pensa di cambiare e “rovesciare l'Italia come un calzino” con la magistratura, l'unico risultato che si ottiene è quello di distruggere un sistema democratico per aprire la strada agli avventurieri».
Eppure così fu. In un baleno si cancellò la storia importante di un periodo in cui in Italia molte cose stavano cambiando in meglio.
«Basterebbero alcuni dati dell'ultimo governo Craxi: debito pubblico all'89,11 per cento, crescita del del Pil al 3%, aumento della produttività del 25%, riduzione dell'inflazione dal 21 al 4% nonostante due schok petroliferi negli anni Settanta».
E che dire del fatto che il leader socialista non ha mai creduto alla possibilità di un’Europa fondata sulla moneta unica?
«Questo non significava che fosse contro l'unificazione, ma, nella sua idea di Europa, gli Stati, avendo ognuno un proprio destino, dovevano mantenere la loro sovranità. Secondo Craxi indebolire il ruolo delle nazioni avrebbe minato le fondamenta delle più ampie unità interstatali che si volevano costruire. I parametri di Maastricht impedivano in pratica ai Paesi membri di utilizzare la loro autonomia per gestire i momenti di crisi. Per questo Craxi ne criticò la totale astrattezza e capì che la nascente Europa sarebbe stata “in preda alla disoccupazione e alla conflittualità sociale”. Fallimenti annunciati e arrivati, che hanno poi portato ai populismi e ad idolatrare quel neoliberalismo secondo il quale il mercato, la competizione esasperata, risolve ogni problema. Per poi accorgersi che privatizzare non basta e che così non funziona. In Italia si guardi al caso delle autostrade. In Inghilterra con le ferrovie hanno avuto molti problemi. E di certo in nessuna parte del mondo conviene dare in mano ai soli privati i servizi sanitari».
Lei ha conosciuto Craxi, qual è un suo ricordo.
«Il più bel ricordo di Bettino è quello di una lettera che lui mi inviò da Hammamet. Io avevo espresso l'intenzione di chiudere con la politica. Mi ero detto: è finita un'epoca, basta, mi occupo di altro. E lui, con una missiva scritta di suo pugno, che io conservo gelosamente, inviatami tramite un giovane socialista che lo andava sempre a trovare, Luca Iosi, mi spronò a continuare. E devo dire che dopo due o tre mesi di riflessione ho seguito il suo consiglio. Io sono stato un uomo vicino a Bettino ma autonomo. Tanto indipendente che nel 1980 gli presentai una lista di candidati che lui non voleva, al punto di arrivare a commissariare la federazione per presentarne un'altra. Con lui sono sempre stato leale ma non ottusamente fedele. Quando non ero d'accordo glielo dicevo. Io non nascondevo le mie idee. E lui sapeva che il tradimento non appartiene alla mia cultura. Non ero abituato a dire “come ha detto Bettino”. Se sei solo un ripetitore di cose altrui sarai poi disposto a sostenere colui che succederà al posto suo».
Il suo più grande insegnamento?
«Craxi aveva idee nuove, una grande determinazione e dignità da vendere. La manifesta volontà di non essere schiavo né della Dc né col Pci. Questa sua forza consentì di dare una spinta ai tanti compagni che in quel periodo temevano che con 9,6% il partito fosse in una fase di declino inarrestabile».
E oggi quali sono le sue preoccupazioni?
«Sono consapevole che ci vogliono anni per costruire e che basta poco tempo per distruggere. E dunque la verità è che questo Paese, ormai privo di leader rispettabili, sta perdendo peso sia sul piano interno che nello scacchiere internazionale. Quando sul proscenio sale un ceto politico impresentabile, senza un progetto politico in testa, con l'aggravante dell'ignoranza e della presunzione, è evidente che non si va da nessuna parte».
E sul fatto che la Sinistra italiana ne sia uscita devastata da questa storia?
«Su questo fronte c'è tanto da lavorare. Sono più che mai convinto che occorra ricostruire in fretta una storia importante, basata su comuni unità di intenti, a partire dalla ridefinizione dei presupposti politici e culturali che la contraddistinguono, che diventi la base per un nuovo partito. Il problema di questa Sinistra è che oggi non ha un'idea precisa di una società che vuol realizzare. Per arrivare a questo occorre ricostruisce una comunità che possa ripartire dal proprio passato e capace di guardare al futuro. La vertenza del 1921 non è ancora stata superata. Ed è chiaro che la scissione che fu fatta allora andrebbe “ricomposta”. Ma per fare questo bisogna prendere atto che il Comunismo è concluso e che la vera strada è quella del Socialismo. Che poi a ben vedere è quello che hanno professato i padri storici come Gramsci prima e Craxi dopo. Per questo il mio più grande desiderio è quello di vedere realizzato questo sogno, vale a dire la nascita di un partito socialista autonomo ed unitario, e su questo sono ancora convinto che io possa dare il mio contributo modesto, insieme a tanti altri compagni di buona fede».