Maxi truffa del carburante, c'è anche il nome di Messina Denaro

Coinvolto l'imprenditore umbro Ubaldo Notari
Perugia

Il nome di Messina Denaro, super boss della mafia, spunta dalle carte dell’inchiesta sulla maxi truffa del carburante, che vede fra Magione e Città di Castello i punti focali di una linea di gasolio e benzina fuorilegge che parte dalla Croazia, passa per un deposito costiero a Porto Marghera e arriva nei distributori, in particolare della Campania ma non solo, a prezzi completamente fuori mercato e dunque in grado di sbaragliare la concorrenza. È fitta, la trama dell’indagine tessuta dai finanzieri del Gico e dai funzionari dell’Agenzia dogane e monopoli di Perugia e che riguarda il periodo che va da febbraio ad agosto del 2020. Un’indagine che, secondo quanto reso noto dal procuratore capo Raffaele Cantone, ha fatto configurare l’ipotesi di un’associazione a delinquere che si incentra intorno a cinque persone e vede contemporaneamente la presenza di altri sette nella parte di prestanome: dodici indagati, per cinque di loro è stata richiesta la misura cautelare degli arresti domiciliari, e sette società nel mirino di investigatori e inquirenti.

Tra i dodici indagati la figura di un imprenditore umbro, Ubaldo Notari, titolare di uno dei due depositi sequestrati (quello di Magione) mentre l’altro di Città di Castello, secondo quanto emerso, è riconducibile a Pasquale Capano, calabrese sottoposto a sorveglianza speciale perché ritenuto «contiguo» alclan ‘ndranghetista Muto di Cetraro. Insomma, non solo gli ipotizzati affari poco leciti dell’imprenditore umbro ma anche il probabile ingresso di capitali sospetti per il deposito di Città di Castello. Ma c’è di più, dal momento che un altro elemento centrale della truffa secondo gli investigatori è Alberto Coppola, già al centro di un’indagine della procura di Napoli che solo dal nome “Petrol-mafie” lascia intendere molto. E poi ecco il personaggio collegato a un’inchiesta sui Messina Denaro: Aldo Licata, coinvolto qualche anno fa in un’indagine appunto in cui è emersa anche la presenza di un familiare del boss. Elementi che tratteggiano in maniera decisamente più netta l’importanza dell’inchiesta condotta dai militari del Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Perugia (diretti dal colonnello Antonella Casazza e coordinati sul campo dal tenente colonnello Michelangelo Tolino e dal maresciallo Teodoro Segneri) e dai funzionari dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli diretti da Pietro Altieri.
Come riporta nelle due società perugine (Fixitalia e Centro Energia) - è emerso dagli accertamenti -, il carburante veniva «nazionalizzato», assoggettato, cioè, ad accisa e, contestualmente, ceduto ad una serie di società «cartiere», senza addebito dell’Iva. Pur se le stesse - per la guardia di finanza e l’Agenzia delle dogane - erano «evidentemente» prive dei requisisti di affidabilità e a fronte di polizze fideiussorie risultate false. Entrambe hanno avuto dei contenziosi con le Dogane. In particolare, a ottobre 2020 l’Agenzia aveva ritirato alla società di Magione la licenza di operare come destinatario registrato presso il deposito. Sia il Tar del Lazio che che il Consiglio di Stato hanno respinto la richiesta di sospensione del provvedimento.