Quando Rodolfo Valentino frequentava l'Onaosi di Perugia

Manifestazione per ricordare il divo di Hollywood
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Perugia

di Adriano Marinensi - Organizzare a Perugia una manifestazione per commemorare tale Rodolfo Guglielmi, nel 90esimo anniversario dalla morte, può apparire una idea bizzarra. Idea realizzata dai presidenti di due importanti sodalizi, Giovanni Brozzetti e Franco Venanti. Invece un aggancio storico c’è. Rodolfo Guglielmi (conosciuto come il divo di Hollywood Rodolfo Valentino), nato a Castellaneta, piccolo paese della Puglia, nel 1895 ha frequentato, in giovane età, il prestigioso college dell’Onaosi che, a Perugia, dal 1889, cura l’assistenza e l’istruzione degli orfani dei sanitari italiani.

Quella che sembra una storia qualunque, è narrata nel libro intitolato “Aristide Paci, anima critica”, stampato dal Pensiero Scientifico Editore. Il volume ha avuto di recente un’ampia diffusione nel mondo sanitario regionale e nazionale e uno scopo meritorio: parte del ricavato andrà devoluto a sostegno dell’attività di assistenza ai malati di Sla. Vi trova spazio l’Onaosi, perché Aristide Paci ne è stato presidente dal 2000 al 2011. Ci sono, nel volume, le testimonianze di illustri personaggi che danno un quadro dello sviluppo della scienza medica, in Italia e in Umbria, negli ultimi 30 anni.

E si racconta anche che, “nell’ottobre 1906, accompagnato dalla madre, arriva a Perugia (tale) Rodolfo Guglielmi, testa rasata e orecchie a sventola. Nel registro del Collegio, per contrassegnare i suoi indumenti, gli viene attribuito il n. 48. Suo padre, veterinario di Castellaneta, è deceduto da poco”. E’ “corredato” il giovane di tutti gli imbarazzi della gente del sud. “Deriso dai compagni – si legge nel libro – per le orecchie a punta, Rodolfo dimostra di avere un carattere poco propenso a tollerare gli scherzi e poco incline al rispetto delle regole del Collegio”. Ci rimane tre anni. Un giorno, durante uno dei frequenti litigi, colpisce un compagno con un pugno e, siccome la misura è colma, viene espulso.

Lo trasferiscono in Liguria e il ragazzo ribelle riesce a conseguire il diploma di Perito Agrario. Dopo una breve permanenza a Parigi, dove impara a fare il ballerino, parte, nel 1913, insieme ai migranti che affollano le navi dirette negli Stati Uniti. Invece di coltivare i campi con il diploma di Perito agrario, si mette a fare il taxi dancer a pagamento nel locali notturni, frequentati dalle signore d’alta classe. Poi tenta la carriera cinematografica. Ha successo ed è così che quel “tale Rodolfo Guglielmi”, ricordato dalla Famiglia Perugina e dall’Associazione Bonazzi, diventa Rodolfo Valentino, il più grande fenomeno mediatico mai “costruito” dal mondo del cinema. Si narra, ancora nel libro “Aristide Paci, anima critica”, che “ormai famoso, Rodolfo Valentino, esibendo la fiamma del momento, ritorna a Perugia, per rivedere il Collegio che lo ha ospitato e per rimettere piede sul palcoscenico del teatro dove ha mosso i primi passi come attore”.

Tra i film, diventati ormai da cineteca, come simboli del cinema muto, quando la voce non aiutava la recitazione, ci sono I 4 Cavalieri dell’Apocalisse, Lo Sceicco, Sangue e Arena, Aquila Nera, Il Figlio dello Sceicco. Sin dalla prima comparsa sullo schermo, Valentino impose la sua figura di eroe romantico. Sprigionava un forte magnetismo, così da farlo diventare il primo sex symbol del cinema americano, idolatrato dalle donne e invidiato dagli uomini. Dettò, per qualche tempo, anche le regole della moda: i capelli alla Valentino, gli stivali, i vestiti e persino lo sguardo alla Valentino. Visse nel “Nido del falco”, una lussuosa villa, arredata alla moda hollywoodiana. Fece in tempo ad avere due mogli, attrici all’epoca famose: Jean Acker (per un solo mese) e Natacha Rambova; e una storia con Pola Negri. Gli furono attribuite, e non potevano mancare nel clima creatogli attorno, peccaminose relazioni omosessuali.

Di lui, ballerino maliardo, è stato scritto “entrò a passo di tango nella storia del cinema mondiale e nell’immaginario femminile”. Ebbe un trionfo folgorante ed anche una vita breve. Rodolfo Valentino morì di peritonite, a soli 31 anni, il 23 agosto 1926. Nella iconolatria laica, hanno trovato posto persino una trentina di suicidi a seguito dalle sua scomparsa. Il funerale fu un evento fantasmagorico con la partecipazione di una folla immensa. La stampa notò pure la presenza di un gruppo di giovanotti in camicia nera e una corona con il nome di Benito Mussolini. Tutto falso. Una semplice trovata dell’ agenzia di pompe funebri in cerca di facile pubblicità. Fu sepolto nel Mausoleo della Cattedrale di Los Angeles, in California.

Nella ricorrenza della scomparsa, per molti anni, una misteriosa dama vestita di nero ha portato fiori sulla sua tomba. Poi, le “dame in nero” sono diventate numerose, a testimonianza della isteria collettiva generata dal fascino di un attore, vissuto tra mistero e leggenda, dentro un turbinio di vicende vere e suggestioni inventate che ne hanno fatto un iperdivo. Antesignano prevalente dei tanti eroi di celluloide “fabbricati”, meritoriamente o meno, nell’ambiente dorato di Hollywood. Dove la pubblicità è stata sempre l’anima del commercio.