Dottor Giovanni Lo Vaglio: “Per una nuova sanità umbra, factis non verbis”

Intervista al dottor Giovanni Lo Vaglio, Dirigente Veterinario USL Umbria 1 e Coordinatore Intersindacale Medica dell’Umbria
Perugia

Intervista al dottor Giovanni Lo Vaglio, dirigente Veterinario Usl Umbria 1 e coordinatore intersindacale medica dell’Umbria.
Dottore ci può tracciare una visione generale dell’attuale sanità umbra?
Come organizzazioni sindacali della dirigenza medica, veterinaria e sanitaria abbiamo potuto constatare i passaggi fondamentali che hanno caratterizzato la gestione della sanità da parte della precedente Giunta regionale guidata da Catiuscia Marini e quello che stiamo vedendo adesso dopo questo radicale cambio della guardia, sulle prospettive alle quali vorremmo dare anche il nostro contributo per contribuire a una svolta in senso positivo a quella che sarà la riorganizzazione di tutto il sistema sanitario regionale. Faccio una premessa. Con la Giunta precedente, purtroppo, non abbiamo purtroppo potuto avere una interlocuzione costruttiva, al di là delle note vicende giudiziarie. Non c è mai stato un confronto vero e costruttivo con le parti sociali per poter avviare un’ottimizzazione dei servizi sanitari, sia per quanto riguarda la medicina del territorio, la più bisognosa di attenzione e investimenti, sia per quanto riguarda l’ottimizzazione della rete ospedaliera. Questo percorso di mancata collaborazione ha inevitabilmente contribuito anche al recente esito elettorale. Ora, in questi primi sei mesi, si inizia a intravedere un cambio di marcia, tenendo anche conto dell’emergenza pandemica che, però, nel male ha dato anche la possibilità di constatare e verificare quali sono i settori nei quali occorre intervenire maggiormente per garantire un servizio sanitario regionale alle All’altezza delle aspettative dei cittadini umbri. Sotto la precedente gestione si sono sentiti molti slogan – una regione benchmark, ad esempio, tra le prime in Italia – creati su dati di riferimento desueti, concepiti nel 2014, e basati su un numero limitato di parametri, la cui maggioranza era di natura economico – contabile ma non legati alla appropriatezza delle prestazioni. Paradossalmente si è scoperto che neppure sotto quel profilo si era a posto con i conti e si è reso pertanto indispensabile questo cambio di passo deciso da parte della politica, rallentato attualmente dall’emergenza sanitaria. Cè stato un segnale di gratificazione certificato dall’ accordo relativo alla produttività e al lavoro straordinario, per premiare il gran numero di operatori che si è sacrificato per questa emergenza, ma intendiamo riprendere un’interlocuzione per garantire, al di là dell’aspetto strettamente sindacale, che ci sia anche una collaborazione sotto il profilo strettamente tecnico per arrivare a una nuova stesura del Piano Sanitario regionale più aderente alla realtà, nel quale siano indicate delle priorità di intervento sulle quali agire in tempi rapidi – non più di un anno e mezzo – per poter poi giungere a una riorganizzazione della intera rete territoriale. Non possediamo, naturalmente, la ricetta per quanto riguarda il numero delle Aziende sanitarie, che è una scelta politica, è però importante adottare un criterio utile ad interrompere certi campanilismi e certe disomogeneità territoriali; sarebbe forse auspicabile un’Azienda unica che si occupi della gestione strettamente sanitaria, affiancata da un organismo che si occupi esclusivamente dei concorsi e degli appalti, per fare in modo che certi appetiti possano venire meno nell’ottica di un certo clientelismo territoriale. Questi, a nostro avviso, i principii dai quali dovrebbe muovere il lavoro della Giunta.
Per quali caratteristiche la sanità umbra veniva sovente definita un’“eccellenza italiana”?
La dichiarazione si basava principalmente, come detto, su elementi di natura economicistica usando un termine che non ritengo t positivo “bocconiano”, facendo valere la prerogativa dei risparmi, ottenuti però attraverso i tagli del personale – infermieri, medici, veterinari, tecnici della prevenzione, biologi – che hanno creato una falla a livello territoriale – è il vizio italiano di investire risorse in una visione ospedalocentrica piuttosto che preventiva – che si è poi manifestata in tutta la sua gravità, soprattutto nelle regioni ad alta densità di popolazione con elevato scambio produttivo: così non è stato per l’Umbria; una volta tanto, l’arretratezza si è rivelata un bene! Nonostante manchi anche da noi uno standard di prevenzione adeguato a una popolazione non densa ma molto frazionata.
L’interlocuzione iniziata con l’Assessorato regionale sta portano risultati concreti?
Abbiamo avuto diversi incontri in videoconferenza e uno direttamente con l’assessore Luca Coletto, con il nuovo direttore generale Claudio Dario e con il direttore affari generali Luca Conti, nel corso del quale abbiamo buttato giù un programma con delle priorità riassunte in alcuni punti. In primis il problema delle dotazioni organiche sistemando i precari che ha portato all’accordo per la stabilizzazione. Poi abbiamo chiesto un’interlocuzione tecnica per affrontare il problema della pandemia e qui i rapporti si sono un poco raffreddati, non per volontà dell’Assessorato, ma per le urgenze da affrontare che non hanno lasciato altro spazio alle istituzioni. Non appena sarà possibile riprenderemo il confronto, a partire dalla implementazione delle dotazioni organiche, per giungere alla razionalizzazione dei distretti e alla riorganizzazione della rete ospedaliera.
 Tra i benefici previsti, è ragionevole pensare a una maggior economicità della spesa sanitaria a fronte di una maggior efficacia?
 Sicuramente sì, perché quel miliardo e seicento milioni di budget che rappresenta l’80% del bilancio regionale, deve essere gestito meglio! Una razionalizzazione della rete ospedaliera concentrandosi sulle eccellenze e spostare il baricentro dell’attenzione sull’assistenza territoriale, in termini soprattutto di prevenzione, porterà sicuramente ad una maggior economicità e appropriatezza delle prestazioni. Il solo rafforzamento della prevenzione primaria determina un rapporto costi/benefici di uno a otto, ovvero per ogni euro speso se ne ottengono otto di guadagno! Un liberarsi di risorse che permetterebbero di aumentare l’eccellenza in ambito ospedaliero, investendo in diagnostica strumentale, in prestazioni di alto livello e altre prestazioni tali da incentivare anche la mobilità di
A proposito di eccellenza medica, come è stata affrontata in Umbria l’emergenza Covid?
Abbastanza bene, fatta eccezione per quei deficit di assistenza territoriale che si sono verificati in tutta Italia. C’è stata ovunque una scarsa attenzione alla diffusione delle malattie infettive, considerate problema marginale, nonostante le ricorrenti pandemie verificatesi in questi ultimi due decenni, a parte il coronavirus, da alcuni anni abbiamo anche avuto una recrudescenza della tubercolosi, non ancora in forma preoccupante, ma vale come segnale. Il piano sanitario nazionale ha previsto almeno il 5% dei fondi da destinare alla prevenzione, mentre in Umbria non è stato dato ai dipartimenti più del 2%, come desumibile dai bilanci. Bisogna mettere di più, per essere pronti ad una probabile epidemia di ritorno che potrebbe essere ancora molto aggressiva. E se allora dovesse trovarci impreparati, non avremmo più scusanti.
    Marco Nicoletti