Non sempre “sporcarsi le mani” è sinonimo di cattiva politica

Da rilevare la distanza, qualche volta grande, che si forma tra gli ideali e la concreta attività soprattutto amministrativa
Politica

di Mario Roych - Un notissimo giornalista, commentando le difficoltà dei Sindaci del Movimento Cinque Stelle a Livorno e a Parma, indagati o avvertiti con avvisi di garanzia, ha finito la sua analisi affermando: per far politica non bastano gli ideali, occorre “sporcarsi le mani”. 

E’ un detto antico. Mi permetto di analizzare la questione con la consueta indipendenza di giudizio, senza voler entrare nel merito specifico, ancora del tutto aperto a varie soluzioni. Ci sono due modi di interpretare lo “sporcarsi le mani”. Quello più semplice e facile consiste nel ritenere la politica “una cosa sporca”, che inquina fatalmente tutti quelli che vi si dedicano. Questa è l’interpretazione prevalente nella grande stampa e nei talk show televisivi. Istintivamente mi ribello a questa idea, perché ritengo, invece, che l’attività politica - se realizzata con intenti onesti e con capacità conseguente a una buona preparazione scolastica e conseguente a un avvicinamento graduale, attraverso molteplici esperienze di base nel sociale e nei partiti - sia la forma più alta dell’attività umana. 
Il secondo modo tende, invece, a porre in rilievo la distanza, qualche volta grande, che si forma tra gli ideali e la concreta attività soprattutto amministrativa, sotto il duplice aspetto del prevalere dei problemi concreti che fanno perdere di vista il progetto originario, e della mancanza di risorse che impedisce la realizzazione dei programmi.
Insisto su questo punto, giacché ritengo l’aspetto legislativo abbastanza estraneo, nonostante sia soggetto alle pressioni delle varie lobby che cercano di condizionare la formazione delle leggi. Però, in questo caso, qualora l’attività lobbistica avvenga in modo trasparente, va riconosciuto che l’assoluta libertà del politico legislatore è un elemento giusto. Naturalmente, mi riferisco ai deliberati delle Assemblee legislative, mentre tengo a equiparare all’attività amministrativa quella che sta diventando un’abitudine: il condizionamento al legislatore che deriva dalla grande produzione di decreti legge sottoposti a voti di fiducia, preparati nel chiuso degli uffici ministeriali, senza che si abbia il minimo sentore dell’influenza esercitata da gruppi di pressione. 
Faccio l’esempio della vicenda legata allo sfruttamento petrolifero in Basilicata. Il Governo può sicuramente sostenere, dal punto di vista formale, che fa legittimamente le sue scelte, ma, con buona pace della Ministra Boschi, questo, se esclude un rilievo penale, non può oscurare la rilevanza negativa dal punto di vista etico, se le decisioni sono derivate da una richiesta, oscura, da parte dei beneficiari.
Diverso sarebbe se ci fosse un dibattito trasparente, diffuso e coinvolgente, che chiarisse il significato e l’intenzione di oscuri codicilli aggiunti all’ultimo momento alle leggi in via di formazione.
Torno all’attività amministrativa. Premetto che non voglio occuparmi dei casi in cui volano mazzette e buste con l’aggravante, se questo accade, di passaggi di soldi o di benefit tesi a ingrassare singoli individui o gruppi o partiti.
In questi casi, di cui non riesco a quantificare l’incidenza, non può esserci nessuna tolleranza. E’ sicuramente un modo di dire fondato quello di quanti sostengono che questa corruzione appartiene a una piccola percentuale di operatori. Comunque, è una quota sicuramente in ascesa a causa dello scadimento della formazione civica nelle scuole e nelle famiglie. Si tratta di un fenomeno preoccupante.
Tuttavia, m’interessa parlare delle attività amministrative non inquinate da questi fenomeni corruttivi, chiedendomi se ci siano aspetti strutturali che ne facilitano l’aumento.
Premetto che nella concretezza del vivere quotidiano un politico amministratore può trovarsi di fronte a una serie di problemi e di norme difficilmente districabili, dalle quali può derivare un’imperfetta soluzione.
A ciò si aggiunge il desiderio di realizzare subito un intervento, il che può spingere a sottovalutare le norme e le prassi virtuose negli affidamenti di opere e di servizi. Porto ora l’attenzione su alcuni fenomeni, dei quali il comune cittadino, anche appassionato di politica, non ha sufficiente conoscenza. Negli ultimi venti anni c’è stata una tendenza pluripartitica per affermare due principi: dare maggiore autorità ai vertici istituzionali elettivi degli enti locali, come frutto dell’elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Regioni, a scapito delle attribuzioni dei Consigli comunali e regionali e delle stesse Giunte esecutive; dare autonomia e potere smisurato ai dirigenti degli enti, nelle attività in cui si traduce l’indirizzo delle Giunte, del Sindaco e del Presidente della Regione. I dirigenti suggeriscono alle Giunte gli indirizzi programmatici; preparano i bandi di concorso per le assunzioni e per affidare a terzi lavori pubblici e servizi; dirigono tutte le attività conseguenti; in sintesi, possiamo dire che decidono. Vivono nella tentazione continua di usare questo vasto potere per condizionare i politici, che vanno e vengono, mentre loro sono sempre lì. A quest’ultimo aspetto si può assimilare un altro fenomeno: lo smisurato potere attribuito ai Direttori delle Aziende sanitarie e dei principali enti strumentali, fra i quali sono da comprendere quelli per i trasporti nazionali e locali. (toccare questi poteri determina talvolta vere e proprie crisi politiche negli enti elettivi, come l’esperienza umbra insegna, quando sono state toccate le funzioni di due manager: Paduano nei trasporti, Orlandi nella sanità).
L’elezione diretta del Sindaco e dei Presidenti era stata decisa con l’intenzione di dare autorevolezza e poteri, una strada per aumentare l’efficienza. E’ arrivato il momento di fare un bilancio spassionato di questa esperienza istituzionale, mettendo nel conto l’espropriazione delle funzioni dei Consigli, da un lato, e dall’altro l’indebolimento dei Sindaci e dei Presidenti, a seguito dello smisurato potere dei dirigenti.
Non mi sembra che, allo stato attuale, ci sia la trasparenza necessaria, intesa come vetrina nella quale i cittadini possano vedere anche il sottofondo.

(Articolo pubblicato su Umbriasettegiorni)