Nuove convulsioni nel quadro politico italiano

Su questo sfondo staccano i due “trend” elettorali delle recenti, diffuse e importanti amministrative: il rafforzamento di posizioni delle sinistre e gli scompensi o perdite del centrodestra
Perugia

di Andrea Calabro

“Controcorrente” dedicherà un suo prossimo numero, verosimilmente cartaceo (perché le opinioni da mettere agli atti si esprimono in questa forma durevole, non nella liquidità dei tweet, post, hastag, link ed altre simili evanescenze), al quadro politico nazionale e regionale come ulteriormente sommosso dall’esito del turno elettorale amministrativo del 3-4 e 17-18 ottobre 2021. Una tornata che, avendo chiamato alle urne circa 12 milioni di italiani, doveva necessariamente indurre quesiti e comportare effetti anche di natura politica generale. Già i nostri lettori avranno preso nota di infiniti commenti giornalistici e dibattiti televisivi a questo riguardo.

                Per parte nostra, ci limitiamo qui a qualche “spigolatura” di riflessione, cominciando col ricordare a noi stessi e agli altri che nelle elezioni amministrative si vota essenzialmente per dare alla propria città Sindaco e consiglieri. Prevalgono assai, dunque, le preferenze e gli umori locali, i problemi maggiormente avvertiti nei grandi come nei piccoli centri. E’ stato sempre, ma oggi di più, perché col tramonto delle appartenenze ideologiche e il disincanto rispetto alle opzioni partitiche, emerge la priorità della scelta amministrativa propriamente detta. I simboli di partito, dove presenti in cima alle liste, non hanno giovato alle candidature. Molto più grave, però, risulta la dilagante astensione. In media ha votato meno del 50% degli aventi diritto al primo turno e non più del 40% ai ballottaggi. E se ciò avviene nelle elezioni più “vicine” al cittadino, appunto le comunali, è un segno di fallimento del “sistema” formidabile, di una deriva della democrazia che non riesce più a coinvolgere la (ormai solo teorica) sovranità del “demos” o popolo. I Sindaci eletti si insediano, in modo autoreferenziale, con il consenso manifestato – con le buone o col pungolo o per “meno peggio” – in realtà dal 20 o 30 per cento della cittadinanza! Raccapricciante.

                Fatta questa enorme premessa, che dovrebbe indurre il ceto politico di tutti i partiti ad un totale stravolgimento delle impostazioni, dello stile, dell’operatività – riscoprendo nei giacimenti culturali i valori della tradizione e sapendo riproiettarli nelle nuove ansie del secolo XXI – qualche indicazione di attualità è comunque desumibile.

                La sparizione del grillino Movimento 5 Stelle, accompagnato dalla ovvia constatazione che anche le “Sardine” non erano per niente un movimento nuovo ma una mera corrente di fibrillazione del PD, dice che anche l’”antipolitica” ha tristemente deluso gli italiani che vi si intendevano rivolgere. Dice inoltre che, per un misto inedito di disperazione e di speranza in quale che sia cosa, la maggioranza del popolo è disposta ad accettare, anche senza limiti di tempo né di mandato, le “gestioni commissariali” della cosa pubblica. Ormai dai tempi di Berlusconi e Prodi non vi è più governo eletto, ma – con la motivazione di una “emergenza” dopo l’altra – capi del governo nominati dal Presidente della Repubblica motu proprio. Con l’aggravante che, da tempo immemorabile, siamo così bravi da sfalsare le elezioni politiche rispetto ai settennati presidenziali, per modo che in ogni caso il Presidente viene eletto sempre da un Parlamento di sinistra, anche quando nel Paese prevale l’opinione popolare di destra!

                Fatto sta che al presente la politica è “messa in congedo” o, se preferite, è relegata al ruolo di “quacquaraquà” ripiegati sugli ombelichi dei propri per – poco - emergenti e per -poco-declinati presunti leaders, mentre a “comandare” c’è Mario Draghi e nient’altro. Un accreditato, stimato, riverito, intoccabile Mario Draghi, che viene tanto più apprezzato in quanto “decisionista”, nel senso che mostri di tirare diritto, infischiandosene delle bandierine agitate dai partiti pateticamente; infatti nessuno potrebbe dissentire, perché si estrometterebbe dalla ipermaggioranza draghiana e verrebbe condannato al “confino”. Intendiamoci, entrando nel merito, è duemila volte meglio il commissario Draghi delle mezzepippe che l’hanno preceduto. Non foss’altro ha portato nella becera politica italiana dalle immagini o grigie o sguaiate, la compostezza dei suoi ben più saggi 73 anni, il silenzio credibile di uno abituato a “maneggiare problemi” e “trattare persone (di livello)” in vista di possibili soluzioni. E’ un benefico salto all’indietro, che poi risulta in avanti… 

                Quanto alla bontà delle soluzioni adottate (per l’equilibrio delle quali è, alla fine, un bene che nella sua ipermaggioranza ci siano anche due “destre”, Lega e FI, senza lasciarle in totale appalto alle “sinistre” comunque declinate), ci sia consentito rinviare ogni giudizio. Segnali di approccio diverso alle questioni dell’emergenza economica e a quella sanitaria, indubbiamente ci sono, e alcuni indicatori – dalle esportazioni a vari settori del fatturato e del PIL e al più efficace contenimento della pandemia – sono considerevoli. Per contro, il draghismo deve dimostrare in concreto il suo vero volto in campo fiscale (per ora solo parole e un terrifico annuncio di revisione del Catasto che schiaccerebbe tutti i proprietari, grandi e piccoli, sotto una tassazione allucinante); la sua efficacia sul piano sociale (per ora si sta profilando un rincaro di tariffe e bollette e generi di consumo impressionante per ciascuna famiglia, mentre sono  tutti da dimostrare gli elementi di occupazione stabile che “sarebbero in movimento”); la sua “linea” quanto a giustizia, scuola, lotta alla delinquenza, immigrazione irregolare e quant’altro (per adesso nulla che, in termini pratici, inverta le pessime pratiche consolidate)… Per non dire della mitica montagna di miliardi che il Recovery Plan europeo dovrebbe elargire (buona parte in prestito che figli e nipoti dovranno restituire), sulla quale ognuno fa progetti a ruota libera e “prenotazioni” arbitrarie.

                Su questo sfondo staccano i due “trend” elettorali delle recenti, diffuse e importanti amministrative: il rafforzamento di posizioni delle sinistre e gli scompensi o perdite del centro-destra.

                Il PD, dicendo ipocritamente di non “fare trionfalismo”, in realtà cerca di farne eccome!, dato che da anni registrava solo sconfitte. Ne ha qualche ragione. Ha confermato nettamente le cinque più grandi città votanti, ne ha “conquistate” altre, soprattutto al centro-sud; e si è messo in condizione di proporsi come crescente “forza federatrice” di un “campo largo” progressista, lanciando una stagione di belle speranze a guida del rinato Enrico Letta. In effetti esagera in esultanza. Gran parte dei candidati portati a vittoria da coalizioni  di sinistra, non sono espressione del PD, anche se si assoggettano, volenti o nolenti, alla sua ipoteca. Nel nord Italia, a ben contare, il PD ha perso a favore del centro-destra più Comuni di quanti ne abbia acquisiti. La regione che votava, la Calabria, è stata rivinta dal centro-destra con ampio margine. La coalizione “larga” con cui profetizza di volersi incamminare alle politiche del 2023 non c’è affatto: non solo perché è scomparso il contraente principale (Mov. 5 Stelle), ma perché tutte le altre “frazioni” contemplate – da Calenda a Renzi a postdemocristiani vari e liberaleuropeisti assortiti – non hanno l’aria di volersi aggregare semplicemente al PD, bensì di “mettersi in proprio” a seconda di come il sistema elettorale (attuale o cambiato) renderà più conveniente. Inoltre, anche Letta e soci sanno che geneticamente, nel 50% di elettori astenutisi dal voto, parte prevalente risale all’area ascrivibile al centro-destra, incline a tornar tale nelle politiche sol che se ne profilino le condizioni minime: cioè, diciamolo, che il centrodestra risulti di nuovo convincente verso i “suoi” stessi elettori!

                Tutto vero. Ma ciò non assolve il centro-destra (o la destra-centro, come ancora oggi è da definire) dalla “emergenza” costituita da… se stesso e dai propri singoli componenti, che si è tradotta in perdita complessiva di consensi.

                Si è detto: è penalizzante la contraddizione tra due partiti (Lega e FI) che stanno nella maggioranza governativa e uno (FdI) che ha scelto l’opposizione. Argomento valido ma solo in parte. Nella bizantina e stucchevolmente tattica politica italiana, se ci fosse dietro una “regia” coordinata (che non c’è), questo paradossalmente potrebbe tornare ad utile, elettorale sì, ma perfino nel “giuoco delle parti” per propiziare le scelte migliori del governo e marginalizzare quelle deteriori…

                Più consistenti sono altri fattori. La competizione tra Lega e F.d.I. (che poi, tradotta, è la corsa alla leadership tra Salvini e Meloni) ha contrariato e allontanato migliaia di simpatizzanti. E rischia di farlo ancora. Anche perché si regge su quella ridicola “regola” (Il candidato premier è il capo del partito che fra i tre arriva primo) che serviva a Berlusconi, quando Forza Italia era in testa, per troncare ogni discussione, ma che oggi è priva di senso comune. Come deve (dovrebbe) essere per i candidati Sindaci nei Comuni, “il” candidato lo mette chi ha la persona giusta, che ha reali potenzialità di vincere e poi saper governare: le “compensazioni” si operano in conseguenza.

                La scelta dei candidati locali nelle Amministrazioni, come per gli eventuali collegi uninominali politici, deve cadere sull’”uomo del territorio” (o donna), quello/a che lo incarna e ne interpreta l’identità e le istanze. I compromessi a mezza strada, al ribasso, o per imporre un politico di apparato per criterio lottizzato, o per ripiegare su un “civico” dell’ultimo minuto, magari sfornito del “senso politico” indispensabile, di solito portano al naufragio.

                Le dirigenze locali dei partiti del centro-destra, salvo pregevoli eccezioni, non si sono rivelate né prudenti né coraggiose: insomma né l’una né l’altra, troppo spesso impegnate a tutelare se stesse (e questo, se correttamente inteso, ci può stare) ma non a orientare le proprie formazioni nei luoghi di competenza, secondo autorevole conoscenza delle specificità territoriali, intima compenetrazione con il tessuto sociale, le storie e le priorità di ciascun’area.

                La “cultura di governo”, poi, oltre ad avercela ben radicata e innervata in testa, bisogna – agli occhi della gran maggioranza della buona e normale gente italiana – anche manifestarla ed estrinsecarla e illustrarla con credibilità, non basta l’assidua e ripetitiva presenza ai talk show o inebriarsi di momentanei successi alimentati (e poi revocati) dagli “influencers” di regime. Al di là delle professioni di fede nelle libertà – quelle autentiche e importanti e che ci vengono compresse, le conosciamo bene – è forse cultura di governo apparire come quelli che quasi parteggiano per i “no vax” e pensare di vezzeggiare un 5-10% di renitenti, disgustando il 90-95% di consapevoli, in gran parte proprio elettorato tradizionalmente incline all’ordine e al senso di responsabilità verso la convivenza nazionale? E’ solo un esempio – di altro parleremo ancora – ma di grande evidenza.

                Infine, se la Sinistra si affanna a tentare una… comitiva larga di progressisti, sarà il caso di porsi finalmente il compito di rifisionomizzare la “destra ampia” o il “centrodestra evoluto” che punti al 2023 con un profilo, una inclusività, una ricchezza programmatica,  tradizionale/moderna, convincenti e capaci di entusiasmarci in una nuova sfida. Questo ottobre alle urne ci ha dimostrato che la vittoria è (tuttora) possibile, ma non è affatto scontata, sia perché non è automaticamente legata alla somma numerica nei sondaggi, sia perché il “vento” oggi cambia sull’onda di qualsiasi “emergenza”, sia perché tutto può essere buttato all’aria da un nuovo sistema elettorale (con il quale, com’è  noto, cambia di molto la traduzione dei voti in seggi). Questa operazione di crescita, noi la auspicammo già nel 2013: non se ne fece nulla e si perse. Tentammo, senza averne le forze, di propiziarla nel 2018: Lega, FdI e F.I. si richiusero nella supponenza del loro presente e si contentarono di una maggioranza relativa che non è stata maggioranza parlamentare né legittimazione a governare. Le ricadute sono quelle odierne. E, per il colmo, saranno queste le Camere (ormai arcidelegittimate dal popolo, in cui è perfino primo partito quel Cinquestelle che nel Paese non esiste più) che eleggeranno a febbraio il Presidente della Repubblica! Vogliamo darci una regolata?

    D.B.V. per “Controcorrente”


Considerati gli attuali poteri del nostro Presidente della Repubblica, mi sono permesso di indicare l’ex senatore Domenico Benedetti Valentini come miglior candidato del centrodestra alla Presidenza della Repubblica Italiana.