La Democrazia e la responsabilità sociale

La parola d’ordine dev’essere “costruire, costruire, costruire”
Politica

di Adriano Marinensi- Mi sono venuti a noia (per non dir di peggio) i diuturni dibattiti politici che continuano ad imperversare sul piccolo schermo, dove vige lo scontro parolaio e crede di vincere chi urla di più.

Non producono nulla e spesso ciurlano nel manico. Forse mi sbaglio, però sono convinto della loro inutilità nella ricerca di concreta soluzione dei problemi della gente. Non servono neppure a migliorare culturalmente e socialmente la democrazia. La libertà di parola e di opinione resta – sia chiaro - un caposaldo insopprimibile; giovevoli sono le opinioni e le parole se aiutano a portar grano nella cascina della collettività, qualunque sia la posizione di schieramento,  Il pensiero libero non può stare, per partito preso, dalla parte di chi governa e neppure degli aspiranti al potere: deve stare dalla parte dei governati, interpretarne le necessità, impegnarsi per soddisfarle. I governati italiani oggi – soprattutto i giovani, ai quali è stato rubato l’avvenire – non si appassionano affatto ai talk show, dove le parti sono distribuite come nella commedia dell’arte e  l’intento primario dei partecipanti è “bucare lo schermo” con effetti speciali, anche a danno della realtà e talvolta della verità. In Parlamento, addirittura, si pratica talvolta la politica dell’insulto che, con la dinamica istituzionale non c’entra affatto.

La legittimazione a governare, ad ogni livello, si conquista con il prestigio, la serietà, la dirittura morale, la capacità di produrre risultati concreti e favorevoli al tornaconto generale. Se prevale il populismo, potrebbe essere la piazza a prendere il sopravvento oppure i poteri forti. In democrazia nessuno può sfuggire alla proprie responsabilità. Governanti, aspiranti a governare e governati, tutti hanno il dovere – all’interno di un aperto confronto delle idee – di portare mattoni per la costruzione della casa comune. Soprattutto nei momenti di difficoltà, il motto dev’essere “costruire, costruire, costruire”. Non sono di nessun aiuto gli uomini (e le donne) contro. Non servono a nulla i disfattisti per professione e i seminatori di zizzania, ancor meno, gli urlatori e gli arruffapopoli. Serve invece la capacità di proposta, l’operosità dell’agire, lo spirito di servizio, il rispetto della delega popolare. Il resto è tradimento della democrazia. In Italia traditori sono i politici sempre con il fucile ad armacollo, produttori di discordia per interesse elettorale, che alimentano la deriva e il disimpegno, vociando dal pulpito della vanagloria. Certo, la ingiusta distribuzione della ricchezza (per quali infiniti poteri taumaturgici, l’ex D. G. della RAI, finanziata dai cittadini, veniva retribuito con 650.000 euro l’anno ?), l’elevato livello di disoccupazione, l’espandersi delle nuove povertà, attentano al principio della concordia sociale e della partecipazione spontanea allo sforzo di crescita del Paese. I profeti dell’antagonismo sono comunque improduttivi e dannosi.

Quando poi assumono atteggiamenti xenofobi, additando lo straniero come elemento di contrasto per l’”italianità”, allora aggiungono pericolosi fattori di insofferenza che possono sfociare nell’odio. Così vince l’anarchia del pensiero, non più libero, ma schiavo dei negromanti di sventura. Con la conseguente cancellazione d’ogni forma di solidarietà e di rispetto umano. Mentre, nelle democrazie pienamente realizzate, un forte “collante sociale” è proprio il solidarismo sociale. Quanto a solidarietà, in Europa, succede anche di peggio. Nella (pretesa) nuova unione dei popoli, c’è chi costruisce muri, rinnovando la vergogna di Berlino est, chi schiera l’esercito per difendere i propri confini e fermare i bambini in braccio alle madri, chi allestisce barriere con il filo spinato, residuato di guerra, contro coloro che fuggono dalla guerra. Così, oltre al minimo senso di umanità, si offendono i valori autentici della democrazia e si finisce per fallire lo scopo per il quale l’Unione Europea è stata costruita ed allargata. E la si espone agli anacronistici assalti dei controriformatori,  che vanno in cerca di pretesti per ridar vita ai nazionalismi che tanti danni hanno causato alla pace ed ai popoli del nostro Continente.

 Ai margini di questo contesto, una valutazione va fatta su certe entrate a gamba tesa di qualche Monsignore che hanno avuto il deleterio effetto di rimettere in pista la vecchia polemica intorno al principio della “libera Chiesa, in libero Stato”. E si è ricominciato a discutere, pure qui vanamente, del rapporto tra cultura laica, fede religiosa e pluralismo etico. Nel motto cavouriano sembra esserci la soluzione d’ogni problema : la confessione religiosa e la concezione laica, il trascendente e l’immanente paiono ricomposti, per di più con la cancellazione d’ogni fondamentalismo di parte. E invece, le riproposizione finiscono per rigenerare i contrasti, lasciando la questione senza approdo alcuno.   L’Italia, per riacquistare la sua dimensione di Paese preminente, ha bisogno di mobilitare tutte le sue componenti e convergere - dentro i binari della democrazia e del rispetto dei ruoli - verso il traguardo di una tregua sociale in grado di ridare slancio allo sviluppo. Diversamente continuerà lo sterile “battibecco politico” tanto somigliante a quello dei famosi galli di Renzo nei Promessi sposi. Con la differenza che qui non siamo in un romanzo, ma in una realtà difficile e alquanto aleatoria.